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Aspettando Franco Ballerini alla Parigi – Roubaix Opinion leader

Aspettavamo Franco Ballerini, il cugino di Elisabetta che la tribù dei cugini ha sempre chiamato Lisetta. E Franco arrivava sempre e noi dietro a lui con il fiato sospeso fino all’arrivo della corsa, sulla pista di Roubaix. A volte la sua figura possente  usciva dalla mota che gli si attaccava alle ruote e sobbalzava sulle pietre scivolose del pavè quando lui si spostava dalla banchina verso il centro della strada, se così si può chiamare quella specie di mulattiera.

A volte quando la corsa capitava in una bella giornata, la sagoma inconfondibile di Franco bucava la nebbia di polvere che velava il sole. Lui era sempre tra i primi e noi si aspettava il suo attacco decisivo che prima o poi arrivava. E allora era uno spettacolo vedere quando partiva e staccava gli avversari, gente come Mouseew  e  Plankaert,  grandi campioni che correvano nelle strade di casa, oppure quando, fermato da una foratura, inseguiva fino allo spasimo, con quel suo stile ‘rotondo’ che ha sempre mascherato lo sforzo. Mi affascinava il miracolo di come riusciva ad essere ‘tuttuno’ con la bicicletta, a trasformare la forza in leggerezza, al punto di dare l’impressione che le sue ruote sfiorassero appena quella strada che sapevamo terribile. Franco mi ricordava Fausto quando il campionissimo spianava le salite con quel suo stile leggero come una sinfonia di Mozart.

In quei pomeriggi  il tempo si fermava. Tornavo alla mia infanzia quando le corse le sentivo alla radio. Allora ‘l’infer du nord’ lo immaginavo così. Paesini di minatori tra le colline nate dalle scorie del carbone, ai confini con il Belgio ed il terribile pavé: stradine strette lastricate di cubetti di porfido sconnessi, che tagliano le gomme come il burro, spezzano i polsi e rintronano il cervello. Di lato c’è la banchina, una striscia di un metro appena di polvere nera, che quando piove, diventa una melma che si appiccica alle gomme come fosse mastice, polvere di carbone fine come cipria, che ti arrossa gli occhi, ti entra nel naso, nella gola, ti penetra nei polmoni, nei pori della pelle. La stessa polvere che aveva respirato lo zio Averaldo, il fratello maggiore di Evandro, il babbo di Franco. Lo zio Averaldo nel dopoguerra aveva fatto il minatore e aveva corso in bicicletta proprio su quelle strade, vincendo anche una gara. I fratelli Ballerini la bicicletta l’avevano nel sangue. Evandro aveva corso da dilettante e continuò come cicloamatore fino a quando un infarto lo fece morire proprio in bicicletta. Non ce la fece neppure a vedere suo figlio vincere a Roubaix la prima volta. Averaldo glielo aveva detto un giorno “I’ tu’ figliolo è un campione vero. Un giorno lo sentirai alla televisione all’arrivo della  Parigi-Roubaix. Un uomo solo è al comando, il suo nome è Franco Ballerini !”.

Tredici anni passati come in un attimo a vedere Franco alla Parigi-Roubaix,  chi alla televisione come noi, chi sulle strade del Belgio come i suoi zii e i suoi cugini che prendevano le ferie per seguirlo nelle corse del nord. Qualcuno ha definito i Ballerini  ‘una famiglia a due ruote’. Fu in quelle primavere fredde e spesso piovose, tra quella gente assiepata sui ‘muri’ che loro chiamano ‘cotes’ e lungo i tratti di pavè, che Franco Ballerini diventò famoso. Tutti si ricordano di quel pomeriggio che, arrivato al velodromo della sua ultima Roubaix,  lui si apri la maglia della Mapei: Mercì Roubaix. Allora tutti gli spettatori si alzarono in piedi e lo avvolsero di applausi.

E altri nove anni li abbiamo passati attaccati alla televisione,  in quei fine settembre, a volte era già ottobre, a vedere i suoi mondiali con i suoi azzurri, di cui era guida e compagno. Elegante nelle sue divise sportive, disinvolto nelle interviste e preciso fin nelle virgole, sobrio nelle numerose vittorie e nelle rare sconfitte, degno allievo di Alfredo Martini, il suo mastro, che lui amava come una figlio.
L’ultima immagine che ho di Franco, sorridente e gentile, è quella che mi ha lasciato qualche anno fa in quel pomeriggio di maggio, alle Cascine. Arrivava la tappa del Giro d’Italia.  Simone mi portò da lui, davanti alla tribuna, prima dell’arrivo dei corridori,  insieme a Giulio, il mio nipotino più grande. Ci facemmo anche una fotografia insieme. Quando Franco mi dette la mano mi fece impressione  sentire la mia mano quasi sparire nella sua. Aveva le mani grandi e forti come quelle dei contadini e degli operai, come quelle dei suoi cugini Aldo e Alberto che ho conosciuto a Le Maschere, dove Franco ha vissuto fino a quando non si è trasferito a Casalguidi, il luogo dove è cresciuta la sua nuova famiglia con Sabrina e i suoi figli Giammarco e Matteo.

A Le Maschere sono andato a vedere la scultura che Alberto sta terminando e che ritrae la sagoma di Franco in bicicletta. E’ il suo regalo per i mondiali di Firenze. Alberto scolpisce la pietra serena con l’abilità e la  forza con cui Franco stringeva il manubrio sulle pietre del pavè. Sono  mani come quelle dello zio Ermanno che costruisce biciclette da corsa su misura e guida i ragazzi e le ragazze della ciclistica Gastone Nencini. Sono le mani della gente come questa che ancora tengono in piedi l’Italia.

Franco Quercioli

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