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Arte: le provocazioni esplosive di Mattia Moreni Cultura

Firenze – Suggestive visioni di un acuto interprete dell’arte come è stato Mattia Moreni. Dal 22 novembre 2019 al 10 gennaio 2020 la Galleria Il Ponte, a venti anni dalla sua morte, avvenuta nel 1999, presenta “Dal paesaggio al computer – opere ’50/’90”, una serie di 12 opere che meglio racchiudono la poetica dell’artista, dal periodo dell’esordio, negli anni ’50 – ‘60 fino agli anni novanta.

Un lungo percorso di attività artistica attraverso diverse forme stilistiche, dal naturalismo, all’astrattismo, al cubismo e all’informale, caratterizzato da pennellate dense di colori forti.  Come uomo fu fedele solo a se stesso,  restando schivo alle celebrazioni ufficiali e segnato da un autentico anticonformismo.

Ancora giovane diventa artista di fama mondiale e partecipa a tantissime esposizioni tra cui Kassel e la Biennale di Venezia. Molte sono le testimonianze a lui tributate da critici d’arte e collezionisti. Scrive Antonio Vanni, per la mostra antologica del 2007 Mattia Moreni. Il regressivo consapevole. Perché? : “Moreni ha dipinto tele che sono dei calci nello stomaco, domande indecenti e insolenti che ancora vibrano nell’aria, provocazioni che bruciano attuali sostenute dall’ironia con cui sono state scagliate…”

Le opere, di grandi dimensioni, segnano le varie tappe della sua ricerca, dalla visione naturalistica iniziale fino agli ultimi lavori, dove l’intuizione di una realtà che sfugge all’umano è unita, provocatoriamente, a frasi di acuta perspicacia. Tele che sono una denuncia aperta alla società contemporanea.

La figlia, Maria Francesca, rievoca un ricordo molto intimo del padre che racchiude il nucleo e la particolarità della personalità di Mattia Moreni.

Mi sono resa conto della disabilità di mio padre solo nel 2010, quando un’associazione di Torino che si occupa di disabili, mi ha cercata perché mio padre era stato scelto come esempio. Mio padre aveva una tremenda malformazione alla mano destra, ma io non l’avevo percepita. Da quel giorno ho iniziato a studiare cosa significa essere disabile, soprattutto nel periodo storico in cui lui ha vissuto. Infatti mio padre ha subito molte sopraffazioni, fu perfino allontanato dalla famiglia e visse in collegio”.

E continua: “Ho capito che la sua sofferenza formava la base del suo talento. Il suo patimento si era trasformato in abilità”.

Maria Francesca Moreni mi mostra una foto di Mattia bambino. Accanto a lui la madre che in un atto struggente protegge il piccolo coprendogli il moncherino.

Poi mi rivela un dettaglio rimasto impresso nella sua mente perché impensabile. Infatti Mattia Moreni era un critico acerrimo di tutto e di tutti e certamente spietato anche con le figlie.

Sul finire della sua vita, quasi ottantenne, Maria Francesca ricevette un complimento improvviso “Non sapevo che tu fossi così saggia”. Queste sono le parole più belle che la figlia ricorda di aver ricevuto da suo padre e riposano nella sua memoria come un dolce regalo, ma denotano anche un aspetto del suo complesso carattere.

Nato a Pavia nel 1920, Mattia Moreni si è formato presso l’Accademia Albertina di Belle Arti a Torino, dove si distingue per immagini a carattere introspettivo con accenti espressionisti. È del 1946 a sua prima mostra personale alla galleria La Bussola di Torino. Dalla seconda metà degli anni Quaranta Moreni volge la sua ricerca a una sintesi astrattiva. Più tardi entra a far parte del “Gruppo degli Otto” con Afro Basaldella, Renato Birolli, Antonio Corpora, Ennio Morlotti, Giuseppe Santomaso, Giulio Turcato ed Emilio Vedova, che, sotto la guida di Lionello Venturi, si propone di superare la spaccatura tra realisti e astrattisti.

Con gli Otto partecipa alla Biennale di Venezia con una pittura astratto-concreta. Prosegue la sua ricerca attraverso un linguaggio informale e in poco tempo ne diventa uno dei più giovani protagonisti. Viene invitato a partecipare a numerose mostre di livello internazionale.

Nella sua indagine Moreni scopre la decadenza della società contemporanea, il decadimento, morte e splendore e diventano i temi dei suoi lavori dai toni iconici ed erotici. Dal 1966 si stabilisce a Brisighella dove, schivando i rapporti sociali si dedica all’autoritratto, e a figurazioni umanoidi, o automatismi sempre completati da frasi scritte a mano libera.

Negli ultimi anni sono gli oggetti a umanizzarsi come a prevedere la sostituzione di rapporti umani con strumenti tecnologici.

 

Foto: Ah, la povera anguria d’inverno come un’immagine penosa, 1965, olio su tela / oil on canvas, 171×171 cm

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