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Assandira di Mereu: thriller dell’anima con i colori del sogno Cinema

Firenze – Dal primo fotogramma siamo immersi da subito nel cuore di un dramma dramma: tutto sembra già successo, compromesso, siamo in un inferno più feroce di quello dantesco, il film inizierebbe quando tutto è già finito, irrecuperabile. Sembra almeno, all’inizio. Poi, dopo il primo quarto d’ora, tutto assumerà ben altro splendore, colore e vita, sia  vera che fiabesca. Intanto si vede il protagonista Costantino (Gavino Ledda) aggirarsi inebetito nella livida fanghiglia, per adesso il colore predominante è un blu sporco mischiato al grigio, battuto dalla pioggia impietosa. Assieme ai carabinieri arrivati in soccorso, Costantino tira fuori resti informi di animali, arti bruciati e sanguinolenti, natura morta e ancora pulsante, possiamo avvertire persino l’odore di questa carne carbonizzata, altra già in decomposizione. Voce fuori campo il delirio di Costantino, non sappiamo ancora cosa è successo, perché è successo, non sappiamo addirittura se è veramente successo.

In queste immagini aleggia forte una sospensione di realtà: quello che ci scorre sotto gli occhi esiste davvero, o è un incubo generato dal flusso di coscienza di C. ? “ Il fuoco e l’acqua non sono riusciti a portarsi via tutto”, poi contraddetto da “il fuoco ha bruciato tutto quello che c’era da bruciare”: in realtà nella mente e nel cuore in tempesta di C. – capiremo solo al termine di un lentissimo doloroso disvelamento lungo tutto il film – le due cose non sono affatto contraddittorie, ma convivono per sempre nel cuore e la mente del protagonista: i focherelli arderanno ormai sommessi, come simulacri di una paura e una speranza né sopite né riconciliate nei fondali del suo inconscio, dannato a scontare perenne i suoi vari ( e tra loro in conflitto) sensi di colpa

Infatti dopo il blu/ grigio, in una nebbia di fumo, ora balenano anche fiammelle, ma sono solo pallide silhouette, sagome sbiancate su uno sfondo ocra: mere proiezioni fantasmatiche di un  rogo reale che si è invece comunque consumato. Ma ne siamo certi? Ma siamo sempre e comunque serrati all’interno dell’incubo. Nella fanghiglia di cose morte e decomposte appare improvviso, come un sacco tra gli altri, anche il corpo senza vita del figlio, soprattutto perturba il suo viso sporco e stravolto, e allora il tema padre-figlio evoca l’antica tragedia greca, ma con declinati fin da subito con tratti del tutto inediti ed originali. Il padre prende Mario tra le braccia componendo una pietà tutta al maschile e senza redenzione michelangiolesca, né la compostezza del Cristo morto del Mantegna. Invece questo poverocristo del figlio viene tutto scomposto, in mille modi non c’è pace per lui, e il genitore lo deve contendere con ferocia più volte dalle mani di monatti-per-caso che appunto se ne vogliono sbarazzare come un sacco dei rifiuti.

La sequenza di mani e braccia che si scalzano e incalzano meccanicamente a vicenda, è insostenibile e potente come il grido disperato di C. che non vuole che anche il suo Mario sia maciullato con tutte le bestie di un’Arca di Noè ormai dispersa, distrutta e vilipesa. La stessa cavallina bianca che poco per volta cede, e silenziosa, si abbandona alla terra, coi polmoni ormai bruciati, agonizzando con occhi smarriti di fronte all’ultimo soffio vitale che la lascia: è l’essere più bello, vivo, poetico di quel sogno chiamato Assandira, ma viene anch’essa violata senza pudore, appesa grottescamente a una gru, dalla cui altezza  rimpicciolisce a indistinto giocattolo di cartapesta, da rottamare al più presto.

