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Archeologia: le sorprese e gli enigmi della villa di Vignale Cultura

Riotorto –  Una piccola frazione di Piombino sta diventando uno dei più interessanti nuovi siti archeologici dell’Italia antica. Conosciuti ai tempi del Granduca Leopoldo come resti di terma romana non troppo degni di attenzione, per essere una tipologia edilizia molto diffusa, i ricercatori dell’Università di Siena hanno scoperto che si tratta invece di un insediamento esteso e complesso con tracce di diversa entità e valore che coprono un millennio, tra l’epoca medio – repubblicana romana e l’alto Medioevo. Una scoperta paragonabile alla domus del chirurgo di piazza Ferrari a Rimini soprattutto per la stratificazione secolare degli insediamenti.

Anche il ritrovamento di Vignale di Riotorto ha avuto una storia molto movimentata. I reperti venuti alla luce nel 1831 durante i lavori di costruzione della Via Regia Grossetana (l’attuale vecchia Aurelia) sono stati ripetutamente ricoperti da annessi agricoli e sono stati danneggiati dalle arature profonde. In particolare un bellissimo e originale mosaico, di stile assimilabile a quello della villa del Casale di Piazza Armerina, era stato occultato da un capannone, a sua volta demolito in occasione dei lavori per l’ampliamento della strada negli anni ’60. Ma proprio grazie a quel capannone e alle sue fondamenta in gran parte si è salvato.

Una fortuna perché il mosaico policromo con figure rappresenta un documento unico della storia culturale e religiosa della romanità. Quelle tessere colorate erano il grande pavimento (dieci metri per dieci) della sala di rappresentanza di una lussuosa villa tardoantica, più volte ristrutturata.

“Della residenza tardo antica conosciamo ancora poco, eccezion fatta per la grande sala mosaicata che però è sostanzialmente isolata dal suo contesto topografico e stratigrafico, con evidenti problemi di lettura e comprensione del complesso”, dicono Enrico Zanini ed Elisabetta Giorgi del Dipartimento di Scienze Storiche e dei Beni Culturali dell’Università di Siena che stanno studiando l’area archeologica di Vignale.

Una scoperta di grande portata scientifica sta delineandosi dalla storia e dall’interpretazione dei quel mosaico. Una parte di esso, più danneggiata, presenta intrecci geometrici; la parte figurata riporta al centro una iconografia collegata con il tempo ciclico: i vari frammenti residui fanno riconoscere con un alto grado di certezza il dio del Tempo Aion seduto su un globo celeste: “La figurazione di Vignale – commentano i due archeologi – è un unicum che si pone fra le rappresentazioni dell’imperatore seduto sul globo a sostituire Aion nella gestione del tempo ciclico come eterna potestà imperiale e quelle del Cristo assiso sul globo celeste che appaiono nel VI secolo nelle absidi delle chiese”. Un anello di congiunzione politico religioso, dunque, visto che la datazione del pavimento musivo è confermata dal ritrovamento di una moneta di Costantino, l’imperatore che ha consacrato il cristianesimo come religione dell’impero

Lo studio delle modifiche e dei successivi rifacimenti conferma che i committenti volevano dare un preciso significato al signore del tempo che doveva prendere il posto di Aion. Chi è? Scartato Marco Fulvio Antioco, che è uno dei proprietari della prima fase, molto prima della costituzione del mosaico, si potrebbe pensare a un proprietario abbastanza “megalomane” per mettersi al livello di una divinità. Forse, potrebbe apparire ragionevole un riferimento al principe ostrogoto Theodahad, che era diventato un grande latifondista a forza di espropriare aristocratici romani. D’altro canto, sappiamo con certezza che Theodahad era un raffinato cultore della filosofia neoplatonica del suo tempo, il che potrebbe regalare all’ipotesi una certa credibilità.

La terza ipotesi è molto più affascinante perché darebbe un contributo importante al lavoro di storici ed archeologi. Molti indizi assai convincenti portano a ritenere che a un certo punto, sul sito di Vignale abbia preso vita un luogo di culto, una chiesa, anche per la vicinanza di un sepolcreto di notevoli dimensioni, con almeno 40 sepolture “certamente databile tra la fine dell’uso della villa e l’abbandono definitivo del sito fra il VI e il VII secolo”, dicono ancora Zanini e Giorgi. Dunque quest’area potrebbe essere il documento fisico dell’evoluzione artistica e iconografica della cultura del tardo impero: da Costantino ai longobardi, la storia di quel mosaico potrebbe fotografare nelle sue varie trasformazioni il graduale affermarsi del cristianesimo.

I due ricercatori senesi sono motivati e spingono per ottenere risorse pubbliche e private per continuare gli scavi. Là sotto sono celate altre sorprese che sono in grado di dare un contributo decisivo alla valorizzazione di quella porzione di alta Maremma che finora è rimasta un po’ tagliata fuori dai flussi turistici e culturali.

 

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