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Appartamenti Erp, cambio di natura e poi vendita in blocco: i residenti non ci stanno Breaking news, Cronaca

Firenze – Sono 61, gli appartamenti utilizzati come case popolari per decenni, poi mutati di natura (passando da case popolari a case non popolari) e infine messi in vendita in blocco. Con due conseguenze: la vendita in blocco è sicuramente meno remunerativa per il Comune, da un lato; dall’altro, avendone mutata la natura di case popolari, il ricavato potrà anche non essere reinvestito nell’edilizia residenziale pubblica ma stornato su altro. Con buona pace per un’emergenza casa che sta diventando una vera bomba sociale.
La notizia della vendita e delle sue modalità è stata data dall’assessore Gianassi alla stampa, poi  confermata dall’assessore Funaro in Consiglio Comunale: l’operazione verrà messa in atto entro il 2017 dal  Comune di Firenze e nel blocco dei 61 appartamenti (diversi di questi nel centro storico e di questi  14 in via dei Pepi), sono molti quelli utilizzati finora a fini di edilizia residenziale pubblica.
Il problema, già toccato su queste pagine per quanto riguarda i 14 appartamenti di via dei Pepi che si trovano nel blocco, riguarda, come sostengono i Cobas, anche un profilo di legittimità. Da parte del Comune si spiega che gli alloggi in questione possono essere fatti “uscire” dall’ Erp in quanto non adibiti a finalità residenziale pubblica dall’origine. Un rilievo che però fa andare su tutte le furie i Cobas fiorentini, che invece ritengono l’operazione “forzata” e compiuta in violazione di due leggi regionali. La domanda, direbbe qualcuno, scatta, a questo punto, spontanea: come si fa a riconoscere la natura Erp di un alloggio?
Oltre all’art. 828 del codice Civile, la legislazione regionale toscana conosce ben due leggi sul tema. La legge regionale n.5/2014 i cui primi due commi dell’art.1 trattano proprio di questo: le case Erp infatti sono quelle che: 1) sono state costruite con i soldi derivanti dalla stessa Erp, magari con la vendita di altre case popolari (infatti i proventi derivati dalla vendita di abitazioni Erp, per legge, devono essere reimpiegati esclusivamente per costruire o manutendere altre case popolari); 2) gli alloggi sono riconoscibili come appartenenti all’Edilizia residenziale pubblica anche se sono stati assegnati con assegnazione Erp non temporanea. Non solo. A rinforzo corre la legge regionale 96/96 che definisce “alloggio Erp” tutti quelli destinati a finalità Erp. Per l’esattezza, dicono i Cobas, basta leggere l’art.2 della l.96/96 primo comma: “La disciplina di cui alla presente legge si applica agli alloggi di Edilizia Residenziale Pubblica, e cioè a quelli in qualunque tempo acquisiti, realizzati o recuperati dallo Stato, da Enti Pubblici Territoriali, nonché dalle Aziende Territoriali di Edilizia Residenziale, a totale carico o con concorso o contributo dello Stato, della Regione e di Enti Pubblici Territoriali, nonché a quelli acquisiti, realizzati o recuperati da Enti Pubblici non economici comunque utilizzati per le finalità sociali  proprie della Edilizia Residenziale Pubblica, ivi compresi gli alloggi costituiti con programmi speciali o straordinari”. Tutto ciò taglia la testa al toro, dicono i Cobas: se gli appartamenti in questione non erano stati “acquisiti” o “realizzati” con soldi dell’Erp ab origine, sicuramente “recuperati” sì. E non solo: utilizzati a tale finalità anche per trent’anni ininterrotti. 
Ma il problema è “solo” giuridico? No, dicono i Cobas, Asia, il Movimento di Lotta per la Casa: in buona sostanza il problema è politico, nel senso che si tratta di scelte del tutto politiche, quelle che portano a privilegiare delle priorità invece di altre. “Invece di costruire o recuperare case, a fronte di unenergenza abitativa drammatica  – spiegano i Cobas, con la solidarietà del Movimento –  il Comune vende. Vende alla faccia di quanti aspettano una casa popolare perché non ce la fanno a pagare gli affitti di mercato. Vende considerando queste case come patrimonio disponibile,  mentre queste sono case utilizzate storicamente a fini di edilizia residenziale pubblica e quindi alienabili solo con i piani di vendita dell’edilizia residenziale pubblica,  che ne vincola i proventi a reinvestimenti per le stesse finalità. Vende sperando di  incassare 12 milioni di euro, la stessa cifra del buco di bilancio contestato al Comune dalla Corte dei Conti. Vende nel modo peggiore: l’alienazione in blocco oltre ad essere quella meno remunerativa è spesso anche il preludio di basse operazioni di speculazione immobiliare”.
Asia, l’associazione degli inquilini di Usb, carica ancora: “Si tratta di una scelta tutta politica, che va chiaramente nella direzione di anteporre alla priorità dell’emergenza abitativa quella dei “buchi” di bilancio. Un’emergenza, quella della casa, che non solo sta diventando sempre più alta, ma rischia di esplodere mostrando la sua vera natura di bomba sociale. Il centrosinistra anche ultimamente si è interrogato sul perché intere fette del suo elettorato storico diviene “campo” di raccolta per le destre populiste. Forse dovrebbe piuttosto chiedersi quali sono le scelte che sta mettendo in atto, e come mai è l’interesse economico a prevalere sempre su quello sociale”.
Del resto, la strada per aprire il campo all’alienazione in questi termini, secondo quanto scrivono Cobas e Movimento, era stata preceduta da una “deportazione di numerosi inquilini che non avevano nessuna voglia di lasciare la casa e il quartiere dove abitavano da decenni. Inoltre, è stato fatto assegnando  case di edilizia residenziale pubblica  che dovevano essere assegnate a sfrattati e senza casa”.
Ma non è ancora finita. Infatti, lo “svuotamento” dell’Erp del centro storico produce ciò che da tempo i sindacati degli inquilini lamentano, vale a dire accelera l’abbandono da parte dei residenti del centro stesso. Insomma è la realizzazione de facto se non di diritto della “città vetrina” che tutti lamentano, non molto tempo fa il Sunia stesso, in un incontro con la stampa, quando si parlò di “effetto Venezia” e che ora commenta: “Ci auguriamo che alla fine dei salmi quei soldi vengano comunque reinvestiti per l’edilizia residenziale pubblica”.
“Tutti il giorni il Sindaco Nardella è sui giornali tuonando contro il degrado del centro storico e facendosi paladino della fiorentinità ma  il degrado non si combatte cancellando una scritta o facendo diventare la trippa patrimonio dell’Unesco……… il degrado è endemico quando un quartiere perde i suoi abitanti”, sottolineano ancora Cobas e Movimento, in perfetta sintonia con le altre associazioni di categoria.
 
 Tirando le fila e ammettendo che il problema è a un tempo sociale giuridico economico e politico, i residenti resistenti delle case popolari che ora non son più popolari ma che per trent’anni sono state popolari (tant’è vero che qualcuno degli inquilini ricorda ancora che, a un tentativo simile effettuato nel 2001 dall’allora giunta fiorentina in carica  e finito nel nulla grazie all’opposizione degli abitanti, l’allora assessora Albini “promise” che quelle case non sarebbero mai state “tolte” dal patrimonio pubblico) giurano che non se ne andranno. Anzi: chiedono la solidarietà del quartiere e per sabato prossimo 11 febbraio convocano un presidio in via dei Pepi all’angolo con via Pietrapiana, a partire dalle 10 di mattina.
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