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Artigiani di strada: “Un registro OPI per sottrarci all’invisibilità” Breaking news, Economia

Firenze – E’ proprio a Firenze, conosciuta in tutto il mondo come patria del sapere e della creatività artigianali, che una intera categoria di creativi e artigiani, custodi di un sapere prezioso e unico, rischiano di essere cancellati. A lanciare l’appello per tutta la categoria, è l’Associazione Artigiani di Strada, che, a seguito di alcuni incontri tenutisi con l’amministrazione fiorentina per richiedere tutela e il rispetto dei propri diritti, sta affondando in un silenzio che gli stessi associati definiscono “incomprensibile”. E che, in una certa misura, si amplifica con l’irruzione del coronavirus.  Anche se, come spiega Giovanni Rubattu dell’ Associazione, la vicenda era già ben nota prima della pandemia, ed era già giunta a un livello di urgenza ed emergenza, in particolare per quanto riguarda il territorio fiorentino. Infatti, come rappresentato dai portavoce di queste particolarissime figure di lavoratori alla commissione comunale 2 (presidente Enrico Conti), “L’introduzione del nuovo codice del commercio della regione Toscana ha prodotto alcune interpretazioni estremamente limitative che rischiano di cancellare centinaia di esperienze creative e intellettuali del territorio”. 

Un problema ancora più incomprensibile, spiegano ancora dall’Associazione, se paragonato a ciò che è avvenuto in molte altre città, che hanno regolamentato questa attività con la creazione di un apposito “registro degli OPI”, dove l’acronimo sta a indicare “operatori del proprio ingegno”. La definizione precisa di che cosa sia un artigiano OPI la si ritrova nel manifesto che si può leggere nel sito dell’Associazione, in cui si ribadisce che “Ideazione, creazione e vendita diretta sono elementi inscindibili del nostro lavoro”. Di fatto dunque, un artigiano di strada non è un “museo che racconta soltanto di antichi mestieri”, bensì qualcosa che salvaguarda il “saper fare” inteso come bene collettivo, conoscenza di materie antiche e nuove, fucina di idee  che ripensano forme di sostenibilità e che riescono  a immaginare  “nuovi oggetti non schiacciati dall’omologazione delle merci a basso costo”. La prerogativa di queste attività è  l’auto-lavoro, che organizza liberamente i modi e i tempi per l’attività lavorativa, un lavoro in proprio che non è attività d’impresa. “La produzione – spiegano ancora dall’Associazione – avviene nelle nostre abitazioni o in laboratori in zone non di pregio, per questo riteniamo necessario poter accedere liberamente (con la sola domanda di concessione di suolo pubblico) ai nostri mercati ed alle nostre piazze tradizionali. Non possiamo essere considerati artigiani all’interno dei nostri laboratori e sottostare alle leggi sul commercio quando ci troviamo al di fuori, equiparando in questo modo chi compra e rivende beni con chi produce in proprio. Non siamo imprenditori artigiani così come definito dalle leggi sull’artigianato, non facciamo cioè lavorazioni in serie, standardizzate, automatizzate. Il nostro lavoro non può essere considerato un’impresa tout court, con identici oneri burocratici e contributivi. Non contempliamolo sfruttamento altrui e siamo l’alternativa concreta a quel modello di crescita forsennata stabilito dal sistema economico attuale, perché quel sistema opprime e limita fortemente l’attività e soprattutto la creatività. Il nostro lavoro non è improntato a produrre tanto nel minor tempo e costo possibile. Non usiamo capitale per produrre altro capitale, per questo, l’impresa anche quando artigiana è diversa dall’artigiano manuale”. 

