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Architettura: Ipostudio, Brunelleschi e la contemporaneità Cultura

Firenze – Nel dicembre 2020, lo studio di architettura fiorentino Ipostudio ha ricevuto il premio nazionale IN/Architettura 2020 per la categoria interventi di riqualificazione edilizia. La giuria del Premio, presieduta dal filosofo Aldo Colonetti, ha conferito il premio al teaUn ambìto riconoscimento per il progetto del Nuovo Museo degli Innocenti fiorentino per “il coraggio di confrontarsi con forza con la storia, senza timori o remore”. , che si aggiunge ai due precedenti, quello di Architettura Toscana del 2017 e quello Regionale In/Arch 2020. Gli architetti di Ipostudio, con sensibilità, cultura e una profonda conoscenza della storia, hanno vinto il concorso internazionale per l’intervento di riqualificazione del Museo degli Innocenti, inaugurato nel 2016.

Carlo Terpolilli, uno dei fondatori di Ipostudio, insieme a Lucia Celle, Roberto di Giulio ed Elisabetta Zanasi Gabrielli, mi accoglie nel suo studio luminoso con splendida vista sulla Torre San Niccolò. Intorno, le pareti mostrano tanti progetti, disegni e foto di edifici e spazi urbani.

Architetto Terpolilli, come nasce il Nuovo Museo degli Innocenti?

Il progetto nasce da un concorso internazionale voluto dall’Istituto degli Innocenti insieme con la Regione Toscana, perché avevano intenzione di creare un vero e proprio museo. Negli anni ’60, dopo l’alluvione, l’architetto Morozzi della Sovrintendenza fece un importante intervento di restauro e ristrutturazione, collocando delle opere d’arte, che sono parte del patrimonio dell’Istituto, nella galleria sopra la Loggia del Brunelleschi. Non si può dire però che si trattasse di un museo, che invece è nato, come idea di museo nuovo e contemporaneo, dalla volontà di Alessandra Maggi, allora presidente dell’Istituto. Un museo che unisse in sé l’esposizione delle opere d’arte in un nuovo allestimento, ma anche il racconto dell’Istituzione e della sua storia nei secoli, l’esplorazione e la scoperta della fabbrica brunelleschiana, fino al contatto emotivo e coinvolgente con gli oggetti quotidiani della vita e della storia corale degli Innocenti. Un’idea di museo fondata sul riconoscimento della natura complessa del patrimonio culturale, artistico e architettonico dell’Istituto, preceduta dalla volontà di realizzarlo tramite un concorso internazionale, che noi abbiamo vinto.

È stato un bel successo per Ipostudio vedere realizzato il proprio progetto…

È stato un percorso virtuoso. Ed è la dimostrazione che si possono, e si devono fare, i concorsi di architettura. Ultimamente a Firenze si è posta la questione del recupero dello stadio Franchi, opera di Pierluigi Nervi. Auspico anche in questo caso un concorso internazionale, in cui si mettano dei vincoli, come noi li avevamo per gli Innocenti, e che troviamo tutte le volte che operiamo all’interno di una struttura storica e monumentale. Come l’Istituto degli Innocenti, che nei suoi 600 anni di vita si è sempre occupato di infanzia abbandonata, di bambini e di bambine. Una storia straordinaria. Nasce dall’analisi di quella condizione, in un rapporto dialogante e dialettico con l’istituzione, l’avventura di questo progetto. Siamo stati molto impegnati per giungere alla fine – per arrivare al progetto esecutivo e appaltare i lavori ci sono voluti due anni e mezzo – perché la cosa era complicata. Un impegno gravoso che includeva la progettazione di un nuovo museo, ma anche la risoluzione del problema generale dell’accessibilità. Sembra un paradosso per un edificio monumentale, perché il tema dell’abbattimento delle barriere architettoniche è un problema recente; ma il paradosso è proprio il fatto che, occupandosi l’Istituto di una popolazione fragile come i bambini, il tema dell’accessibilità diventava basilare.

Quante problematiche avete dovuto risolvere?

Si è trattato di un progetto complesso che voleva sottolineare, dovendo intervenire all’interno di un edificio storico multifunzionale e ancora operativo, la profonda relazione tra la storia dell’Istituto, il patrimonio architettonico e il manufatto di Brunelleschi, il patrimonio archivistico, storico-artistico e infine le sue attività, raccogliendo le diverse funzioni in un unico organismo. L’obiettivo del progetto è consistito nell’intrecciare quattro percorsi, la storia, l’istituzione, l’architettura e l’arte, per raccontare con un unico gesto l’“avventura” degli Innocenti, dalla fondazione a oggi, attraverso il linguaggio del progetto, cioè il recupero di nuovi spazi, la riorganizzazione dei percorsi, l’allestimento. Avendo sempre come referente principale del nuovo Museo la comunità dei cittadini, che hanno fondato e conservato nel tempo l’Istituzione.