Siamo finora nel campo del giallo, entra in campo  il detective, nelle vesti di un misuratissimo magistrato sardo ( Corrado Giannetti, notevole attore di teatro, unico professionista del film assieme ad Anna Koenig), sempre in punta di piedi davanti allo sconvolgimento di C., ma anche pacatamente determinato a  capire cosa è veramente successo, come si è propagato il fuoco, le varie dinamiche,  dai  protagonisti alle comparse, le contraddizioni, addirittura a un certo punto C. si autoaccusa di tutto (non creduto), in un’esorcizzazione liberatoria di tutto questo male, capro espiatorio e assieme sacerdote di un sacrificio di purificazione di un sacro non più sacro.

Sono i toni di un thriller, territorio di un giallo, che si rivelerà poi un giallo delle varie anime del film. E questi toni foschi e raggelanti connotano questo prologo del film , in un incubo devastante che ha posto fine a un sogno. O forse sta solo sognando di porvi fine. Ma è il sogno il cuore nascosto del film. Effimero, velleitario, ma sempre un sogno, e anche concreto e realizzabile, già realizzato in fondo, perché ha comunque suscitato persone che sono arrivata da fuori Italia , vi stanno abitando nel castello/ Assandira.  E i resti sparsi del rogo lo testimoniano bene.

E il film da thriller-noir-grigio-blu sporco prende ora i colori di questo sogno, dorato come il sole di Sardegna, che esalta i capelli biondi e gli occhi azzurri di Grete, la moglie tedesca di Mario. E’ lei l’altra grande protagonista di questo bellissimo intenso film, interpretata da Anna Koenig, l’unica attrice professionista in gioco (oltre a Giannetti) : un’Anita Ekberg meno divina e  più curvy e giunonica e maternale della diva felliniana che sirenava a Marcello nella fontana di Trevi: ma rispetto alla svedese, Grete è  infinitamente anche più sensuale e seducente. Perché la seduzione di Grete prende sensi e intelletto insieme, non si coglie nell’armonia del bello e delle forme oggi codificati, ma si sente pervasivamente al tatto, calore, olfatto, udito, tocca tutti  i tasti dell’immaginario e simbolico ; Vestale e assieme sacerdotessa, narratrice  e creatrice di Assandira, Grete è  seduzione attrezzata da una cultura che ben conosce le chiavi dei miti e la potenza delle immagini e dei riti; persino la cadenza tedesca della sua voce è flautata e sussurrata a enfatizzare ancor più l’ incantamento fiabesco in cui riesce a catturare gli altri nell’ affabulazione delle sue visioni e nei suoi desideri. Grete seduce tutto e tutti, prima col suo occhio fotografico (è una reporter d’arte) e poi a cascata, come un fiume in piena, le sue foto diventano inarrestabili disegni, progetti di case ed eventi, di un turismo “culturale” e bucolico: Assandira appunto.

Grete t’ammalia e ti fa sognare nella stalla la mungitura soave delle pecore, la delicatezza con cui il pastore ne titilla i capezzoli, chiede silenzio religioso ai turisti, “affinché la bestia stia serena e ci dia il latte buono”. “Perché la pecora”, sussurra Grete, “è anche compagna e consolatrice del pastore”; e qui la mdp indugia sull’ eloquente muto sarcasmo del viso di Gavino Ledda/ Costantino che rivive invece , fuori della farsa – mentre Grete flauta ed incanta-  il suo vero brutale rapporto con le pecore , e riscova  gli anfratti scuri dove lo rinchiudeva il padre-padrone per punirlo. Ma Grete continua, ora c’è la monta della cavallina bianca  da parte dello stallone, con tanto di pruriti delle turiste donne che ammiccano ai lori maschi, commentando: “Vedi, è  proprio come una spada tirata fuori dalla roccia!”.

