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Ataf e welfare aziendale, l’adesione non è obbligatoria per i lavoratori Breaking news, Cronaca

Firenze – Il Tribunale di Firenze ha stabilito, con sentenza n.212 di ieri 9 giugno 2020, che i lavoratori non sono obbligati ad aderire al fondo di welfare aziendale qualora non lo vogliano. In specifico, la sentenza riguarda i lavoratori di Ataf e l’adesione al Fondo Priamo. Ricordiamo che il Fondo aveva preso vita in virtù dell’accordo nazionale del 23 aprile 1998, sottoscritto dalle maggiori sigle sindacali e datoriali, con l’obiettivo “di permettere agli aderenti di garantirsi una pensione complementare per compensare la riduzione della copertura previdenziale pubblica”.

Un discorso che non ha convinto molti lavoratori, tant’è vero che l’adesione a questi fondi previdenziali “aziendali” (non solo nel campo dei trasporti, ma ormai previsti in moltissimi contratti collettivi nazionali) non è mai stata entusiastica. Anzi. I lavoratori continuano a preferire di tenere il proprio Tfr in azienda.

Sullo specifico dei lavoratori dell’Ataf di Firenze, che riguarda il contratto collettivo nazionale autoferrotranvieri, il quesito posto era se l’azienda poteva obbligare i lavoratori, anche quelli che non volevano dichiaratamente aderire al Fondo in questione, a iscriversi, grazie all’art.38 del ccnl, in cui è previsto il nuovo “sistema di welfare”.

“Il meccanismo funziona così – dicono dai Cobas Ataf che hanno avviato la vicenda giudiziaria con lo studio legale Conte-Martini – mediante il versamento di un contributo definito “welfare” aggiuntivo i lavoratori, anche quelli che al Fondo non hanno aderito e che lo avevano dichiarato apertamente, vengono iscritti comunque”. Una sorta di adesione obbligatoria, in definitiva, contro cui si è pronunciato il Tribunale fiorentino. La sentenza di ieri ha dunque stabilito che la previsione del contratto collettivo nazionale (art.38) non può obbligare un lavoratore che non voglia essere iscritto al fondo, in virtù di questo meccanismo, a risultare iscritto. Non solo:  il giudice ha anche ordinato al fondo la cancellazione degli iscritti ricorrenti.

Ma perché un lavoratore non dovrebbe iscriversi al fondo? “Non condividiamo il sistema di incentivi welfare costruito al posto di aumenti effettivi dei salari e il fatto che con i nostri soldi si alimentino fondi che servono per operazioni finanziarie sul mercato”.

Sottolineano i lavoratori: “Si tratta della prima volta che un tribunale in Italia riconosce la libertà di scelta ai lavoratori, e affermato il rispetto al loro diritto di non associarsi ad un fondo di cui non condividono le finalità”.

Dallo studio legale che si è occupato della questione sollevata dai lavoratori giunge anche un’altra puntualizzazione, di natura squisitamente giuridica. “In realtà ciò che si configura, se la norma non viene letta nel senso di consentire al lavoratore di scegliere se aderire o meno al fondo-welfare aziendale, è una lesione del diritto costituzionale di associarsi o meno”. Ovvio infatti che il diritto di scelta, inalienabile e costituzionalmente garantito, non può trovare espressione se si configura di fatto una sorta di iscrizione d’ufficio. Una sentenza che si pone anche in modo innovativo rispetto al passato, dal momento che, come ricordano dallo studio Conte-Martini,  si contano sul tema due precedenti negativi, a Venezia e Torino, in cui a soccombere erano stati i lavoratori.

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