Dunque, un vero e proprio modo alternativo di ideare, produrre, vendere. Una modalità riconosciuta in altre città, ma cui l’amministrazione fiorentina ha deciso di imporre l’obbligatorietà della Partita Iva, iscrizione alla camera del commercio e Durc, per la partecipazione a qualsiasi evento fieristico. “La scelta – dicono ancora gli artigiani – è secondo noi e incomprensibilmente, di chiusura”. Tanto più che dalla Regione, come indicano nella relazione tenuta a marzo davanti alla commissione 2 del Comune di Firenze, è arrivato un chiarimento preciso: “il Codice del Commercio (L.R. 62/2018) disciplina solo le attività commerciali a carattere professionale; esclude dall’applicazione chi vende le proprie opere d’arte e dell’ingegno a carattere creativo; la legge regionale non obbliga ad acquisire la partita IVA né tanto meno impedisce lo svolgimento di manifestazioni specificamente destinate alla vendita dei prodotti di carattere creativo da soggetti non professionisti”. 

A questo specifico intervento, che secondo gli artigiani dovrebbe tagliare la testa al toro, si aggiunge il fatto che, trattandosi di attività non continuative, cosiddette opere dell’ingegno creativo, la disciplina di legge esiste già, in particolare nell’art. 2575 del CC e dal D.Lgs. 31-3-1998 n. 114

Non solo. “Fra le amministrazioni che nel territorio nazionale hanno dato regolamentazione a questo settore attraverso i registri dell’OPI – ricorda Rubattu – sottolineiamo il registro del Comune di Genova, del luglio 2015, che, richiamando all’art. 1 i principi costituzionali degli art. 9 e 33 della Carta fondamentale, promuovere cioè lo sviluppo della cultura e la libertà dell’arte, la coesione sociale, la riqualificazione urbana, la promozione turistica della città, lo sviluppo di nuove professionalità, è riuscito a dare una regolamentazione che mette in luce in modo ordinato e preciso tali attività”. il che significa, in altre parole, sottrarre all’invisibilità un mondo intero fatto di tradizione e innovazione, creatività e abilità manuale. Insomma, l’artigianato tout court.

“Ancora una parola sulla definizione che abbiamo adottato – spiega Rubattu – artigiani di strada ci è sembrato un modo opportuno per una sintesi più efficace fra Artigianato fatto a mano, con caratteristiche artistiche e di unicità, e Opere dell’ingegno così come definito in precedenza. Questo è anche il senso dei vari registri degli OPI, e in sintonia con i chiarimenti espressi attraverso la risoluzione del Ministero dello Sviluppo Economico (MiSE) n. 224879 del 5 novembre 2015″. 

“Le nostre esperienze e le nostre attività rispondono pienamente alle linee guida sulla valorizzazione dell’artigianato manuale e sulla salvaguardia degli antichi mestieri, che tanto stanno a cuore all’amministrazione comunale”, ricorda ancora Rubattu. 

Tirando le fila, gli artigiani di strada, pur al momento invisibili sul territorio fiorentino, non solo esistono, ma costituiscono un’importante modalità di ideazione, realizzazione e vendita diretta che, oltre a essere prezioso deposito di saperi e altrettanto prezioso incubatore di idee innovative, è anche la messa in pratica di un concetto di lavoro alternativo, sostenibile, umano.

Un serbatoio di importanza vitale in particolare di questi tempi, da cui parte un appello pressante: “Chiediamo all’amministrazione fiorentina di adoperarsi affinché vengano garantiti tali diritti, per arrivare ad una regolamentazione del settore. Da parte nostra crediamo che una delle soluzioni più efficaci, potrà essere ad es. la creazione di un registro degli OPI, sul modello ad es. di quello di Genova, una apertura con regole precise, non indiscriminata e con un numero di eventi limitato (24 quelli indicati a Genova), garantendo in questo modo il carattere non continuativo di tale attività, così come previsto dalle vigenti normative”. 

Foto: copertina, opera di Giò Segatura, per la proposta di una mostra, lanciata dall’associaizone Artigiani di Strada, intitolata “Quarantena”; all’interno, immagini dal sito http://www.artigianidistrada.it/

L’elenco degli artigiani che si possono contattare sul sito:

 

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