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Assistenza domiciliare, cala ancora il monte ore, nuovo appalto nella tempesta Breaking news, Cronaca

Firenze – E’ stata posticipata, dal 1° aprile al al 1° maggio, l’entrata in vigore del nuovo appalto per l’assistenza domiciliare del Comune di Firenze, vinto dalle cooperative Zenit e Di Vittorio. Ma la protesta delle organizzazioni sindacali di base non si ferma e proprio oggi, in un incontro con la stampa, alcune fra le criticità più evidenti sono state messe sul tavolo.

Intanto, ecco di cosa si parla. Il servizio domiciliare consiste in un servizio alla persona da svolgersi secondo un Pap, acronimo per piano di assistenza personalizzato, che viene redatto dai servizi sociosanitari territoriali. Ma parlare di Pap è generico, in quanto c’è anche l’articolazione del piano, con , per esempio, la definizione del tempo e del tipo di servizio, che spetta all’assistente sociale di territorio. Ed è questo piano dettagliato che giunge al coordinatore della  cooperativa vincitrice dell’appalto.

Ed ecco che spunta una prima, complessa criticità del nuovo capitolato di appalto. Infatti, sono previste, per le due cooperative vincitrici,  accanto ai 3 coordinatori delle cooperative anche la figura di tre assistenti sociali. Assistenti sociali dipendenti delle società vincitrici. “Ora , c’è da capire – spiega Paola Sabatini di Cub Sanità – quale sia il ruolo di queste assistenti, richieste dall’appalto. Si tratta di altre funzioni che andrebbero a sommarsi e aumentare quelle già previste per gli assistenti sociali comunali, o siamo alle porte di una sostituzione delle figure comunali per inserire assistenti dipendenti della cooperativa vincitrice dell’appalto?”.

Sembra una questione di lana caprina, e invece non lo è. Infatti, se si segue l’andamento del settore dell’assistenza domiciliare ci si accorge che si è passati da assistenti domiciliari esclusivamente comunali (quindi servizio pubblico tout court) a via via sempre più ampie tipologie di servizio affidate alle esternalizzazioni grazie ad appalti sempre più ampi, fino a contare ad oggi forse 15 assistenti domiciliari dipendenti del Comune. Mutano anche le tipologie dell’appalto, dal momento che si procede sempre più, in generale e non solo per i servizi alla persona, verso la formula “global service”, dove si appalta non solo il servizio, ma anche la struttura fisica, il personale, i materiali, i mezzi … “insomma, ogni cosa”. All’ente pubblico rimane solo la titolarità del servizio. Non solo: per quanto riguarda il punto “assistenti sociali”, come fanno notare Cub e Adina, le due associazioni che organizzano la protesta, da tempo il Comune non solo è carente, ma non ha aperto verso nuove assunzioni.

Che non sia una semplice questione amministrativa lo si capisce anche da un altro dato. Mentre quando era pubblico il servizio era gratuito nella maggioranza assoluta dei casi, ora il rapporto è rovesciato: la stragrande maggioranza paga un ticket e solo in casi “disperati” (molto rari, assicurano le operatrici) rimane gratis. Il ticket si basa sull’ISEE.

Tornando all’appalto, le due cooperative che anche quest’anno hanno vinto la gara sono Di Vittorio e Zenit, che da anni detengono la gestione del servizio. E che, per vincere anche quest’anno, come dicono dalle due associazioni, “hanno abbassato il costo del lavoro” per garantirsi l’aggiudicazione.

Ma non è solo questo, ciò che si abbassa. Ed ecco l’altro grande punto critico su cui Paola Sabatini del Cub sanità e Anna Nocentini di Adina mettono il dito. Infatti, “come ad ogni rinnovo di appalto”, si sta assistendo “ad un drastico taglio del monte ore mensile da parte del Comune”. Così, incalzano Sabatini e Nocentini, “fra peggioramento di condizioni di lavoro degli operatori e meno ore”, si assiste a un peggioramento del servizio per gli utenti. Che tra l’altro,  come accennato sopra, rischiano di dover pagare da un lato alcuni servizi “importanti” come presso i privati , dall’altro di dover soccorrere con privati alle mancanze di orario cui sono soggetti da parte di operatori costretti ad “andare di corsa”. Se si fa lo “storico” dei tagli al monte ore, ci si rende conto della dimensione del fenomeno: in 7 anni si sono perse circa 5mila ore di servizio, passate dalle 20mila del 2010 alle 15mila del 2018. 

