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Artigiani e piccoli commercianti, in Toscana oltre 12.500 chiusure in otto anni Breaking news, Economia

Firenze – I dati, resi pubblici dall’Ufficio studi della Cga di Mestre, non lasciano spazio a molti commenti. Partendo dalla Toscana, che tutto sommato non realizza neppure la performance peggiore a livello nazionale, la gravità delle perdite nel settore artigianato e negozi di vicinato è evidente: dal 2009 al 2017 hanno abbassato la saracinesca 12.563 unità, pari a un meno 10,6 punti percentuali. Un indice evidente delle difficoltà non ancora risolte che affliggono il settore.

Se la Toscana contempla una situazione negativa, il Sud si trova in situazione disperata. “Sempre dal giugno del 2009 allo stesso mese di quest’anno – sottolinea la nota – la diminuzione è stata del 12,4 per cento: Sardegna (-17,1 per cento), Abruzzo (-14,5 per cento), Sicilia (-13,5 per cento), Molise (-13,2 per cento) e la Basilicata (-13,1 per cento) sono state le regioni che hanno subito la contrazione più forte. In termini assoluti, invece, è la Lombardia (-18.652) il territorio che ha registrato il numero di chiusure più elevato. Seguono l’Emilia Romagna (-16.466), il Piemonte (-15.333) e il Veneto (-14.883). Anche nell’ultimo anno la contrazione del numero delle imprese artigiane attive nel paese ha interessato tutte le 20 regioni d’Italia”.

Tirando le fila, a livello nazionale negli ultimi 8 anni hanno chiuso quasi 158.000 imprese attive tra botteghe artigiane e piccoli negozi di vicinato. “Di queste – giunge dall’Ufficio studi della Cgia veneta –  oltre 145.000 operavano nell’artigianato e poco più di 12.000 nel piccolo commercio”. La perdita di lavoro stimata a seguito di queste chiusure, è  poco meno di 400.000 addetti. Fra le cause principali, oltre la crisi, il calo dei consumi, le tasse, la burocrazia, la mancanza di credito e l’impennata del costo degli affitti, elenca il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo.  “Se, inoltre, teniamo conto che negli ultimi 15 anni le politiche commerciali della grande distribuzione si sono fatte sempre più mirate ed aggressive, per molti artigiani e piccoli negozianti non c’è stata via di scampo. L’unica soluzione è stata quella di gettare definitivamente la spugna”.

Una caduta che non si arresta. Negli ultimi 12 mesi, informa la Cgia, “tra il giugno di quest’anno e lo stesso mese del 2016 il numero delle imprese attive nell’artigianato e nel commercio al dettaglio è sceso di 25.604 unità (-1,2 per cento)”.

“In questi ultimi 8 anni – sottolinea l’associazione artigiana –  lo stock complessivo delle imprese attive nell’artigianato è costantemente sceso da 1.463.318 a 1.322.640, le attività del commercio al dettaglio, invece, sono diminuite in misura più contenuta. Se nel 2009 erano 805.147, nel giugno di quest’anno si sono attestate a quota 793.102. Le categorie artigiane che dal 2009 hanno subito le contrazioni più importanti sono state quelle degli autotrasportatori (-30 per cento), i falegnami (-27,7 per cento), gli edili (-27,6 per cento) e i produttori di mobili (-23,8 per cento). In contro tendenza, invece, il numero di parrucchieri ed estetisti (+2,4 per cento), gli alimentaristi (+2,8 per cento), i taxisti/autonoleggiatori (+6,6 per cento), le gelaterie/pasticcerie/take away (+16,6 per cento), i designer (+44,8 per cento) e i riparatori/manutentori/installatori di macchine (+58 per cento)”.

Ma cosa si potrebbe fare per invertire la tendenza? “Al di là della necessità di rilanciare la crescita e conseguentemente anche l’occupazione – spiega Renato Mason segretario della CGIA – è necessario recuperare la svalutazione culturale che ha subito in questi ultimi decenni il lavoro artigiano. Anche se bisogna evidenziare che attraverso le riforme della scuola avvenute in questi ultimi anni, il nuovo Testo unico sull’apprendistato del 2011 e le novità introdotte con il Jobs act, sono stati realizzati dei passi importanti verso la giusta direzione, ma tutto ciò non è stato ancora sufficiente per invertire la tendenza”.  Se la rivalutazione culturale sarà necessaria, è tuttavia imprescindibile dalle nuove tecnologie, che rappresentano anche una straordinaria opportunità per la figura professionale dell’artigiano.

Tornando alle cause che hanno determinato la mattanza di questi ultimi otto anni, una determinante è il ruolo dei consumi delle famiglie. Il calo dei consumi famigliari, che pur tuttavia negli ultimi tre anni ha dato segno di ripresa, ha penalizzato fortemente attività dirette per la maggioranza al consumo domestico. Del resto, la ripresa dell’ultimo triennio è andata a beneficiare quasi esclusivamente  la grande distribuzione organizzata. “Dal 2006 al 2016, ad esempio – si legge nella nota –  il valore delle vendite al dettaglio della piccola distribuzione (artigianato di servizio e piccoli negozi di vicinato) è crollato del 13,1 per cento; nella grande distribuzione, invece, è aumentato del 6,2 per cento. Questo trend è proseguito anche nei primi 6 mesi di quest’anno: mentre nei supermercati, nei discount, nei grandi magazzini le vendite sono aumentate dell’1,3 per cento, nei piccoli negozi la diminuzione è stata dello 0,6 per cento”.

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