Grete non si ferma di fronte a nulla, fa portare il fucile a C., per dare ai turisti  il brivido del “bandito sardo”, fa mettere in ginocchio sotto al tavolo anche il marito Mario, con tanto berretto sardo a mungere, e questi si prende un “ma che ci fai lì buffone!?” dal giovane aiutante che non ci sta e vuole tirarsi fuori dal gioco. Grete infine indossa reiteratamente per tutte le occasioni  il vestito della festa prezioso della moglie morta di Costantino, e lui le fa notare dolente che ben altro significato e eccezionalità aveva allora quest’abito  per la sua consorte.  Grete chiede a C. addirittura il seme al posto di quello stanco di Mario, e riesce a portare il suocero addirittura in Germania in una clinica specializzata per la procreazione in provetta.

E in questo episodio  va riconosciuto a Mereu lo sforzo strenuo per non cadere nelle trappole da commedia grottesca in una situazione simile ricreata ad hoc per l’ottima coppia Barbara Bobulova-Fabio Volo in un episodio di Manuale d’amore 2 di Giovanni Veronesi. Nella scena della clinica tedesca con Costantino/Ledda accompagnato da Grete e Mario, non c’è invece  alcuna commedia, nulla da ridere, nulla di stridente, neppure il cenno alla rivista erotica per “aiutarsi all’occorrenza” fa sorridere, ma si omologa benissimo all’ amaro di fondo: amaro tutto, nemmeno agrodolce: è tutto asettico e anche triste, come lo è tutto il peso della tristezza e del conflitto interiore che porta C. alla donazione.

E’ proprio in questa situazione che il film mostra di evitare certe secche, e lo ottiene anche grazie alla espressività e credibilità dei due protagonisti : Anna Koenig mostra adesso che non è solo ciò che fin qui ha mostrato (e già è tutt’altro che poco) : la sua seduzione non è solo e sempre acquisitiva mera volontà di potenza. Ora che vuole trasmettere la richiesta a C. del suo desiderio più segreto, che è poi il suo vero tormento interiore – ben oltre la passione visionaria che la anima – si mostra totalmente scoperta e vulnerabile: da grande attrice che, oltre a dover parlare una lingua non sua, riesce a rivivere tutti i sentimenti del suo  personaggio, ora all’interno di esso stesso, fa un impercettibile double twist e ne ricava una virata totale  di character:  solo con gli occhi e le labbra. Così ci spiazza di nuovo,  conferendo ancora più complessità al suo character, pur non rinnegando quanto di esso ci ha finora espresso.

Ma c’è dell’altro che non ci ha rivelato, una profondità dolente fin qui ben nascosta : le basta un lieve immalinconirsi e perdersi dello sguardo azzurro, per il resto quasi sempre febbrilmente esaltato e  che qui invece per un attimo abbassa assorta, o fa vagare un po’ senza meta, laddove finora era diretto e spavaldo; poi quella, anch’essa lieve, piega  amara delle labbra che si assottigliano un poco nel pronunciare, anzi strascicare,  tirata col forcipe, un’umile faticosissima preghiera di cui non è certa per nulla dell’esito, che potrebbe essere di rifiuto e dileggio : l’ambiguità complessa di Grete si scioglie così  nel suo  desiderio primario di essere madre per davvero, come la sua stessa natura di donna ”grande madre” mostrerebbe palesemente fin dall’inizio.

In controcampo Gavino Ledda è sorprendente, perché non appare mai manichino eterodiretto da una specie di Circe teutonica: si cala nella parte, con un’espressione sempre perplessa e critica, si sente che non abbandona mai il luogo da cui è venuto, da cui non si è mai mosso, nella coltivazione della memoria, da quel buco dove lo rinchiudeva il padre, quelle notti e giorni con rapporti certo non dolci con le pecore, le radici amare di un linguaggio da cercare e da ricreare dalla suo analfabetismo senza speranza : forse perché Gavino ha capito che in questa storia lui poteva recitare se stesso, anzi rivivere se stesso, ripensarlo.

