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Assemblea pubblica in via Spaventa: “Chiediamo una vita normale” Breaking news, Cronaca, Società

Firenze – Che l’occupazione dei somali in via Spaventa sia qualcosa di diverso, nella sostanza e nella forma, ma soprattutto nel senso che sta coinvolgendo ciò che potremmo chiamare la “coscienza collettiva” della città, lo si avverte subito, dal primo affacciarsi nell’ampia sala, gremita, dell’edificio di proprietà della Compagnia di Gesù dove circa un centinaio (si parla di novanta persone) hanno trovato rifugio: all’assemblea pubblica convocata per questa sera martedì 24 gennaio, sono presenti infatti anche un gruppetto di residenti. Lo si avverte dalla domanda che una signora dai capelli candidi pone ai ragazzi rifugiati, ma anche a qualche appartenente al Movimento di Lotta per la Casa che “presta” il proprio aiuto al gruppo: “Perché non dite che le soluzioni proposte a queste persone è a termine?”. La richiesta infatti che sale è: informazioni, precise, sulle vite, il passato, i perché di questa gente, perché dopo aver ottenuto lo status di rifugiato politico ci si trovi ancora in una situazione precaria, di lavoro, casa e vita. Insomma, perché dopo quasi quindici anni di presenza sul territorio e per molti anche varie esperienze di lavoro, periodicamente il “loro” problema riemerga, con sempre più urgenza e gravità.

Occupazione “diversa”, si diceva. Diversa anche perché per porre un’altra volta, l’ennesima, il loro problema alle istituzioni, è stata scelta una sede particolare: lo stabile è infatti di proprietà (almeno fino ad aprile, dal momento che si sta concludendo una compravendita con un ‘Università cinese) della Compagnia di Gesù. E fra i ragazzi, le persone c’è anche padre Ennio Brovedani, che farà un breve, ma significativo intervento. Diversa anche per un’altra ragione: i somali infatti lo dicono apertamente, “questa non è solo un’occupazione per noi”, vale a dire che intende porre un problema preciso e chiede una risposta precisa. Sul tavolo infatti non stanno solo le vite di circa novanta persone, ma in discussione è tutto un sistema di accoglienza che non solo fa acqua da tutte le parti ma si rivela, fatti alla mano, inadeguato per dare la possibilità di condurre “una vita normale”. Che è poi la richiesta fondamentale  e imprescindibile della gente che ha ricevuto asilo politico.

Non solo. Sotto il fuoco dell’analisi, anche la virata “privata” che ha subito l’accoglienza nel nostro paese. Un sistema di affidamenti a cooperative, ad esempio, che danno e hanno dato il via a un “business” tragico sulla pelle di chi viene accolto. Progetti di breve respiro, che quando vengono (e non sempre vengono) messi in atto riescono a malapena ad assicurare un periodo di tranquillità, di vita “normale” per poi lasciare nuovamente cadere i destinatari in un inferno di provvisorietà da cui è sempre più difficile uscire, col passare degli anni. Soldi ce ne sono, tanti, ma spesso non giungono ai rifugiati.

Un’occupazione tanto diversa da far respingere la mittente le accuse di s”strumentalizzazione” piombate sul Movimento di Lotta per la casa, come precisa Lorenzo Bargellini: è impossibile infatti strumentalizzare chi sa già cosa vuole, chi ha dentro di se’ la precisa e serena consapevolezza che spinge Mohamed, il primo giovane uomo il cui intervento apre l’assemblea, a dichiarare: “Mi sento italiano, vorrei che mi fosse permesso sentirmi italiano”. 

E sono molti,  i motivi per cui la consapevolezza che questo è il Paese di cui vorrebbero sentirsi parte è stata messa a dura prova, in questi lunghi anni. Ad esempio, il problema della casa: spesso viene attribuito un alloggio solo per il tempo del “progetto”: tre mesi, sei mesi, quanto dura, insomma. Tutto ciò condiziona il lavoro: “Se mi attribuiscono una casa in un luogo, da cui è impossibile raggiungere il lavoro, cosa faccio? Se viceversa non ho la casa, come faccio ad andare al lavoro? “. Domande senza risposta, domande quotidiane per tutti, domande che si trascinano da anni. Molti lavorano, nonostante magari la loro vita si trascini (fra un progetto e l’altro) in occupazioni, perché, e questo è un dato oggettivo, da qualche parte, sotto qualche tetto bisognerà pur appoggiare il capo, la sera. E’ la condizione, dice Mohammed, di Alì Muse, l’uomo che è morto nell’incendio della struttura dell’ex-Aiazzone a Sesto: era tornato dal lavoro, ha trovato l’incendio. Dentro quel rogo, bruciavano i documenti per il ricongiungimento con la moglie  e i figli, che aspettavano in Kenia. Documenti per ottenere i quali aveva fatto una trafila di due anni. Alla prospettiva di ricominciare tutto da capo, ha deciso di rischiare, e purtroppo ha perso la scommessa con la morte.

Lo racconta Mohamed, come racconta tutta la disperazione del continuo anda e rianda fra un aiuto e l’altro, e poi di nuovo ricominciare da capo. E’ questa sofferenza, quella che tutti portano dentro, un dolore che si rinnova tutte le volte che si pensa di aver raggiunto finalmente il traguardo: una vita normale. 

Poi, ci sono le polemiche, le immagini sui media: “Non dite che facciamo i furbi – dice Mohamed – i furbi non vivono in una struttura senza riscaldamento, senza acqua calda, con la luce che va e viene”.  Furbi ben poveri, ma che non vogliono, dopo anni di sgomberi, “progetti” e promesse, ricadere nella solita logica dell’aiuto per qualche mese e poi la prospettiva di ricominciare tutto da capo. E’ questo, in buona sostanza, ciò che li spinge a rifiutare le proposte avanzate finora: non la “pretesa” di essere “sistemati” tutti insieme, punto, come spiega anche Bargellini, “avanzato subito dopo la tragedia di Sesto per tentare un’accelerazione della soluzione”, ma che la “sistemazione” ci sia per tutti, questo sì. E che sia finalmente quella buona, che conceda un minimo di stabilità a questi rifugiati, per dar loro la possibilità di ricominciare la loro vita. Perché sopravvivere non basta. 

Si fa silenzio, parla padre Brovedani. E parla sì di legalità, da rispettare sempre e comunque, ma che non deve essere tale da prevalere sul cuore. “Mi vergogno della sofferenza in cui siete – dice  e il silenzio si fa quasi liquido – ma ascoltare la sofferenza insegna. Bisogna aprire il cuore e la testa”. Chiede il dialogo,  “bisogna parlarsi guardandosi negli occhi”, dice. Chiede anche rispetto per il luogo in cui si trovano e dice: “Grazie per la vostra lealtà”. Non mancherà l’aiuto e l’ascolto, da parte dei soldati di Gesù. Poche parole, ma che sono come un abbraccio. Intanto, ricorda qualcuno, quello di questa sera, martedì 24 gennaio, è anche un primo passo in preparazione dell’appuntamento di sabato 28 gennaio, in cui si terrà una manifestazione cittadina sulle tematiche dell’accoglienza e dell’abitare.

 

 

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