Quindi, in primis, il tema dell’accessibilità, che ha significato le nuove porte, i nuovi modi di entrare all’Istituto e al Museo e, conseguentemente, di vivere la struttura. Secondo tema, l’immaginare la realtà del museo dentro un edificio che continuava a vivere: non un edificio vuoto ma un luogo dove i bambini, le mamme e i babbi entravano e uscivano quotidianamente. L’Istituto ha sempre continuato a funzionare ad ampio raggio, con tutte le sue attività – che comprendono anche un centro antiviolenza -, tutto quello che è la vita di questa importantissima istituzione cittadina.

Attualmente l’Istituto degli Innocenti riunisce, infatti, asili nido, case di accoglienza per bambini, un archivio storico, una biblioteca in collaborazione con Unicef, un centro di formazione, un servizio educativo del museo per bambini e ragazzi, centri di documentazione e ricerca. Tutte strutture e attività accomunate dallo stesso tema, l’attenzione nei confronti dell’infanzia e delle famiglie. Il museo trova dunque la sua ragion d’essere in questo principio di continuità tra il patrimonio culturale del passato e quanto continua a essere prodotto.

Non era tanto semplice intervenire su una struttura architettonica storica…

In effetti, lavorare sul manufatto di Brunelleschi, uno degli esempi più alti del Rinascimento italiano, è stata un’impresa ardua. Come architetti operanti, non si trattava solo di un lavoro teorico, ma anche e soprattutto di un lavoro operativo. Cioè, trasformare le idee in cose precise, materiche, ecc.

Qual è stato il suo concept per il Museo degli Innocenti?

L’idea di fondo era legata alla natura dell’intervento. Il nuovo museo, chi l’ha visto oggi lo comprende, doveva essere una visita al monumento finalmente accessibile, un percorso museale “architettonico”, cioè un viaggio all’interno della fabbrica; contemporaneamente, c’era da raccontare la storia dell’istituzione dal ‘400 ad oggi. Con l’esposizione di alcuni documenti dei vari passaggi storici, come, ad esempio, il tema della Controriforma, che cosa aveva significato quel periodo all’interno di questa istituzione.

L’altro tema, non secondario, era legato al voler ricostruire la vita dei bambini all’interno dell’Istituto; non esistevano reperti ma soltanto – una cosa molto commovente – i segni di riconoscimento dell’avvenuto abbandono, perché lo Spedale degli Innocenti non era un orfanotrofio ma un brefotrofio: decine, centinaia di piccoli oggetti ridotti a metà, metà medagliette, metà gioielli, metà bottoni, minuscoli brandelli di stoffa. I bambini venivano abbandonati recando addosso un segno, legato alle mani oppure cucito nelle fasce, per poter un giorno avere la possibilità di riconoscerli, riunendo appunto quelle piccole metà.

Era la testimonianza di un tentativo, di un auspicio, di poter riunire, nel tempo, le due mezze cose. Ciò, ovviamente, è avvenuto raramente, e mai è avvenuto per ognuno di quei piccoli oggetti. Conservati nel grande archivio dell’Istituto, tutti questi semplici e quasi ingenui piccoli oggetti erano l’unico segno tangibile della presenza della storia di ogni bambino; come mettere in mostra nel Museo tutto questo patrimonio di vita e di sofferenza?.

Una storia interessante da documentare…

Dagli sterminati archivi dell’Istituto abbiamo estratto i segni di riconoscimento e li abbiamo posti alla fine del percorso storico del museo: una struttura in legno, una sorta di schedario circolare, che allude a quello infinito dell’Istituto, nella quale piccoli cassetti, come preziosi meccanismi, si aprono uno ad uno per mostrare gli oggetti custoditi. Realizzando così un vero e proprio “caveau”, che conserva invece al suo interno innumerevoli piccoli oggetti di scarso valore artistico, ma di immenso patrimonio umano, che raccontano storie di vita e che sono testimonianza della virtù dell’accoglienza e della disponibilità.

L’ultimo tema del museo erano le opere d’arte allestite nella pinacoteca, tutte caratterizzate dal tema della maternità e dell’infanzia, con la Madonna e Gesù bambino che simboleggiano la missione delll’istituzione. la mamma mancata. Mi piace ricordare una delle opere esposte nella lunga galleria, allestita sul lato cieco attraverso una serie di pannelli grigio-azzurri con inclinazioni variabili, come una sorta di libro sospeso: la “Madonna col bambino” del Botticelli. In essa c’è tutto il tema della madre e del bambino, che si svolge nei secoli attraverso una sequenza temporale di opere di vari artisti, noti e meno noti. Tra questi, c’è un bellissimo dipinto di anonimo in cui Maria sotto il suo manto accoglie i bambini.

Mettere insieme tutte queste cose è stato come fare un viaggio, partendo dal basso, da un grande seminterrato, tutto ripensato da noi. In questi ambienti labirintici e con potenti pilastri e volte basse e bianche si scoprono le “viscere” della fabbrica, quelli che un tempo erano gli spazi di servizio. L’idea di Brunelleschi era di crearvi la parte logistica dell’Istituto, destinata alle cucine, le lavanderie; un’idea razionale, come nell’Ospedale Nuovo. Il nostro progetto interviene in questi ambienti trasformandoli e rendendoli utilizzabili con un semplice dispositivo: un nuovo pavimento grigio e nuove pareti distaccate dalle esistenti ed elevate fin quasi all’imposta delle volte, la luce che esce quasi nascosta dalle nuove pareti ad illuminare le volte; un allestimento semplice, un trattamento neutro, il bianco e il grigio per mettere in mostra i reperti storici e gli apparati multimediali.

