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Automazione 4.0, l’innovazione ci salverà Breaking news, Economia, Innovazione, Opinion leader

Pisa – Veicoli che circolano autonomamente, fra loro interconnessi, capaci di ridurre al minimo il rischio di incidenti sulla: tutto questo non è più una possibilità remota, ma una realtà. Il fatto è che in questo futuro perfetto si annidano nuovi pericoli. Ad esempio un improvviso attacco hacker che può generare un inedito caos. Di queste nuove sfide venerdì 8 febbraio parleranno a Pisa (presso la Camera di commercio) le maggiori aziende del settore automotive toscano. Il convegno: Automotive toscano 4.0: sfide e sviluppi è organizzato da Movet, partnership tra multinazionali, aziende toscane, Università, esperti del settore in collaborazione con Intecs, azienda di servizi informatici. Ne parliamo con il presidente del Movet Giuseppe Pozzana.

Fra Pisa e Livorno si è sviluppato uno dei più importanti poli nazionali del settore automotive.  Può darci qualche cifra a consuntivo dell’attività del settore nel 2018, e gli incrementi rispetto all’anno precedente?

Trattandosi di componentistica, le performance delle imprese sono legate alle performance delle case automobilistiche e dei loro modelli. Ad esempio, l’attuale crisi del diesel, ha avuto riflessi positivi su Continental che beneficia di un incremento di vendite dovuto all’espandersi del mercato della benzina. Motrol/Magna Closures invece risente maggiormente della flessione del mercato tedesco e soprattutto della riduzione dei volumi di FCA (oltre il 10%). In generale, secondo l’Osservatorio sull’automotive 2018 pubblicato da Anfia (Associazione nazionale della filiera della produzione automobilistica), le aziende automotive toscane sono il 3% del totale nazionale, un dato comparabile a quello della Campania, dove pure sono storicamente presenti gli stabilimenti FCA (ex Fiat) con tutto il loro indotto.

Il 2019 è iniziato con visibili segnali di arretramento della congiuntura generale e del settore automotive in particolare. E’ una fase transitoria o c’è il rischio di una stagnazione più prolungata?

I dati dimostrano difficoltà, evidenziate da una contrazione delle immatricolazioni nell’ultimo trimestre del 2018 e ancora all’inizio del 2019. Una componente è sicuramente legata alla situazione economica generale. Un’altra è invece più specifica del settore. Secondo molti osservatori il mercato percepisce che il mondo dell’auto è ad una svolta verso nuovi sistemi di alimentazione e verso vetture altamente tecnologiche; si genera quindi una situazione di incertezza che le immatricolazioni rispecchiano.

Movet associa undici aziende del settore (Magna closure, Pierburg, Gkn per citarne solo alcune) accanto a importanti centri di ricerca sul territorio. Ci può dire quali sono le nuove frontiere dell’innovazione del “distretto” automotive toscano?

Su questo punto c’è molto riserbo da parte delle aziende, tuttavia posso elencarle le questioni più importanti che aziende e attori pubblici stanno sperimentando. Molto spazio è dato alla cyber sicurezza e la Toscana può vantare anche nei suoi atenei molte competenze: A Pisa si sta approfondendo la cyber security nell’automotive, a Siena quella relativa al sistema bancario, mentre a Firenze ci si concentra sull’Internet of Things e all’IMT sui codici crittografici e sicurezza delle app. Si studia molto anche la connettività 5G che permette la trasmissione di dati in meno di un millesimo di secondo. In futuro, infatti, le nostre auto saranno interconnesse così da scambiarsi informazioni sulla circolazione stradale. Infine sono di frontiera le attività di ricerca sugli ADAS (sistemi elettronici di assistenza alla guida o “Advance Rider Assistance Systems,”)/ARAS (Advance Rider Assistance Systems), direttamente connessi al grande tema dei veicoli a guida autonoma. Si conferma naturalmente la competitività di prodotti delle imprese qui presenti come gli iniettori e i sistemi di alimentazione ad alta pressione fatti a Fauglia e San Piero dalla Continental o gli smart-latch meccatronici (“serrature intelligenti”) di cui gli impianti Motrol di Guasticce sono leader. In entrambi questi casi si tratta di punti di riferimento per gli altri stabilimenti delle rispettive case madri.

