energee3
logo stamptoscana
badzar
energee3
badzar

Automotive 4.0: l’indotto toscano vince con formazione e Hi tech Economia, Innovazione, Opinion leader

Firenze –  Come affrontare la sfida Automotive 4.0 in Toscana? Lavorare sulla formazione e sui servizi tecnologici avanzati: la Regione dovrebbe supportare questi due fattori cruciali. L’incentivazione serve a poco, e non aiuta a radicare le imprese. Ne è convinto Riccardo Lanzara, ordinario di Economia e gestione delle Imprese, nonché membro del comitato spin-off dell’università di Pisa. Lanzara è uno dei massimi esperti del settore automotive regionale, che produce ricchezza per oltre 3 miliardi di euro l’anno e occupa 14 mila addetti. La provincia di Pisa, con Valdera e area pisana, ne accoglie quasi la metà, seguita dall’area livornese e infine dalla Versilia.

Le imprese Automotive medio grandi, da Magna a Continental, da Gkn, a Pierburg, hanno già immesso innovazioni 4.0 nei loro processi produttivi. Cosa sta accadendo alle pmi dell’indotto?

Difficile dare risposte precise. I risultati di una ricerca del Cnr ci dicono che il rapporto delle aziende medio grandi con i fornitori è profondamente cambiato. La procedura è questa: descrivere le specifiche del problema e chiedere alle imprese di essere autonome nello sviluppo delle soluzioni. In sostanza si chiede know how e capacità di risoluzione dei problemi. Il sistema di fornitura locale della Valdera ha reagito in modo differenziato. Alcuni hanno cercato di rispondere, altri non ne sono stati capaci. Risultato: i bacini di fornitura si stanno spostando in altre aree più evolute, anche fuori dal nostro Paese.

Come si va trasformando il sistema di produzione in questa tradizionale area dei motori, la Valdera?

C’è una presenza di componentistica di primo livello che riforniscono sistemi auto complessi. Magna, Pierburg, Continental macinano volumi spaventosi e qualità elevatissima. Pensi che soltanto Magna produce 8 milioni all’anno di serrature per Audi. I loro subfornitori devono essere in grado di tenere il passo, ma tutto questo non è alla portata delle nostre imprese, di dimensioni troppo ridotte. Le grandi imprese dell’area seguono direttrici internazionali per le loro forniture industriali.

Poi ci sono coloro che lavoravano per Piaggio

Questo sistema di fornitura è entrato in crisi per la difficoltà di trasformarsi in centri di sviluppo e innovazione. Piaggio in questi ultimi anni ha spostato gran parte del suo interesse verso mercati in espansione per il segmento delle due ruote, come il sud est asiatico. I nostri mercati europei sono saturi e solo di sostituzione ormai.

Chi non si è trasformato ha chiuso i battenti o si è ridimensionato. E’ finito il processo di selezione imprenditoriale secondo lei?

Fra le pmi dell’area la selezione è ancora in corso, ma si sta formando un nuovo indotto ad alta tecnologia molto promettente e competitivo. Come accennavo, le grandi imprese cercano soluzioni innovative per svilupparle in ottica industriale. Le nostre pmi hi-tech non sono in grado di industrializzare ma riescono a ideare e risolvere problemi..

Ci faccia un esempio

Continental Pisa ha proposto alla casa madre americana una soluzione robotizzata con robot collaborativi che le ha fatto vincere una commessa molto importante per una linea di iniettori. Consideri che l’altro competitor era in Romania e avrebbe prodotto a prezzi molto più bassi. Ciò che ha fatto pendere il piatto della bilancia su Pisa è stata la presenza di uno spin-off universitario che ha saputo affiancare Continental con servizi di alta qualità. Ciò dimostra che si sta creando un tessuto di imprese locali in grado di fronteggiare nuove emergenze. Chi non lo fa va fuori mercato: o ti innovi o muori.

Cosa offre di così prezioso questa piccola impresa?

Un controllo di qualità di altissimo livello, capace di competere con omologhi fornitori tedeschi. Questa stessa impresa gestisce anche i laboratori del Nuovo Pignone a Firenze.

Insomma, le multinazionali dell’area cercano capacità produttiva dove pare a loro, ma il know how riescono a trovarlo qui dove si colloca una formazione di alto livello come ingegneria informatica, e non c’è bisogno che fuggano altrove.

La formazione e le sue conseguenze in termini di spin-off diventa dunque cruciale

Sicuramente, ma il problema critico è che le nuove tecnologie richiedono nuovi profili professionali. Le competenze specialistiche devono essere in grado di interagire con altri settori: l’ingegnere meccanico con l’elettronico, quello informatico con l’amministrativo. Oggi la formazione deve essere multidisciplinare. E’ un tema che i nostri sistemi educativi stentano ad affrontare. Questo, badi bene, riguarda anche altri paesi del mondo.

Secondo lei il sistema di incentivazione messo in atto dal Governo e dalla Regione per l’impresa 4.0 può aiutare le imprese che sono rimaste indietro?

Guardi, il nostro sistema industriale, non solo in Toscana, si può suddividere in tre categorie. Un gruppo di imprese (anche di piccola dimensione) eccellenti, in grado di competere sui mercati mondiali. Imprese marginali, che non si rinnovano e sono destinate a soccombere. E poi la “terra di mezzo”, fatta di aziende che possono diventare eccellenti o morire. Non credo nell’incentivazione: è un vecchio modo di pensare l’attrattività di un’area. Credo invece, fermamente, nell’esigenza di aumentare la qualità media (purtroppo molto bassa) del nostro sistema formativo e nella creazione di sistemi tecnici ad alto valore aggiunto. Questo fa sì che le aziende si radichino nei luoghi e li scelgano per la propria operatività. La nostra Regione dovrebbe fare questo: supportare il sistema dei servizi tecnologici avanzati. Alternativa non c’è.

Print Friendly, PDF & Email

Translate »