Ma, come con laconica sincerità mi ha confessato Mereu, non è stato facile, né breve arrivare a questa consapevolezza. E’ stato un non facile corpo a corpo tra l’82enne figlio di pastore, e pastore analfabeta anche lui fino a vent’anni, nel tavolato vulcanico sassarese del Pelau, e il 55enne del nuorese di buona famiglia, che ha potuto invece fare il liceo giusto in età giusta , e poi studiare e laurearsi al DAMS di Bologna nella seconda metà degli anni 80. Bravo Mereu a far capire a Ledda che poteva avere la sua voce in tutti i sensi in questa storia, che è poi diventata la “voce” del film, che a questo punto è diventato , con la sua presenza carismatica, molto più che un film.

Si concludono queste note con alcune considerazioni di fondo: come Mereu sa meglio di tutti, questo lavoro ha necessariamente alcune imperfezioni , alcune aporie, e lui stesso ha mostrato di essere un autore molto autocritico e vigile, profondamente rigoroso ed onesto. Ma, di fronte a critiche che parlano di occasione mancata, di peccato perché parte bene, poi si intorcina su se stesso, che lascia l’antropologia per il conflitto padre- figlio , keep calm ragazzi, per favore , calma e gesso. La questione non è forse mal posta? Non siamo così  fuori tema ? Il film non si intorcina  affatto, ma è variegato  nei toni e  nei diversi  registri, senza forzature negli ingranaggi , che non mostrano i loro meccanismi interni, né li fanno cigolare: il film resta nei suoi diversi registri estremamente compatto, e così l’avverte lo spettatore medio, perché in realtà  è un continuo ininterrotto flusso di coscienza connotato dal monologo interiore di Ledda, e i flussi di coscienza non seguono una logica unilineare, hanno una sintassi per associazioni, la logica onirica, e questo stato continuo tra veglia e sogno è un’altra ricchezza del film.

Alla fine “non siamo noi forse fatti”,  per le parole del  Bardo, “ della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni?”, e cosa c’è di più vicino al sogno di un film  che coltiva il flusso di coscienza , la meraviglia, l’onirico, che sono già tutti nella sua intima natura, facendo viaggiare lo spettatore sul suo carro, come fa anche Grete con i suoi referenti?  Forse il suo nocciolo vero, come Mullholland Drive , va è viene tra incubo e fiaba rosa. Il film non è solo coraggioso, ma è pieno di  pathos, e di sana ambizione, roso da un urgenza non narcisistica, ma autentica, perché autentico è il background da cui parte l’autore. Soprattutto c’è dietro un lavoro di scrittura e riscrittura nei dialoghi per essere sempre verosimile e credibile, per far parlare in sardo, e farsi capire da chiunque. Un lavoro oscuro, tenace, per prove ed errori,  interamente elaborato dall’autore, senza l’aiuto di altri sceneggiatori e consulenti.

Un’operazione non  intellettualistica  come si è capito a posteriori  invece con celebrati capolavori che volevano rendere i dialoghi e il lessico “come parlavano veramente” i locali;  ma che mostravano poi  nel tempo tutta la datazione e l’artificio, anche geniale, e la distanza siderale  antropologica degli autori da quei  vinti e/o  ragazzi di vita che cantavano ( “i poveri puzzano anche, li amo quanto posso, ma faccio a volte fatica” mi diceva un grande misconosciuto scrittore marchigiano più giovane di Ledda e tuttora operativo). Per cui quei capolavori rimangono in tutto il loro inarrivabile splendore cinematografico, e proiettati muti ne si renderebbe ancora più omaggio; con sonoro viene fuori invece una distonia tra immagini di senso immenso e banalità e non verosimiglianza nei dialoghi e linguaggio. Io mi ci sono  a volte divertito,imbattendomi per caso in certe rivisitazioni. E sorprendendomi. Alquanto. Apriamo le danze e il divertimento ai tanti di buona volontà e qualità, di sicuro più bravi ed attrezzati di chi scrive queste noterelle un po’ corsare. In Assandira questa distonia non succede: pecrhé semplicemente, ma in modo tremendamente difficile  con grande umiltà e rigore e pazienza certosina,  Mereu ha fatto il percorso inverso, si è riproposto di partire dal basso, dalle radici vere della sua poetica e della gente da cui proviene, prendendo molti rischi, sperimentando tante difficoltà, rifiuti e rallentamenti quasi paralizzanti l’impresa.

