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Apple, la mega mela luminosa si accenderà in piazza della Repubblica Politica

Firenze – La Apple aprirà e avrà il suo mega logo luminoso in Piazza della Repubblica, a Firenze. È la decisione ultima del Consiglio Comunale che, in regime di urgenza, oggi ha messo ai voti la delibera n. 474 per l’autorizzazione del caso. Nessun dubbio sull’approvazione e sull’immediata esecutività: quella maggioranza che talvolta ha concesso la sorpresa di sporadici fuoriuscitismi dell’ultima ora si è presentata compatta al banco di un dibattito che ha infuocato la Sala delle Quattro Stagioni di Palazzo Medici Riccardi, temporanea sede dei lavori della Giunta.

Via libera, dunque, ai lavori per l’insegna, che occuperà una delle volte del porticato in corrispondenza dei locali di proprietà della BNL, poco più di 1700 metri quadrati che, dal prossimo 26 settembre, ospiteranno il tanto decantato Apple Store. La piazza si prepara così ad accogliere un’enorme mela luminosa, bifacciale e retroilluminata. Niente di strano, si potrà pensare. Di stranezze, però, ne sono emerse a piene mani.

L’iter stesso che ha portato la richiesta di Apple a passare l’autorizzazione al vaglio del Consiglio può far alzare il sopracciglio, in primis per la rapidità dei tempi: stipulata a fine luglio la convenzione tra BNL e Comune di Firenze per il recupero dell’area, ha fatto immediatamente seguito il contratto di locazione concesso ad Apple, che ai primi di settembre ha bussato allo porte del Suap per depositare l’istanza per l’istallazione dell’insegna pubblicitaria in deroga al vigente regolamento edilizio.

“In deroga”, sì, perché se l’articolo 94 della normativa contempla i requisiti delle insegne in area Unesco (non proprio in linea, in questo caso, con i desideri della mela bianca), un comma introdotto proprio a fine luglio, prevede che le specifiche prescrizioni della legge non si applichino in caso di “interventi di particolare e eccezionale rilevanza” all’interno del nucleo storico patrimonio dell’umanità, ed è a questo che Apple si è agganciata con successo. Mentre il Comune ha incassato 900mila euro quale pegno per le modifiche alla destinazione d’uso dell’immobile, rapido è arrivato il nulla osta della Sovrintendenza, così come rapido è arrivato anche il primo banco di prova del comma fresco di approvazione.

Giudice ultimo, in questo caso, lo stesso Consiglio Comunale, il cui voto scavalca di fatto le ragioni dell’Ufficio Unesco del Comune stesso. Se, nella forma, la vicenda può sembrare dubbia, nella sostanza tutto è regolare: c’è la norma e c’è chi ha valutato l’intervento “di particolare e eccezionale rilevanza”, riconoscendolo nelle (s)proporzioni di uno dei loghi più noti del pianeta. Dulcis in fundo, l’urgenza della messa al voto: riconosciuta anche questa. Materiale su cui appiccare un incendio tra maggioranza e opposizione non è dunque mancato. Inutile il tentativo di Tommaso Grassi di rinviare il voto per “spiegazioni non accettabili” con cui è scattata la procedura d’urgenza, introdotta dall’assessore Perra, la delibera è passata alla discussione del Consiglio per cadere, in realtà, nella pastoia di una trincea dove non sono mancati colpi bassi, che ha visto anche il fuori programma di un intervento del sindaco.

Nessuno contrario al negozio Apple di per sé, molti le alabarde sguainate in nome della protezione del centro storico. “Una cosa è un centro commerciale, un’altra un centro patrimonio dell’umanità”. Cristina Scaletti non l’ha mandata a dire. “È una decisione che grida vendetta. Stiamo dicendo che, un domani, qualsiasi privato voglia mettere un logo di questo tipo in area Unesco, lo può fare”. Al “precedente grave, mai accaduto in nessun’altra città” ha inneggiato tutta l’opposizione, e mentre Grassi ha paragonato il Consiglio “ad Ambrogio, che scatta appena la contessa chiede”, dai banchi del M5S è salito un breve riassunto della “smercio della città – l’affitto a privati del Salone dei Cinquecento o di Ponte Vecchio e similia – in linea con quanto sta facendo il governo nazionale e ha fatto l’amministrazione precedente”.

Apriti cielo. “Questa amministrazione garantisce gli interessi delle multinazionali a scapito del patrimonio culturale e architettonico”. Sottotono e un po’ leziosi i pochi interventi giunti dalle file del PD che, forte del voto in tasca, ha sterzato il dibattito sull’accusa di ideologia. Raccolto dal sindaco come un passaggio a porta vuota, “l’approccio ideologico” è stato messo a confronto con un caldeggiato “approccio pragmatico”: “nessuna lesa maestà o violazione delle leggi dello Stato. Siamo chiamati a valutare se i vincoli vengono rispettati o meno. Non sminuite il vostro ruolo, colleghi!”. Non ha certo pensato di sminuirlo Torselli: “A volte mi piacerebbe governare, ma oggi sono fiero di essere all’opposizione perché un giorno potrò dire di non aver svenduto Firenze alla Apple”. “Siamo solo in 12 – ha chiuso Miriam Amatoma non possiamo non sottolineare la gravità di un precedente pericoloso, che oggi inizia con una mela, domani chissà”. Bocciati ben 16 emendamenti, la delibera è stata messa ai voti soltanto per amor di protocollo.

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