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Apocalittici e integrati: le risposte della scuola Opinion leader

L’inizio del nuovo millennio al contrario, almeno sembra, dall’inizio del millennio precedente, si è aperto con prospettive alquanto inquietanti. La fiducia nella esasperazione tecnica è venuta meno in più di una occasione, la capacità del nostro pianeta di sopportarci è stata messa a dura prova, allo stesso tempo l’affacciarsi di nazioni e popoli prima esclusi se non tranquillamente ignorati, ci ha fatto comprendere che il nostro stile di vita, espressione genericamente insulsa ma efficace, non può tranquillamente andare avanti alla ricerca di uno sviluppo illimitato e di un consumismo dissennato. Tutto questo era nell’aria già da tempo, ma è soltanto grazie ad una crisi economica, favorita proprio dalla ricerca di quello sviluppo, consumo e soprattutto profitto illimitato, che la questione si è presentata in tutta la sua sconvolgente evidenza.
Oggi, con le macerie ancora fumanti e in attesa di un nuovo miracolo, è il caso di dirlo, che ci riporti almeno al punto di prima, ci si comincia ad interrogare più seriamente proprio sulla validità e sostenibilità del nostro modello di sviluppo. Lo scontro, schematizzando all’ ingrosso è tra gli apocalittici e gli integrati. Gli apocalittici che giustamente preoccupati dello scempio del pianeta, delle sue risorse e, perché no, della sua umanità, nel senso dei popoli esclusi, vorrebbero riproporre un ritorno a modelli preindustriali. Proliferano generose quanto, spesso, velleitarie operazioni di produzione, economia e solidarietà, che avrebbero incontrato la simpatia dei socialisti, prima di Marx, ma che in definitiva non incidono in modo significativo sulla esigenza, questa sì, improrogabile di una revisione del modello di sviluppo. Accanto a questi, gli integrati, quelli che pensano che l’ulteriore specializzazione, riorganizzazione ed espansione economica, possa mantenere indefinitamente questo modello di sviluppo.
Questa lunga e probabilmente scontata premessa serve semplicemente a chiarire quale è il compito che la scuola, o meglio l’istruzione di massa si trova davanti:  ridare speranza e motivazioni agli apocalittici, riorientare  i secondi, gli integrati, verso non necessariamente un ridimensionamento degli obiettivi, quanto una sostanziale riqualificazione dei medesimi. Mi spiego meglio. Di fronte al rischio di una generale depressione per mancanza di shopping o un generico rifugio in una sorta di eden preindustriale, la scuola ha il compito di riqualificare attraverso il suo ruolo istituzionale di formazione culturale, gli obiettivi e di conseguenza le aspettative delle nuove generazioni. Mai come oggi, quando ormai appare scontato che i giovani, per la prima volta, dovranno aspettarsi un livello di consumi inferiore a quello dei propri genitori, occorre riempire di contenuti quei vuoti, renderli “produttivi”, non in senso economico, ma in un senso più ampio e completo, in sostanza dare di nuovo spazio ad una qualità della vita che non sia solo consumo ma che anzi riscopra la cultura come valore primario, non necessariamente finalizzato al lavoro, bensì al tempo libero, dedicato alla fruizione di un patrimonio culturale fatto di arte, letteratura e scienza, che possono e devono diventare patrimonio comune di tutti e non di una ristretta minoranza. Appare del tutto evidente che la scuola può fare molto in questa direzione, formando, orientando e incoraggiando i giovani verso una visione più consapevole della cultura e, insieme a questa dei valori umani di convivenza, cittadinanza e condivisione.
Gianfrancesco  Perra    

 

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