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Arno, sulle tracce di “un’idea che attraversa la città” Breaking news, Cultura, Notizie dalla toscana

Firenze – Una puntualizzazione, che si risolve in un affascinante viaggio dentro al progetto del percorso sull’Arno per comprenderne  la genesi, lo spirito, gli obiettivi. Lo compiamo con il suo ideatore, l’architetto Claudio Cantella, che, allora (38 anni fa) ventinovenne, propose il progetto al famoso studio di architettura di Richard Rogers, di Londra. Progetto che conobbe una lunga storia, proposto e approvato dal Comune di Firenze con tanto di delibere e atti esecutivi, amato in particolare dai sindaci Alessandro BonsantiMassimo Bogianckino, rimasto negli archivi comunali e poi “risorto”, dopo nuova presentazione da parte del suo autore nell’ambito di un recente convegno “Fratello Fiume. L’Arno e la sua città organizzato dal DAS (dipartimento di architettura sostenibile) dell’Ordine degli Architetti di Firenze, alla Palazzina Reale. Un progetto che racchiude anche il “metodo”, di intervenire sui fiumi all’interno delle città: è proprio di questo che gli architetti del DAS dell’Ordine hanno lavorato per mesi e il frutto di questo lavoro è stato proprio il convegno. Tale progetto, pochi giorni dopo è stato inserito all’interno del programma elettorale del sindaco Nardella, con tanto di previsione sui tempi di realizzazione: circa 4 anni, come ha affermato il professionista che lo ha “sponsorizzato”, senza però menzionare, senz’altro per una non voluta dimenticanza, l’autore originario.

L’autore originario, ovvero Claudio Cantella, architetto (i suoi maestri sono stati Vittorio Giorgini e Craig Ellwood), pittore, autore di canzoni, progettista, affabulatore, aggregatore naturale di uomini e idee, cosmopolita, fra le altre cose fondatore nella seconda metà degli anni ’80 del movimento NAJS (No Art Just Sign) insieme a Vittorio Giorgini, John Johansen e Paul Hejer. Un artista che illustrando il lavoro da lui progettato nel 1981 e poi reso concreto con accurati studi di idraulica compiuti dall’ ingegnere idraulico Enrico Bougleux e di uno staff che ha condiviso spirito ma anche competenze ed entusiasmo attorno a quell’asta fluviale che potrebbe divenire una via su cui corre non solo l’amore per l’Arno, la piacevolezza della sua frequentazione, ma anche la quotidianità della vita dei fiorentini. Senza dimenticare il fondamentale apporto dell’architetto Rogers, nato a Firenze, nel 1933.

“Forse è stato questo elemento, una vera sorpresa per me all’epoca, a rendermi così “facile” l’approccio – ricorda con un sorriso Cantella – chiamai lo studio di Londra chiedendo di parlare con Rogers, e dopo qualche tentativo riuscii nel mio intento. Con il mio inglese sgrammaticato e un italiano pessimo da parte sua, riuscimmo a fissare un appuntamento a Venezia, dove si doveva recare per un convegno da lì a qualche tempo. Mi ricevette sul bordo della piscina dell’albergo Cipriani, visionò i disegni, li ritenne interessanti”. Così partì l’avventurosa vicenda di un progetto che ha attraversato quasi 40 anni di vita, e che ora “avrebbe bisogno di alcune piccole revisioni che riguardano in buona sostanza non l’idea e il metodo, ma alcuni particolari tecnici che potrebbero aver accusato il cambiamento dei tempi”. Ad esempio, la linea di piena, fondamentale per decidere se vale la pena di compiere l’opera: ai tempi, si sta parlando degli anni ’80, la linea fu stabilita a 43 s.l.m. all’altezza degli Uffizi. Con il mutamento climatico, forse potrebbe essere cambiata: all’epoca, si calcolò che il percorso sarebbe finito sott’acqua per 18 giorni all’anno.