Nel convegno dell’11 febbraio il tema della Cyber security sarà centrale. Ci può dire in che modo, facendo qualche esempio che illustri come si evolverà in futuro questa problematica?

L’intero sistema della mobilità si sta evolvendo vertiginosamente verso l’integrazione della meccanica e dell’elettronica con l’informatica e la telematica. Ciò richiede di porre l’attenzione sulla sicurezza, e in particolare la cyber sicurezza. Le auto potranno essere soggette ad attacchi hacker, e visto che cono connesse alla rete, le funzionalità del veicolo potrebbero essere manomesse dall’esterno, con danni per passeggeri e passanti. Molteplici le implicazioni di questa realtà: nel caso di un incidente causato da un virus del sistema informatico di un’auto, di chi è la responsabilità: del costruttore, del guidatore che non ha aggiornato i sistemi di sicurezza oppure dell’assicurazione? Insomma, la questione è complessa e deve essere presidiata e monitorata attentamente: cosa che il sistema toscano si sta dimostrando in grado di fare.

Il vostro settore ha un indotto di ben 14mila lavoratori nell’asse Livorno, Pisa, Firenze. Prevedete un incremento in futuro? E dal punto di vista qualitativo il sistema formativo è in grado di fornirvi professionalità adeguate?

E’ difficile fare previsioni: il sistema automotive insediato in Toscana, con l’eccezione di Piaggio, è variegato e comunque non può influire sui trend del settore, quindi necessariamente risente delle dinamiche globali, anche se gli stabilimenti locali della Continental o della Magna possiedono un know how che li rende competitivi anche rispetto ad altri impianti delle stesse case-madri. Il problema di fondo è che il 95% delle imprese italiane –e la Toscana non fa certo eccezione, anzi- ha meno di 10 addetti e spesso nessuno di questi presenta un titolo di studio equivalente ad una laurea. Questo ovviamente rende difficile la comunicazione col mondo della ricerca. In questi casi, diventa fondamentale il ruolo del sistema formativo a tutti i livelli, che coinvolga non solo le Università ma anche gli Istituti tecnici ed i percorsi di Istruzione e Formazione Tecnica Superiore di più recente istituzione.

Uno dei problemi segnalati dalle aziende del vostro settore è il gap tecnologico con il territorio e la conseguente difficoltà a costruire un indotto in sede regionale, tant’è che molte aziende trovano referenti produttivi in Germania o altrove. Il gap si sta colmando o permane?

Come in tutte le grandi rivoluzioni industriali, si creerà la necessità di nuove competenze, in questo caso digitali. In Italia partiamo svantaggiati: secondo dati Miur, riportati da IBM, su 4362 dipartimenti universitari, la metà non ha corsi di tecnologia. Ma non è solo questione di mancanza di competenze, manca proprio la cultura tecnologica ed in particolare quella digitale. Purtroppo questo gap permane anche nei nostri territori

Molte aziende di grandi dimensioni segnalano crescenti difficoltà a produrre in Italia per le storiche problematiche del nostro Paese e i rischi di delocalizzazione sono sempre presenti. Anche per il settore automotive esiste questo pericolo? Cosa fare per scongiurarlo?

Il rischio di delocalizzazione è sempre presente: la competizione globale non è solo tra produttori diversi, ma anche tra localizzazioni diverse delle medesime aziende multinazionali. I lavori svolti da Movet dimostrano, anche in relazione ai casi locali (pensiamo all’area costiera), che impianti di mera produzione rischiano molto mentre quelli dove è ben presente la capacità di innovazione e che agiscono in un ambiente favorevole, con università e sistemi di istruzione superiore di alto livello, riescono a consolidarsi ed anche a crescere.

Occorre mantenere alti livelli di investimento in R&D e in capitale umano a livello di azienda, ma anche di sistema territoriale. Va perseguita una collaborazione sempre più forte tra sistema formativo e industria, che non vuole dire piegare il sistema educativo ai bisogni dell’industria ma facilitare il dialogo tra i due sistemi.

 

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