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Futuro dell’High-Tech: artigiani “tecnologici”, manifattura “digitale” e innovazione “aperta” Innovazione

Firenze – Forse sarà possibile, e la Toscana si sarà così guadagnata un posto nel futuro: grazie ai suoi “artigiani tecnologici”, alle sue aziende manifatturiere “culturalmente” digitali e magari alle piattaforme “abilitanti per l’open innovation”. Non è un marziano che parla, ma Andrea Di Benedetto, vicepresidente nazionale della Cna nonché presidente del Polo Tecnologico di Navacchio. Imprenditore a sua volta.

E quello che, in occasione della presentazione del sesto rapporto annuale sull’Alta tecnologia in Toscana prodotto dall’Osservatorio imprese High Tech Toscana, è stato illustrato da Di Benedetto ha il sapore di un lancio del guanto per i prossimi anni, sia per quanto riguarda il settore dell’Alta tecnologia toscana, sia per il ruolo cui è chiamato il settore pubblico, tradizionalmente presente in regione sul settore. Tant’è vero che, come ha ricordato l’assessore regionale Gianfranco Simoncini presente al convegno, non solo la Regione Toscana ha investito e continua a investire, in particolare con fondi europei, sulla ricerca e innovazione ma ha anche “scelto” le aziende su cui appuntare i contributi grazie alla loro dinamicità. Sì, perché, come rivelano i dati dell’osservatorio, alcune aziende in periodo di piena crisi sono riuscite grazie a innovazioni e ricerca a crescere sia come estensione e numero di addetti che come mercato e dunque introiti.Ma questo in un certo senso è già il passato. Infatti, sebbene la lista degli “aiuti” della Regione sia lunga e programmata anche per gli anni a venire, è interessante scoprire con quali modalità e verso dove si stia indirizzando lo sviluppo delle imprese e delle start-up, che comunque sono una galassia molto presente e folta in regione. Ed ecco che qualche chiave per leggerne il movimento viene proposta da Di Benedetto, allo stesso tempo analista e studioso, rappresentante delle imprese e soggetto imprenditoriale.

Il primo step proposto è allora quello degli artigiani tecnologici. Cosa significa? Questo: a differenza di altri ecosistemi, quello toscano ha dovuto fare di necessità virtù supplendo alla mancanza di capitali finanziari con una copiosa messe di capitale umano. Si tratta di microimprese o piccole imprese (fra i 10 e i 50 addetti) che si sono “inventate” una modalità di innovazione legata al capitale umano. La mancanza di soldi, insomma, soldi che permettono l’innovazione “spinta” in California, ha costretto le aziende “artigianali” toscane a ricorrere a quella copiosa messe di capitale umano che viene prodotto da università e poli tecnologici. Una modalità alternativa a quella californiana, un modello toscano che tuttavia non va esente, come avverte Di Benedetto, da un rischio che è anche il rovescio della medaglia: se infatti le modalità illustrate diventano limiti che costringono l’impresa a restare nana, incapaci di permetterne e spingerne la crescita sia a livello di unità che di spin off, ciò che poteva sembrare un vantaggio tutto toscano diventa un limite che imbriglia le nostre imprese. Un rischio che potrebbe essere evitato, suggerisce Di Benedetto, se le imprese in questione costituiscono una sorta di “brodo di coltura” in cui fermentano e nascono innovazioni, ricerca e idee. Insomma una sorta di “incubatori” di idee, che possono “trainare” imprese più grandi dando un fondamentale contributo all’allargarsi e alla messa in produzione di innovazione.

Se questo presuppone da un lato la capacità delle microimprese e start up toscane di fare rete, come del resto si comincia a intravedere dai dati riportati nelle slide che hanno preceduto la discussione, l’altro presupposto è la presa d’atto di un elemento preciso, vale a dire che ormai la competizione non è più sul prodotto innovativo finito, bensì tende a spostarsi a monte, alla radice stessa dell’innovazione. Questo si riverbera anche sui fondi europei, che richiedono sempre di più progetti innovativi per essere aggiudicati. Da questo punto di vista, la Toscana, a detta di Di Benedetto, non si presenta “benissimo”, anche se possiede un grande potenziale. E il potenziale toscano si può sintetizzare in una sorta di “intuizione” che è anche il secondo step del discorso di Di Benedetto: la necessità di lavorare su start up culturalmente digitali ma che si occupano di manifatturiero. Ed ecco cosa significa: essendo in Italia impossibile ricreare quell’ecosistema di cui godono le imprese californiane, vale a dire grossi capitali finanziari, è necessario che le start up italiane sfruttino la grande tradizione manifatturiera locale infiltrandola per così dire nella modalità della cultura digitale. Non solo teoria: infatti, come ricorda Di Benedetto, esempi concreti di questo atteggiamento sono già in essere ad esempio in Emilia Romagna, in particolare a Bologna, nel settore del “food”, dove già esistono realtà che sono digitali nella cultura, non nei prodotti. Il che significa in concreto mettere insieme partner di capitali, metodo digitale (la “cultura”) e prodotti del manifatturiero.

Sì, ma come? Ed è su questo punto che viene in essere il terzo step. Vale a dire, la necessità di creare “piattaforme abilitanti per l’open innovation”. Cosa significa? Innanzitutto, è utile chiarire di cosa si parla quando si cita la open innovation, vale a dire l’innovazione aperta invece di quella chiusa (che fa ancora, sia detto per inciso, la parte del leone). Dunque, l‘innovazione chiusa è quella che si basa sostanzialmente sulle risorse umane e finanziarie interne all’azienda, la quale sviluppa l’idea e compie la ricerca, fino a giungere al prodotto e alla sua commercializzazione. Questo è il metodo tradizionale dell’innovazione. Ma da qualche tempo, il discorso, in considerazione anche delle piccole dimensioni delle start up ad esempio, che sono vere e proprie “reti” di pesca per idee innovative, sta cambiando, visto la scarsa possibilità di investimento delle pmi, o le loro limitazioni per quanto riguarda, ad esempio, lo sviluppo della ricerca o la costruzione tecnica del prodotto. E’ in questi casi che si afferma la cosiddetta innovazione aperta, in cui i soggetti che intervengono per la realizzazione dell’innovazione sono diversi fra loro, fino al raggiungimento di spin-off tecnologici e out-licensing che vanno in direzione di una commercializzazione che si rivolge sì al mercato attuale (come la maggioranza assoluta del “prodotto” innovativo tradizionale) ma anche verso nuovi mercati o mercati di imprese partner.

Trasportando questo punto sulla questione delle “piattaforme abilitanti” si va a gettare una forte luce di novità rispetto ai luoghi “fisici” dell’innovazione, pensati e sperimentati secondo principi ormai appartenenti al secolo scorso, che vedono nei Poli e nelle sedi universitarie un terreno di coltura e sviluppo per innovazioni che vengono poi riportate secondo una logica temporale “sequenziale” alle imprese. Una temporalità che ormai risulta “lenta” e che dovrà essere rimpiazzata dalla “contemporaneità” di idee, ricerca, sviluppo e creazione fisica dell’innovazione. Tutto insieme fino a cambiare profondamente lo stesso rapporto che intercorre fra privato e pubblico, fra imprese e università, portandolo (secondo segnali che già si colgono) a una forte interazione che renda il processo biunivoco e veloce.  

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