Sarebbe facile interpretare questa contrazione come un segnale che i bisogni dei cittadini sono diminuiti. “Invece no – spiega Nocentini – perché si assiste piuttosto a una fuga dell’utenza, che si spinge sempre di più verso il volontariato e il privato, in quanto fra percorso difficile da seguire per richiedere il servizio, attesa di svariate valutazioni, riconoscimento del diritto e poi attesa di attivazione dello stesso, vede passare mesi. Senza contare il costo che comunque ha il servizio”. Attivazioni che sono sempre meno numerose, con un minor numero di ore assegnate per utente (si prevede un massimo di 6, largamente insufficienti per utenze complesse come spesso sono) mentre si arriva ad attivazioni di interventi che possono durare anche solo venti minuti. “A volte appena sufficienti per cambiare un pannolone, lavare e sistemare un anziano, lasciarlo in condizioni minime di benessere”. Inoltre, denunciano le due associazioni, si verificherebbe “uno strano “blocco” delle attivazioni quando ci si avvicina all’appalto. Un modo per tenere basso il monte ore sufficiente a coprire i bisogni, in modo da condurre a un risparmio da parte del Comune”. Del resto, che le cose siano cambiate lo si avverte nello scorrere la lista d’attesa dell’assegnazione dell’assistenza domiciliare: nel 2016 c’era una risposta molto ragionevole nei tempi d’attesa mentre per il 2017 si starebbe procedendo ora con le assegnazioni di maggio scorso.

Ma la perdita di ore, oltre a penalizzare l’utenza, si riverbera in modo negativo anche sui lavoratori. “Alla perdita di ore di lavoro si accompagna com’è ovvio quella di retribuzione – dicono da Adina e Cub – meno ore, meno soldi e se non si arriva agli esuberi, la diminuzione delle ore di lavoro comporta seri disagi per gli operatori”. E si arriva anche all’attivazione dei “famosi” servizi da 30 minuti, che poi sono venti minuti effettivi.

Perché il problema, per gli operatori, riguarda anche il “contingentamento” dei tempi. Infatti nel 2014, per la prima volta un appalto introdusse il controllo del tempo, che prima manteneva un certo grado di elasticità in rapporto con la situazione umana cui l’operatore si trovava davanti. Il controllo del tempo riguarda il momento dell’arrivo dell’operatore e prevede anche quanto tempo ci mette per giungere dalla scampanellata alla presenza dell’utente: nel nuovo appalto, non più 5 minuti, bensì 1. Uno. Non importa se l’utente abita al sesto piano, magari senza ascensore, se l’ascensore è rotto, se c’è il trasporto di qualcosa sulle scale, se l’utente è in bagno e fa aspettare il malcapitato un po’ di più o se è disabile si muove male. I tempi sono determinati con precisione anche per quanto riguarda il raggiungimento, una volta in strada (dopo che è previsto un minuto dal momento in cui si lascia l’utente e si arriva in strada),  del prossimo utente: dieci minuti. Traffico, autobus o piedi o bicicletta o motorino,  incidente, scioperi, niente: dieci minuti. E se qualcuno ci mette di più? il costo andrà sull’utente da un lato mentre l’operatore si vedrà sottrarre dalla busta paga i “minuti” dispersi rispetto alla tabella di marcia. Tutto ciò è possibile grazie alla registrazione informatica degli interventi, vale a dire che si “timbra” quando ci si trova davanti all’utente. Questa “rigidità” sulla tabella di marcia è ulteriormente aumentata col nuovo appalto: prima infatti l’elasticità sulla tabella era di 5 minuti. “Una rigidità assolutamente incompatibile – dicono lavoratori e sindacati – con il tipo di lavoro svolto: davanti a noi ci sono non merci, ma persone”. E spesso anche piuttosto malandate, o sole, o problematiche. Senza contare poi che gli spostamenti fra un utente e un altro, in contrasto con la normativa vigente non vengono considerati del tutto “tempo lavorato”: i rimborsi vengono effettuati a forfait. Attualmente, da anni, per Firenze sono da considerarsi pari un abbonamento Ataf: 35 euro. “Tirando le somme – dice Nocentini – da un lato abbiamo un’assistenza domiciliare sempre più ridotta, complicata da ottenere, a pagamento e “di corsa”; dall’altro, 240 richiedenti ancora in fila per l’RSA, mentre il diurno è spesso insufficiente. Inoltre, con la delibera regionale del 2016 sono state modificate anche le quote sanitaria e sociale delle Rsa, con un aggravio di spesa per le famiglie”.

Dunque, ricordano le due esponenti, “A fronte di tutto questo l’assemblea delle operatrici del servizio hanno chiesto un incontro al Comune  alle cooperative aggiudicatarie” riservandosi di indire lo stato di agitazione del settore.

 

 

 

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