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Architetti, la rivoluzione della professione Opinion leader

Come si è trasformata la figura dell’Architetto dal dopoguerra ad oggi? Affrontare la complessità di una Riforma nazionale non può prescindere dal fare chiarezza sul modello e sulla condizione professionale dell’architetto di oggi.  Il senso  del cambiamento è in pochi dati: se agli inizi degli anni ’60, l’Ordine della Toscana non raggiungeva i 600 iscritti; agli inizi degli anni ’90, il solo Ordine Fiorentino ne registrava oltre 5000.  In una generazione, nella provincia di Firenze il numero degli architetti si era quasi decuplicato rispetto a quello dell’intera Regione. L’ondata rivoluzionaria del ’68 aveva spezzato quella condizione elitaria che aveva distinto la professione come una casta chiusa e privilegiata, facilitando l’accesso ai corsi di studio ed alla professione.  Oggi, in Italia ci sono 150mila architetti, ovvero un numero pari ai colleghi francesi, inglesi e spagnoli sommati  insieme, il 40% sono giovani in un mercato che si è dimezzato negli ultimi dieci anni.

Recepire, interpretare e rispondere a questa condizione è propedeutico a qualsiasi Riforma.  Naturalmente, come ricorda Fabio Barluzzi, Presidente dell’Ordine di Firenze, non tutti gli iscritti esercitano la professione, probabilmente solo 1/3.  Anche Leopoldo Freyrie, Presidente del Consiglio Nazionale, ribadisce che “gli architetti italiani non sono più un’élite intellettuale di poche migliaia di progettisti, bensì una categoria composita e complessa, che svolge lavori e funzioni differenti, in ruoli diversi”. Verrebbe spontaneo suggerire un censimento per chiarire chi sono e cosa fanno le migliaia di iscritti all’Ordine fiorentino. E, non ultimo, quali sono le loro esigenze. In virtù di questa condizione, può ancora esistere un Albo unico che riunifica dipendenti, liberi professionisti a forte forbice di fatturato, disegnatori, designer, urbanisti, insegnanti, etc, etc.
Un primo elemento di certezza è quindi che la figura dell’Architetto non è più univoca bensì multiprofessionale e che, nell’immaginario popolare, ha quasi completamente perso il ruolo, socialmente utile, di responsabilità del governo e dello sviluppo del territorio.
Non può neanche passare inosservato che si discute di Riforma, più o meno radicalmente, dai primi anni’80, quando Romano Viviani scriveva sulla rivista “Professione Architetto”, sull’importanza di rivedere le logiche dei corsi di studio, dell’Esame di Stato, dei concorsi, delle specialistiche, degli sbarramenti di categoria, della chiarezza sulle competenze, della formazione continua, del confronto con l’Europa.
Una generazione di eventi e dibattiti che non hanno mai trovato un risposta chiara, soddisfacente e condivisa.  La condizione attuale ripropone quindi tutte le criticità del passato a cui si aggiungono quelle dovute ad un sistema economico in crisi, aggravato dall’abolizione ufficiale  della tariffa minima che rende ancor più effimera la definizione della natura e valore della prestazione intellettuale.
Ovvero, come commenta Freyrie, “il tema vero è che le libere professioni, così come sono, non trovano spazio nel modello dell’economia globalizzata, che è indifferente all’etica, alla difesa dei valori culturali, ed è tutta incentrata sulla misura del valore finanziario di ogni prestazione”.
Il Presidente Barluzzi ed i suoi Consiglieri, in occasione di un incontro che si è tenuto recentemente all’EX3, parlano di ‘progetto aperto’, cioè chiedono aiuto agli iscritti per affinare una proposta che, in linea di massima, vede la reintroduzione del vecchio Ordine Regionale, attualizzato con il nome di “Authority”, a cui demandare l'intera materia deontologica unica per l’area tecnica con funzione di tenuta dell’Albo, accreditamento formativo, esame di Stato e collaborazione Università.  L’Ordine fiorentino, che avrà la sua nuova sede nella Palazzina Reale di Michelucci, viene rinominato “Istituto”, con funzione di promozione dell'Architettura e attività di vario supporto, dalle consulenze, alla ricerca, all'organizzazione di eventi. Una sorta di “Urban Center” che dialoga con i cittadini ed i professionisti.
Resta in sospeso il legame tra formazione e professione. Non possiamo scindere la riforma universitaria dalla riforma della professione.  Non possiamo continuare a sfornare un numero non qualificato di professionisti da un’Università ancora troppo di massa e poi magari pretendere di adottare il sistema elitario britannico.
Il Presidente Barluzzi conclude con un richiamo all’etica e ad un rinnovato rigore che deve venire dai professionisti stessi.  Basta con i titoli dei giornali sull’urbanistica corrotta, dobbiamo rilanciare il profilo professionale come socialmente e culturalmente utile.  Per fare questo dobbiamo uscire dalla logica dell’architettura come esibizione politica e cominciare a parlare di qualità urbana, rinnovare le tecniche costruttive e promuovere una inedita “smart governance” che faccia dimenticare il nostro inquietante passato.
Cristina Donati

 

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