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Aurelio Amendola, l’arte della fotografia d’arte. In bianco e nero Cultura

Firenze – Aurelio Amendola ci mostra “la pelle” del marmo e se da un lato vivifica l’opera d’arte scultorea, quando si confronta con il ritratto d’artista, sembra operare un procedimento inverso, rendendo plastica ed eterna l’immagine catturata dal suo obiettivo. Il grande fotografo toscano ieri è stato protagonista  allo Spazio A per il ciclo di incontri Contaminazioni in cui si indaga il rapporto tra antico e contemporaneo anche attraverso l’arte della fotografia, uno spazio di riflessione per Firenze, città  che da sempre si interroga tra passato e futuro.

A condurre la conversazione l’architetto Marco Casamonti per lui Aurelio Amendola è una vecchia conoscenza che risale al periodo in cui era direttore editoriale alla casa editrice Motta, una realtà oggi trasmessa in Forma, la casa editrice specializzata in architettura e arte che è promotrice di questo calendario di Incontri. All’epoca Federico Motta pubblicava libri d’arte  sul Rinascimento e il fotografo più bravo per le opere classiche, in particolare Michelangelo era Amendola, in grado di muoversi con grande abilità tra antico e moderno, “Amendola ha fatto qualcosa di unico – ha detto Marco Casamonti – ha fotografato i grandi artisti contemporanei, le loro opere, la vita, De Chirico, Burri, Andy Wharol, Burri, e i grandi classici come Michelangelo, mettendo insieme  due mondi . Per l’architetto invece la fotografia è una necessità, uno strumento di lavoro e di lettura è un modo per leggere la storia”.

“Amo il bianco e nero, sviluppo e stampo da me, il mio lavoro con l’uso del bianco e nero non sarebbe certo possibile con la tecnologia digitale – dice Aurelio Amendola – Quando si guarda una scultura questa è piatta, io cerco di farla parlare di renderla vera con la luce, cerco di far venire fuori le trasparenze e la sensualità. Ogni scultura ha una sua luce, una sua interpretazione”.

Il lavoro più impegnativo quello per fotografare San Pietro e la pietà di Michelangelo, nel ’99, un  libro edito da Motta in diverse edizioni e oggi riproposto da FMR con alcune immagini a colori. Mentre scorrono le immagini, oltre alle celebri sculture molte anche le architetture con gli inconsueti punti di vista, come le guglie del Duomo di Milano, ancora in attesa di essere pubblicate, o la vista dall’alto di S. Galgano, presa al volo e  in occasione di un restauro e il racconto emozionante di come è iniziato tutto.

“Negli anni ’60 eravamo tutti autodidatti – dice Amendola – lavavo le fotografie in uno studio, poi a venti anni decisi di aprire uno studio per conto mio, matrimoni, fototessera, questo era tutto”. Poi il critico d’arte Lorenzo Merlini  si interessa al suo lavoro e suggerisce di fotografare il Pulpito di Giovanni Pisano, quelle foto diventeranno un libro Electa e arriveranno nelle mani di Marino Marino che lo sceglierà come suo fotografo. In un epoca in cui essere segnalati da un artista di livello internazionale come Marini, questo diventa il suo biglietto da visita privilegiato che aprirà tante porte, da Henry Moore, fino a Fazzini, Burri, Andy Wahrol, Vedova Roy Litchstein, Giorgio De Chirico, fino al più recente Hermann Nitch. La storia di un grande fotografo si incrocia con quella dell’arte contemporanea contribuendo a renderla immortale.

 

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