Mi piace pensare a questo come a un viaggio immersivo, che comincia dalle nuove porte metalliche aperte sulla piazza che, muovendosi, si dischiudono verso l’esterno per aprire il complesso alla città e accogliere i suoi abitanti; è stato quasi un viaggio “dantesco” e riferito alla Commedia (siamo nell’anno del settecentenario dalla morte di Dante), come un viaggio che parte dall’inferno e, passando dal purgatorio, arriva al Verone, la grande loggia superiore – il vecchio stenditoio – da cui si gode una  bellissima vista della città ed oltre; uno spazio che abbiamo inventato e restituito a Firenze. Uno spazio pensato, ancora una volta, come un luogo per accogliere, destinato a una caffetteria aperta a tutti.  Possiamo dire che con il nuovo museo abbiamo restituito a Firenze quello che era nascosto. Come le nuove porte, che sono dei marchingegni, come la porta d’ingresso al museo, che si apre come una bocca, ricordo e allusione al modo in cui i bambini accedevano al brefotrofio, lasciati nottetempo nella ruota.

Ipostudio, con sede a Firenze, è conosciuto a livello internazionale. Spesso capita al contrario…

In questo periodo stiamo lavorando all’ampliamento dell’Ospedale di Lugano, un concorso internazionale che abbiamo vinto nel 2017. E a Malta, per il governo, stiamo portando avanti i lavori per il Centro d’arte contemporanea MICAS, incastonato all’interno del bastione della Valletta. Purtroppo, con la pandemia, siamo costretti a fare la direzione lavori via skype. Si tratta comunque di esperienze interessanti, in cui si impara molto; ad esempio all’estero c’è l’abitudine delle riunioni settimanali, dove progettisti, impresa, committenti, si riuniscono per fare il punto della situazione. In Italia questa non è una pratica diffusa. 

Siete tanti in studio e avete realizzato tanti progetti…

Siamo ancora uno studio artigianale, diciamo della grande tradizione fiorentina. Abbiamo chiuso, da pochissimo, la Casa dello Studente, una torre di 45 metri alla Calamandrei, la storica Casa dello studente, a Careggi. Su cui è stato pubblicato un bel libro di Electa architettura intitolato Campus Firenze/un progetto di Ipostudio, di cui è autore Marco Mulazzani. Lo studentato è caratterizzato da grandi finestre quadrate che però hanno dei piccoli bow-window inseriti nella scacchiera regolare delle aperture. Le stanze dello studente sono sempre piccole, per questo noi abbiamo optato per queste finestre grandi, con una parte di 70-80 cm che fuoriesce e sulla quale ci si può sedere e studiare. Un modo per ampliare la prospettiva sia fisica sia psicologica della stanza E siamo soddisfatti che questo elemento sia stato molto apprezzato.

E continua…

Abbiamo lavorato molto anche nel campo dell’architettura civile, progettando residenze per anziani, ospedali, residenze speciali per studenti.

Sono spazi destinati alla collettività, che necessitano di una consapevolezza e una ricerca diversa, non solo funzionale…

È questo un tema fondamentale. Come se l’edilizia pubblica, per la collettività e della collettività, debba essere qualcosa dove la bellezza sia poco presente. Invece no. L’Istituto degli Innocenti ci ricorda questo: nasce come edilizia pubblica nel ‘400, ma si arricchisce di quadri, di affreschi, di opere d’arte, acquistate o addirittura commissionate appositamente per quegli ambienti; perché allora i priori – oggi li chiameremmo i gestori – volevano che fosse presente la bellezza che sgorga dall’arte, affinché i bambini se ne potessero nutrire. È un insegnamento molto forte. Nell’edilizia pubblica, come nelle scuole, non si capisce perché non possano esistere degli spazi belli, oltre che sicuri.  

Essere degli architetti e lavorare per la collettività in questo momento è molto importante. Progetti per la collettività necessitano di una conoscenza, un approfondimento delle problematiche, di una ricerca. E forse si avvicina a un concetto più internazionale, perché il confronto permette acquisizioni fondamentali…

C’è tutta la tradizione dell’architettura civile nordica. Le città non sono costituite dalle case private, ma da tutto il resto, i servizi, le strutture, le aree sportive, i parchi pubblici. Noi siamo gli autori dell’ingresso dell’Ospedale di Careggi. È un prodotto di questo pensiero. La città della salute è parte integrante della città. In questo caso l’idea è la loggia fiorentina, che diventa una sorta di spazio aeroportuale, di un luogo che non è ancora ospedale. E l’idea della Loggia è la mediazione tra il luogo della comunità protetta, al sole e alla pioggia, e il luogo specialistico: questa è una cosa che Firenze ha insegnato al mondo, come, per esempio, quello che rappresenta nella città la Loggia dei Lanzi…. 

Foto: Carlo Terpolilli

 

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