Ma l’opera è qualcosa di molto di più di un sentiero “architettonico” steso da Varlungo all’Indiano, di un parco lineare che offre soluzioni innovative come una passerella autoaffondante in caso di piena o la rilettura degli accessi al fiume pedonali ad ora completamente sommersi dalla vegetazione spontanea, o ancora un’occasione di recupero di una sapienza idraulica che riguarda anche i vecchi accessi di controllo delle volte su cui corre il lungarno di origine poggesca, o dell’occasione per rendere “attrattivo” per i fiorentini il loro fiume, magari immaginando sedute concave per i pescatori  con tanto di “portaesche” o teatri a gradoni degradanti verso l’acqua.

Intanto, l’asta fluviale come “spazio pubblico”. “Un punto su cui si basa il recupero del fiume e del contatto con l’acqua come quotidianità. La parola adatta? Dobbiamo “garganizzare” il fiume”. Cosa significa? Il Garga è stato una figura di riferimento per Firenze, popolo e intellettuali insieme. Dal suo ristorante in via del Moro, tutti i giorni, andava alla spalletta dell’Arno, scendeva la scaletta a pioli e si “godeva” l’Arno. Eppure, fu proprio il Garga a vedere addebitarsi una multa con tanto di processo penale e condanna per aver piantato, in quel terreno sabbioso di riva d’Arno, un roseto e un salice. Un’idea, quella di “restituire” il fiume alla gente di Firenze, che ebbe poi completo compimento con la grande festa, che si tenne nel ’96, di “inaugurazione” della “platea” della Pescaia di Santa Rosa a Vasco Pratolini. Una platea che, secondo gli architetti Rogers e Cantella era una terza piazza tra la Piazza Ognissanti e la piazza di San Frediano in Cestello. “Tutto cominciò una sera dal Garga – racconta Cantella – quando ci ritrovammo, un po’ alticci, con Tiziano Terzani e Aldo Rapisardi, oltre ovviamente all’anfitrione. Cominciammo a pensare che al grande Pratolini la sua città non aveva ancora tributato neppure una strada. Questa era una cosa che non potevamo mandar giù. Allora da lì, nacque l’idea dell’intitolazione a Pratolini dello spazio della Pescaia. Fu una grande festa, messa in atto qualche tempo dopo: il tempo di far preparare la lapide di marmo (ancora presente sul posto) da un marmista amico del Garga, di far intervenire i figuranti del Calcio Storico, le chiarine, persino l’abate di San Miniato a Monte che santificò la festa”.

Insomma, “garganizzare”. Vale a dire, non soltanto con “installazioni effimere che pure sono importanti, pagate da grandi brand e a invito. Nessun argomento in contrario, se non quello che, accanto a queste iniziative, il fiume dev’essere reso “amico” per tutti coloro che vogliono intraprendere un percorso accanto alle sue acque, alla corrente che passa”. Ai tramonti meravigliosi che si specchiano dentro l’acqua e a quell’affascinante città capovolta che spedisce su un altro piano il viso della città reale.

“Garganizzare”, e si torna al progetto. Perché lo spirito è questo: riavvicinare. Lo dice quel lungo percorso che prevede l’uso di barconi per discenderlo, in modo da far arrivare a Firenze, dal parcheggio per bus di Varlungo, i turisti per via fiume. “Approdare a Firenze”. Per le due cerniere delle Pescaie, si sbarca, si scende su passerelle, si mette piede nel suolo per ripartire sulle sponde e sull’acqua. Oppure la previsione di strutture galleggianti, la risistemazione dello spazio in modo da accogliere e attrarre. Con un riferimento lievemente polemico ” a chi si è impadronito del fiume”, magari mettendo cancelli per impedire l’ingresso. Un percorso che si rivolge alla collettività, che esclude l”esclusività. Inclusivo dunque, non esclusivo.

E il “pericolo” dell’Arno? L’Arno è anche quello che nel ’66 si abbatté sulla città, spazzandola di colpo e creando una frattura per molto tempo indelebile fra coloro che abitavano sulle sue rive. Riprendendo dal “percorso”; senza dubbio, come dice Cantella, “il percorso non è solo un viaggio fisico, ma è il ripristino di un rapporto affettivo che include anche il viaggio, l’andare, la scoperta”. Allora, il pericolo, crediamo di intuire, è il pericolo dell’acqua che non si imbriglia e non si blocca, che fluisce superando ostacoli e freni. Non se ne può fare a meno e può essere letale. Come la libertà.

Foto: disegni gentilmente concessi dall’architetto Claudio Cantella

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