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Anniversario Heller, Laura Boella: “L’Europa messa in pratica” Cultura

Firenze – Un anno fa (19 luglio 2019) la scomparsa di Ágnes Heller, la grande pensatrice ungherese che – ha scritto Severino Saccardi nella recente sezione monotematica di Testimonianze a lei dedicato – “si è trovata, da vicino e dall’interno, a confronto con tragedie e contraddizioni del «secolo breve» e con le speranze, ma anche le delusioni, che esso ha generato. Passione e ragione sono le parole chiave per capire un percorso umano (animato da un forte amore per lo spettacolo del mondo) e un’avventura intellettuale che l’ha portata all’originale elaborazione di un «pensiero aperto», capace di mettere al centro i temi dei Bisogni,dei Diritti e dei Doveri”.

Tra l’altro la Heller ebbe un significativo rapporto con Firenze. Dopo il suo primo viaggio in Italia scrisse“ nelle vie, nelle chiese, nelle case, nei palazzi di Firenze ho incontrato un sogno, o meglio, ho incontrato il mio sogno di un mondo adeguato all’uomo. Una volta che i confini dell’occidente si erano di nuovo richiusi per me, volevo semplicemente tornare in questo mondo, anche se solo con la fantasia, col pensiero.

Ma il modo migliore di ricordare Agnes Heller è riferirsi al suo pensiero e lo facciamo con questa intervista a Laura Boella ordinario di Filosofia morale nell’Università di Milano che ha frequentato la filosofa ungherese e ha dedicato vari saggi traduzioni e cura delle sue opere che hanno contribuito a farle conoscere  in  Italia.

Quale l’importanza di Heller nel pensiero contemporaneo, in particolare nella cultura europea?

Richard Bernstein, studioso di Hannah Arendt e collega di Ágnes Heller alla New School for Social Research di New York, così ha ritratto la filosofa ungherese: “Agnes è una delle ultime intellettuali cosmopolite dell’Europa centrale della sua generazione con un vivo interesse per l’intera gamma di conoscenze ed esperienze umane […] Ciò che ammiriamo di Agnes come intellettuale è che è una pensatrice indipendente (Selbstdenker), odia tutti gli “ismi”, ha avuto il coraggio di criticare, ripensare e rivedere le sue credenze più care e affronta le esperienze di vita con una freschezza e una vitalità sempre rinnovate. Ciò che ammiro di più in Agnes come persona è il suo essere una persona assolutamente perbene (buona): generosa, premurosa, fedele agli amici, sensibile alla sofferenza degli altri e sempre vivace  Non c’è traccia di risentimento in lei. Il suo essere nel mondo incarna ciò che Hannah Arendt chiama amor mundi. Dopo aver incontrato Agnes Heller ci si sente sempre più vivi e in sintonia con il mondo ” (R. Berntsein in  K. Terezakis (a cura di), Engaging Agnes Heller. A Critical Companion, 2009, p. 87).

Per Agnes Heller la filosofia è stata e continua a essere un’interrogazione costante sui grandi enigmi della storia del ‘900, che hanno trovato la loro manifestazione in Auschwitz e nei Gulag. Richard Bernstein parla di Heller come figura cosmopolita. Nella sua lunga vita filosofica il cosmopolitismo, condiviso con i membri della scuola di Budapest e con altri intellettuali della sua generazione, va visto anche sotto il profilo di mettere in pratica l’Europa.

L’emigrazione (1977 Australia, 1986 Stati Uniti), che segna il percorso intellettuale di Heller, prima ancora della caduta del Muro, significò la sfida alla divisione tra Est e Ovest e lo sforzo di portare, oltre le frontiere, ad un livello internazionale globale il pensiero critico nato nel centro Europa. Trascendere i conflitti in Ungheria e esplorare le lotte e le contraddizioni altrove. L’Europa messa in pratica si rivela uno spazio di interazioni tra realtà regionali, nazionali e globali. La sua identità viene prodotta da pratiche intellettuali e esistenziali, come quella di Heller, che è riuscita a scrivere e pensare in un orizzonte globale partendo dai conflitti e dai dilemmi di una parte dell’Europa, assumendo la responsabilità della sua posizione eccentrica rispetto all’Est e all’Ovest. Agnes Heller con la sua instancabile riflessione ha contribuito a far sì che eventi come il ’56 ungherese, la rinascita del marxismo negli anni ’60 e ’70, il ’68 praghese, l’attività di intellettuali e filosofi ungheresi, cechi, iugoslavi, polacchi e tedeschi (gli incontri di Korcula intorno alla metà degli anni 60 sono emblematici) esercitassero un influsso a livello europeo e americano.

Il suo desiderio di impegnarsi in un dibattito intellettuale di ambito più ampio rispetto a quello associato ai tentativi di riforma dei paesi di socialismo reale non ha fatto però di lei un’intellettuale “sradicata” come potrebbe sembrare. Una delle sue radici maggiori è l’Europa, lo spazio di un’eredità culturale condivisa che all’inizio le fu precluso. Il primo viaggio in Italia, come racconta, nutrì L’Uomo del Rinascimento (1967). Varcare i confini con l’immaginazione, scrivere in termini universalistici. Dal 2010 Heller riprende le sue radici di intellettuale ebrea ungherese, aggiungendole a quelle che affondano in Australia e a New York, e oscilla tra centro e periferia, indicando con questa oscillazione che i confini dell’Europa non sono quelli fisici, bensì quelli di processi transnazionali che modellano il pensiero europeo. Il pensiero e i pensatori sono transnazionali e le reti della loro attività, le loro amicizie, incontri, scambi, contatti sono cruciali per un collegamento di realtà regionali, nazionali e globali e per sfidare l’antiintellettualismo tipico del populismo di destra.