Si pensi già alla scelta di fondo, mai derogata, per aver voluto pervicacemente girarlo con attori non professionisti eccetto due, con un team tutto sardo. Scommettendo sulla potente bellezza e  commozione  cinematografica di quel che aveva in mente. Questo ha comportato che a riprese iniziate dopo 5 anni di travagli , a fine agosto 2018 , l’ unica coppia professionista di attori originariamente scelta, dopo una decina di giorni abbandonasse, perché frastornata dalla complessità di organizzazione nel comporsi e ricomporsi  ogni giorno,nei tempi e  nei modi , di una variegata comunità di non attori da piegare a una sceneggiatura invisibile, ma di ferro, in un’ ambientazione difficilissima. Tutto è poi ripartito ad autunno inoltrato con due nuovi altri attori . Cinque anni di fatiche, ricerca di risorse, l’aiuto decisivo della Rai e della Sardegna Film Commission , e distribuito all’estero da Match Factory, sempre  illuminata nelle sue scelte strategiche italiane ( tra gli altri i  film di Alice Rohrwacher e Il  Traditore di Bellocchio) .

E tutto questo non solo per dire, premiamo il coraggio e la passione, e l’energia . Come in certi autorevoli titoli. No oltre al coraggio, passione, energia, possiamo dire che qui, al di là di tutti i distinguo, si respira  proprio  quella malìa, quel fascino, quella emozione che solo il cinema di razza e da marciapiede, può dare, perché ne respira gli umori, gli odori, e  la polvere “a cui chiedere” e restituirne i fluidi contaminanti buoni. E’ un cinema che si gode, senza rincoglionirsi, anzi. Giriamola come si vuole, è un fatto che Assandira è uno splendore di film, che incanta e prende da subito fino alla fine, e non è solo il cosiddetto  ‘film da festival’, ma una rappresentazione  proiettata in una sala buia con un pubblico di non addetti a lavori : l’abbiamo sperimentato personalmente per due giorni a Firenze, mercoledì e venerdì scorsi ( e questo, mi dicono i testimoni, è successo anche a Torino, a Milano- a Bologna e Roma ancora non sappiamo .

E questo in tempi di Covid e mascherine obbligatorie. E caldo-afa implacabili e spossanti. Ma in sala poi  per due ore la gente non riesce a staccarsi dalla poltrona, passando  per una gamma d’emozioni e di colori che vanno  dal thriller blu-noir,  alla  fiaba dorata, una fotografia raffinata e calda, sempre sorprendente nelle luci e le inquadrature, dialoghi secchi ed eloquenti, espressività potente di volti tra attori e non attori : insomma ti avvinci dall’inizio alla fine , e godi di quella “speciale azione magica” di cui parlava Fellini. Il cinema è generalmente conteso tra due anime e vocazioni , molte volte non conciliate, anzi contrapposte per principio: la meraviglia e la conoscenza.

La meraviglia è il lato fantastico, quello stupore alla Melies  che sfocia poi nel grande cinema visionario, da Fellini a Kubrick , da Linch ai Cohen, e tanti altri poi ; poi c’è il lato documentario alla Vertov, che porta al neorealismo, ai Dardenne, e ad altrettanto grandi maestri concentrati su queste priorità.  In Assandira, queste  due anime del cinema sono ben intrecciate, interagiscono, in un film anche molto italiano e sardo, ma soprattutto di respiro universale, che verrà apprezzato e goduto facilmente in Europa come in America, in Asia come in Africa. E’ cosa molto rara di questi tempi.  Spacchiamo pure il capello in quattro, ma non dimentichiamoci delle pagliuzze d’oro di cui è intriso, nel caso di specie.

Assandira di Salvatore Mereu

Al Flora di Firenze ultimi 3 giorni : lunedi 21, martedi 22,mercoledi 23  / spettacolo unico  ore 21,00

 

 

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