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Andrea Marcolongo: l’amore a bordo di Argo, la nave di Giasone Cultura

Firenze – Andrea Marcolongo, ragazza dal nome di uomo, è una giovanissima scrittrice che ha recentemente raggiunto un grande successo editoriale insegnandoci ad amare una lingua morta, che per tutti noi studenti liceali è sempre stata un calvario: la lingua greca. Il suo libro, “La lingua geniale”, ha venduto oltre mezzo milione di copie e Andrea ha parlato con migliaia di studenti in Europa e America, portando il suo messaggio di rinnovamento nella riscoperta dei classici e del loro linguaggio.

Dal marzo di quest’anno è in libreria “La misura eroica”, edito da Mondadori, un libro che tratta del “mito degli Argonauti e del coraggio che spinge gli uomini ad amare”. Come non essere incuriositi da una giovane donna che conquista centinaia di migliaia di lettori, la critica e il successo social, parlando di argomenti così ostici?

Innanzitutto è interessante la persona: nata a Crema in un gennaio di neve del 1987, è cresciuta tra la Lombardia e la Toscana, a San Casciano Val di pesa. Si trasferisce a Milano per studiare lettere classiche all’Università Statale, dove si laurea con una tesi sulla Medea di Seneca. Dopo un anno come cooperante in Senegal si specializza in narrazione presso la scuola Holden di Torino e a Parigi.

In seguito ha lavorato come storyteller per politici (ghostwriter per Renzi, è sua l’idea della generazione Telemaco). Nel settembre 2016 è stato pubblicato il suo libro di esordio, La Lingua Geniale, che ha completamente cambiato la sua vita e che l’ha resa la scrittrice che sognava di diventare da bambina durante le lunghe estati di lettura nel Chianti.

Tradotto in 27 Paesi, con quel libro è riuscita a condividere la sua passione per il greco antico dal Perù alla Francia, dalla Spagna alla Colombia, dalla Germania al Messico, dove è appena stata in occasione dell’Hay Festival. Infine, innamoratasi della forza e della passione di quella città, si trasferisce, col fedele cane Carlo e col nuovo arrivato Tito, a Sarajevo, dove tuttora risiede e collabora attivamente col settore cultura dell’ambasciata italiana. Ogni suo libro è stato scritto a Sarajevo e “a questa città ferita e fiera è dedicato”.

Impossibile non iniziare il nostro incontro con la domanda che in tanti si fanno:

D- Come nasce il tuo amore per i classici greci e perché a un certo punto della tua vita, così movimentata, hai deciso di insegnare ad amarli?

Andrea- Virginia Woolf scriveva che “è strano – molto strano – il fatto di voler sapere il greco, sentirci attratti dal greco, e stare sempre lì a farci un’idea del significato del greco, (…) poiché nella nostra ignoranza saremo sempre comunque gli ultimi della classe, visto che non sappiamo che suono avevano le parole greche, o dove di preciso dovremmo ridere”.

Anch’io sono strana -molto strana- e sempre lo dichiaro. Perché non mi sono solo ostinata a voler sapere il greco, frequentando prima il liceo classico e poi Lettere Antiche, ma ho persino provato a raccontarlo. Con un’ambizione: fare innamorare del greco anche chi non l’ha mai studiato e ne è curioso, chi l’ha studiato e l’ha dimenticato, chi l’ha studiato e l’ha odiato, fino a chi il greco li sta studiando oggi a scuola.

Scrivere La Misura Eroica è stata per me una straordinaria esperienza umana: sono partita dal ricordo di me al liceo, che annotavo sui libri di greco le prime parole in greco, fino a recuperare da scatoloni sopravvissuti a innumerevoli traslochi i manuali universitari, mentre i testi delle Argonautiche di Apollonio Rodio si smarrivano per posta verso Sarajevo, spediti dal mio prezioso e paziente editor. Perché, dopo la grammatica della lingua greca, ho accolto una nuova sfida: provare a raccontare la sintassi dell’animo umano attraverso il mito più antico di tutta la letteratura greca.

D- Ho letto che hai scritto parte dei tuoi libri dentro un bar, al tavolino (sono particolarmente interessato perché passo metà della mia mattinata a un tavolino di un bar fiorentino dove vedo e incontro tutte le persone del mio mondo). Perché questa scelta?

Andrea- Sì, La Misura Eroica è stato scritto al tavolino di un bar di Sarajevo che si chiama “Civetta”, come quella di Atena, capace di vedere nel chiaroscuro dell’animo umano. Tra la neve d’inverno e il sole d’estate, ogni mattina mi presentavo a quello che è diventato il “mio’ caffè, sorseggiando espresso e ticchettando al computer. Mai è diventata routine, ma sempre gioia per me. Lo chiamavo, e lo chiamo ancora, il “mio” ufficio.

Questa scelta è dovuta a una ragione molto semplice: sono felice in quel caffè, anche se non ha nulla di speciale. Speciale è per me osservare le persone, i loro gesti, i loro sguardi, soprattutto quando non sanno di essere osservati. E speciale per me è vincere la solitudine che la scrittura inevitabilmente porta con sé, quando sono sola con i miei pensieri, e condividere anche solo un sorriso con le persone che mi circondano.

D- Trovo sconvolgente che anche tu chiami “il tuo ufficio” il bar dove la mattina trascorri parzialmente il tuo tempo in una comunità di persone, esattamente come faccio io. Ma le similitudini, ahimè, si fermano qui. Ti chiedo ancora: Il tema della bellezza è presente sia in questo che nel libro precedente. Pensi che sia un valore universale?