Parla di un mondo segnato dall’ingiustizia, ma non impossibilitato a rigenerarsi: in che modo?

Al di là dei reciproci rimandi tra le grandi opere scritte da Heller sulla giustizia, sulla filosofia della storia, sulla modernità, l’originalità nell’orizzonte contemporaneo del pensiero di Heller sta nell’emergere dell’etica come tema centrale. L’etica rappresenta sia l’unitarietà dei disparati fili che si dipanano in lunghi anni di lavoro filosofico, sia l’esplicitazione di un’idea di filosofia.

A partire da Adorno e da Arendt, per citare solo due nomi, l’impossibilità dell’etica è il retaggio che il pensiero del ‘900 ci ha consegnato. Impossibilità che non implica affatto la fine del discorso morale, quanto piuttosto il rovesciamento delle sue premesse tradizionali. Basta pensare a Lèvinas, a Derrida, a Ricoeur. Resta il fatto che sull’etica contemporanea grava l’ombra del “che cosa resta?”: la giustizia, per Habermas e Rawls. È anche vero che l’originaria interdipendenza corporea, la relazionalità originaria, hanno fatto ripartire, per così dire da un punto zero, il discorso etico.  La vulnerabilità (Lévinas, Foucault, Butler, Nussbaum), la fragilità e la dipendenza contro l’autosufficienza e la padronanza di sé sono apparse il terreno su cui si possono porre le nuove domande sull’umano che vengono dalla Shoah, ma anche dall’11 settembre, dalla realtà postcoloniale, dalle guerre umanitarie e dalle migrazioni, nonché dalle applicazioni dei risultati della ricerca scientifica alla vita. Il discorso sull’etica, diventato dominante nella filosofia della fine del ‘900 e del nuovo millennio, ha riempito in molti modi le lacune o anche il mutismo di molta filosofia contemporanea, quasi per contraccolpo rispetto alla sua difficoltà.

Il filo dell’etica è una delle più tenaci radici del pensiero helleriano, risale agli appunti di un corso di lezioni tenuto nel 1957, al libro sull’etica di Aristotele e traspare in moltissimi dei suoi scritti. Ricordo che il suo maestro Lukács progettò nella giovinezza (1918) e nella tarda maturità, anni ’60, un’etica: in entrambi i casi non riuscì mai a realizzarla. Heller è la pensatrice che con più decisione è andata in direzione opposta rispetto a gran parte del pensiero contemporaneo. Per lei l’impossibilità dell’etica non è uno sbarramento preliminare. Heller ha avuto il coraggio di sostenere che “oltre la giustizia” c’è la moralità, per esempio il perdono, la vita buona, composta di rettitudine, di decency, ossia di realizzazione delle capacità, di intensità emotiva, di gentilezza, di generosità, di gratitudine, di tatto e di impegni significativi nei confronti degli altri. Il suo punto di partenza rompe con un’infinità di discorsi sulla crisi dei valori, sul disorientamento morale, ma non ha niente a che vedere con le ipotesi ricostruttive e conservatrici delle etiche di tipo comunitaristico o neoaristotelico.

Il progetto sistematico di una trilogia etica, dopo General Ethics (1988) e A Philosophy of Morals (1990), si conclude in maniera imprevista rispetto alle originarie intenzioni con Ethics of Personality (1996). Caratterizzato da un’impostazione molto ambiziosa, il suo esito appare fortemente contrastante. Lo prova il cambiamento di registro che porta a piena espressione, traducendola in forma di scrittura e di linguaggio, la linea “sperimentale” della filosofia helleriana.  Heller resta fedele all’orizzonte della modernità in cui si muove l’intero suo pensiero, e in particolare all’impostazione antimetafisica. Parte dalla “densità” della vita morale, dal suo inestricabile miscuglio di bene e di male, dalla sua fondamentale ambiguità corrispondente peraltro alla contingenza, pluralità e variabilità delle scelte umane. Questa radicale presa di partito non universalistica in favore della singolarità e concretezza dell’esperienza morale è la ragione di fondo della premessa: “Ci sono persone buone. Come sono possibili?” Vita morale diventa quindi trasformare la contingenza in destino, scegliersi come persona buona, riorientare, in caso di errore, le proprie scelte in direzione del bene. Per Heller la questione morale è quella della scelta tra bene e male, una scelta non di libero arbitrio, ma esistenziale, fondata su chi si decide di essere e di diventare, sull’individualità che si universalizza, sulla nozione di carattere e di condotta di vita buona.

Hai avuto con Heller un significativo  rapporto personale.  Quali ricordi?   

La mia amicizia con Heller è di antica data (risale ai primi anni Settanta). Ho seguito la sua lunga attività intellettuale e filosofica e ho notato che, pur scrivendo opere ponderose e impegnative, Heller abbia progressivamente rinunciato ad essere l’autrice di una “filosofia”, scegliendo un percorso di libertà (di lettura, di dialogo con la tradizione filosofica) motivato dal desiderio di formulare un pensiero che non mette in gioco nessuna soluzione, ma solo sé stesso. La generosità con cui fino alla fine della sua vita si è impegnata nel vivere il presente del suo e del nostro tempo non toglie niente alla complessità del suo percorso filosofico. Se posso esprimere una speranza, mi auguro che il destino del suo pensiero non sia quello di molte filosofe (in primis Arendt) celebrate, da un lato, come monumenti accademici, dall’altro, disinvoltamente aggregate a disparati orientamenti ideologici e politici.

 

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