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Antonio Cassese, innovatore del diritto internazionale Opinion leader

Anzi, in effetti, di quanto è stato elaborato e realizzato dai processi di Norimberga e di Tokio che dopo il secondo conflitto mondiale costituirono un fatto inedito nella storia: il giudizio nei confronti dei responsabili di gravissimi crimini contro l'umanità che avevano insanguinato la prima metà degli anni 40. Certo, si trattò di "giudizio dei vincitori", ma non di meno si trattò di svolta storica. Di fatto poi la Guerra Fredda congelò questa tendenza giudiziaria e solo negli anni 90, con lo scoppio delle guerre balcaniche, le Nazioni Unite trovarono l'ispirazione e la forza di intervenire. Antonio Cassese fu in prima fila in questo lavoro, a livello organizzativo (fu lui a "costruire" il Tribunale Penale Internazionale per la ex-Iugoslavia, e, recentemente, quello Speciale per il Libano), ma soprattutto a livello di difesa dei diritti umani. A metà degli anni 80 il professore si era chiesto, – e aveva chiesto all'ambiente accademico e giuridico internazionale – come mai le norme delle Convenzioni sottoscritte tutelassero civili e prigionieri di guerra nei conflitti armati fra stati e si ritraessero invece di fronte a stragi e all'uso di armi proibite nel corso di "conflitti interni". Non è forse vero – si chiedeva retoricamente e provocatoriamente – che un massacro è sempre un massacro, uno stupro sempre uno stupro, una bomba chimica sempre una bomba chimica?

Aveva un'idea non ingessata, "progressiva" del diritto internazionale, e lo dimostrò proprio nel corso del suo lavoro a L'Aia. Ma non basta, mirava sempre a cogliere le contraddizioni degli Stati-Leviatano, che apparentemente si impegnano a favore dei diritti umani salvo poi violare quegli stessi impegni. Indimenticabili rimangono le sue critiche al "modello Guantanamo" e alle vergogne di Abu Grahib, ma anche ai comportamenti della Russia in Cecenia o della Cina in Tibet. Di tutto questo e altro ancora ho avuto la possibilità di parlare con Antonio Cassese nella stesura del libro-intervista "L'esperienza del male — guerra, genocidio, tortura, terrorismo alla sbarra" (Il Mulino), appena arrivato nelle librerie. E' stata una vera avventura umana e intellettuale, perché mi sono trovato di fronte una persona ricca di esperienze, e le riversava nelle nostre conversazioni. Chi voglia sapere del lavoro da lui svolto come presidente del Comitato del Consiglio d'Europa contro la tortura, per esempio, non ha che da leggere quel capitolo e capire cosa vuol dire visitare le carceri e i commissariati di mezza Europa alla ricerca delle prove dei maltrattamenti degradanti che vi si praticano. Sentiva l'avanzare del male che lo stava minando, ma non ha voluto fermarsi e il lavoro di aggiornamento è arrivato fino a qualche settimana dalla pubblicazione, toccando anche il fenomeno WikiLeaks, la morte di Bin Laden, le deliberazioni dell'Onu sulla Libia di Gheddafi, la prima definizione condivisa di "terrorismo internazionale".

Giorgio Acquaviva
 

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