Andrea- Amo citare Roberto Calasso: “il mito è qualcosa che non è mai accaduto, ma sempre succede”. Oggi la pretesa di bellezza è un atto quasi rivoluzionario eppure ne abbiamo un bisogno disperato. Ho scelto Apollonio Rodio, l’ultimo poeta a scrivere il viaggio di Giasone in età ellenistica (ma Euripide lo conosceva bene) perché anche il suo mondo classico stava crollando sotto il peso di sconosciuti barbari. L’età di Pericle era ormai lontana. Apollonio, direttore della biblioteca di Alessandria, aveva capito il bisogno disperato di storie in un mondo ormai globalizzato, confuso. La sua poesia è reazione come il suo racconto, così delicato, così umano, così fragile.

Come lui, e come Omero, sono convinta che gli esseri umani siano sempre gli stessi, che siano a intenti a sorseggiare ambrosia nella Colchide o Chianti Classico a Firenze -a questo servono le scienze umane, a indagare l’animo umano. Che non cambia mai. Oggi siamo chiamati a non essere più persone, ma personaggi, in una gara di performance in cui dobbiamo essere sempre giovani, perfetti, infallibili. Questo obbligo di perfezione ci distrugge, dentro, e chi fallisce -etimologicamente significa soltanto “cadere”’, i bambini sanno- è espulso.

Desideravo raccontare una storia d’amore, di maturità senza età, di responsabilità, di paura, di coraggio e di tanta bellezza che finisce con una sola parola che uno scrittore che molto amo, Orhan Pamuk, apprezzerebbe: ασπάσιως, “colmo di gioia”.

Troppo spesso oggi ci preoccupiamo di essere efficienti, produttivi, il vero atto eroico degli Argonauti è domandarsi ogni mattina se sono davvero, etimologicamente, felici, se stanno mettendo a frutto le loro radici, come un albero a primavera. Se stessi, semplicemente.

D- La misura eroica è anche un libro sull’amore, oltre che sul senso del viaggio. Che importanza ha l’amore nelle nostre scelte?

Andrea- È Platone a scrivere, nel Simposio, che “al mondo non esiste un uomo così vigliacco che amore non possa rendere eroe”. Secondo il filosofo, la forza che spinge gli uomini a diventare eroi è solo una: ἔρως (érōs), “amore” -solo una piccola lettera distingueva le due parole in greco antico.

Secoli dopo, Dante parlava di “innamorarsi” come la tensione erotica verso ciò che facciamo ogni giorno, sia con le persone sia con ciò che ci circonda. Quella preposizione “ιn” -fare spazio, lasciare entrare. Le storie di qualcuno, la passione e per qualcosa.

Credo fermamente che, in ogni epoca, sia l’amore a tirar fuori e alle stesso tempo a lasciar andare il meglio di noi. La domanda è sempre la stessa, dal mito degli Argonauti a Dante, che nel Paradiso della Commedia: dove vogliamo andare oggi? Preferiamo stare su una “piccioletta barca”, stare a galla senza sceglierci mai, o su “un navigio”, una nave solida come Argo per fare cose grandi? Quale viaggio oggi, stiamo facendo davvero? Siamo pendolari nelle nostre vite o Argonauti, che non hanno paura di piangere e di amare per celebrare la vita?

D- Mentre Giasone fa un viaggio circolare (parte e ritorna), Medea, forse la vera protagonista del libro, fa un viaggio di sola andata, seguendo l’amore. L’archetipo dei viaggi senza ritorno è il viaggio verso la Terra Promessa. Forse il viaggio verso l’amore è così?

Andrea- Tutti noi siamo in viaggio, sempre -non in lunghezza ma in profondità, dentro di noi. Viaggiare, che nel mio libro racconto con la metafora del mare, è soprattutto conoscersi e riconoscersi, misurandosi con il diverso che è già nella nostra anima. Con i nostri desideri, le nostre paure, i nostri sogni, chi amiamo e chi non ci ama più: è da questo confronto, che non può mai essere muto riconoscersi come allo specchio, che nasce poi la voglia di salpare verso chi siamo realmente.

Nel suo Libro dell’Inquietudine Ferdinando Pessoa annotava che “in questo mondo, viviamo tutti a bordo di una nave salpata da un porto che non conosciamo, diretta a un porto che ignoriamo; dobbiamo avere per gli altri una amabilità da viaggio”. Spesso dimentichiamo che, nel viaggio della vita, che ci incanta per la bellezza del panorama e ci spaventa per l’arrivo di tempeste impreviste, non siamo soli. Siamo tutti esseri umani alla ricerca di noi e dunque dell’altro, dell’amore.

Se il viaggio è metafora della scoperta di sé, l’amore è certezza. Nel mito degli Argonauti che narro ne La Misura Eroica il magico vello d’oro si rivela essere l’amore di una donna, Medea. Lei non ha una casa cui tornare, ma una da lasciare per scegliere di seguire ciò che prova per Giasone.

Sempre di sola andata è per me il viaggio dell’innamoramento, il più bello che esista nella vita, quello che mette in gioco tutto di noi senza gara né traguardo: in amore vince chi ama, sempre.

Termina qui il mio incontro con Andrea Marcolongo, che proseguirà lunedì prossimo, 17 settembre, alle ore 18,30 presso il Caffè Letterario delle Murate, quando Andrea tornerà nella sua amata Firenze per raccontarci la storia del più straordinario viaggio dell’umanità.

 

Foto: Andrea Marcolongo (Foto di Paolo Colaiocco)

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