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Arriva Agnes Heller, testimone del nostro tempo Opinion leader

Si tratta di un’intervista autobiografica che è stata curata da Francesco Comina e Luca Bizzarri del “Centro per la pace” di Bolzano (e stampata da pochissimi giorni dalla casa editrice “Il Margine” nella collana “Viva Voce”).
Il prossimo 6 Settembre Ágnes Heller sarà eccezionalmente a Firenze (Biblioteca delle Oblate, Via dell’Oriuolo 26, ore 17.30) nell’ambito di un incontro promosso dalla rivista “Testimonianze” e dall’Associazione “Politica e Società” e coordinato da Simone Siliani; il dialogo con la pensatrice della “teoria dei bisogni” si svolgerà in forma di intervista (condotta da chi scrive). Interverrà anche la senatrice Vittoria Franco (che dell’opera della pensatrice ungherese è una studiosa), mentre il vicesindaco Dario Nardella porgerà alla Heller il saluto della città di Firenze.

Alla città ed all’immagine di Firenze, Ágnes Heller è, peraltro, legatissima. Vivo è, in lei, il ricordo della sua prima venuta (in anni lontani) nella città di Dante e del Brunelleschi. Era un tempo in cui ottenere il permesso per uscire da un paese del “socialismo reale” di osservanza sovietica (come era allora la sua Ungheria) era complicatissimo. L’arrivo in città come Venezia e Firenze fu, dunque, una sorta di agognato evento. Un incanto che si dischiudeva. Anche se si trattava di un incanto che doveva fare i conti con la penuria di mezzi ed il desolante vuoto delle tasche della promettente filosofa e del suo consorte di allora. Al punto che del buon caffè espresso italiano, di cui erano avidi, i due coniugi non potevano permettersi di bere più di una tazzina al giorno. Come che sia, alla Heller, l’Italia e la sua storia ispirarono un ponderoso libro intitolato “L’uomo del Rinascimento” (pubblicato negli anni settanta). Suoi interlocutori, nel corso del tempo, sono stati, tra l’altro, numerosi ed importanti intellettuali italiani, come Gianni Vattimo, Massimo Cacciari, Laura Boella, Pier Aldo Rovatti e Vittoria Franco.

Ha conosciuto,  come lei stessa ricorda, anche Ernesto Balducci, “che aveva un’oratoria straordinaria” e che sosteneva che l’ “interpretazione di Marx a partire dai bisogni fosse una straordinaria opzione per una lettura anche cristiana del marxismo”.
Ricordo personalmente, del resto, come alcune opere della stessa Ágnes Heller e di altri autori di quella che era stata definita come “Scuola di Budapest” (sviluppatasi sotto l’influenza di un grande pensatore come György Lukács), facessero da riferimento critico al lavoro che la rivista “Testimonianze” ha fatto, a Firenze, negli anni ottanta, nell’ambito dei Convegni “Se vuoi la pace prepara la pace”. Non erano teneri, la Heller e i suoi compagni (in opere come “Apocalisse atomica”), che pure muovevano da idee nettamente “di sinistra”, con le posizioni di un certo pacifismo, ritenuto troppo unilaterale e poco attento alla situazione dei diritti umani nei paesi del Blocco sovietico. Ma furono anche le loro riflessioni a spingere il dibattito dei movimenti per la pace verso nuovi approdi, al dialogo con i “dissidenti” ed i “movimenti indipendenti” dell’Est ed ad una più netta contestazione dell’ “ordine di Yalta” fondato sulla divisione dell’Europa. Quell’ordine che il crollo del Muro e le “rivoluzioni di velluto” del 1989 avrebbero definitivamente scompaginato. Ne “La dittatura sui bisogni”, Ágnes Heller (insieme a Ferenc Fehér e György Márkus) avrebbe criticato ferocemente l’irrazionalità dell’economia pianificata di tipo sovietico. Ma nel libro che l’ha resa famosa nel mondo ( “La teoria dei bisogni in Marx”) ha proposto anche una lettura radicalmente critica del capitalismo. In vista di un’organizzazione della vita e della società che, più che sugli interessi, sia fondata sull’espressione dei “bisogni radicali”.
In tempi di crisi economico-sociale, la posizione originalissima di questa “giovane” pensatrice ultraottantenne, che invita a fuggire come la peste la compressione dittatoriale dei “bisogni” (cioè lo statalismo e le economie pianificate) e che, però, proprio a partire da questi critica l’assetto egoistico e tendenzialmente autodistruttivo del “pensiero unico” liberista che ha condotto il mondo in un vicolo cieco, è di una forza straordinaria.

Sta ai giovani,  nella dimensione di libertà che consegna all’uomo anche il grande tema della responsabilità (e la scelta di operare per il bene o per il male), confrontarsi con temi come quelli dell’ecologia, del consumo responsabile, degli indirizzi di una scienza, che non può essere certo “censurata” o limitata, ma che va correttamente indirizzata. Verso una “buona vita”, in cui l’etica del riconoscimento e del rapporto con l’altro sappiano determinare le strade dell’ “utopia concreta” di un mondo nuovo “possibile”.

Ha non solo teorie da proporre, Ágnes Heller. Ha una vita (intensa) da raccontare: il tempo e i drammi della Shoah (che la sua famiglia, di cultura ebraica, ha patito), i rapporti con il grande Lukács e con il comunismo, l’esilio dalla sua Ungheria, la nascita delle idee radicali sulla “teoria dei bisogni”. Una ricerca inesausta che, nella nostra epoca del “dopo-Yalta” e delle contraddizioni etiche e sociali del “mondo globale”, cerca nuove e percorribili strade.
“ I miei occhi hanno visto” è un libro, piccolo di dimensioni, come dicevamo, che predispone, però, ad emozioni intense ed a riflessioni incisive e preveggenti che Ágnes Heller si predispone a condividere con la “sua” Firenze.

Severino Saccardi

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