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Aziende in fuga: lascia anche la Champion di Scandicci Economia

Oggi hanno scioperato quelli della Champion di Scandicci, per protestare contro la proprietà che ha deciso di trasferirli armi e bagagli a Carpi, nel modenese, dove già ci sono gli uffici amministrativi, senza ammortizzatori sociali per chi si rifiutasse o semplicemente non potesse. Eventualità nient'affatto remota, visto che dei 40 addetti di Scandicci (i quali lavorano al design e alla progettazione dei capi) 35 sono donne, giovani, spesso con famiglia e figli. Ma l'azienda (la Champion Europe del manager Sauro Mambrini, che nel 2001 acquistò dalla multinazionale Sara Lee il marchio per Europa, Africa e Medio Oriente), sembra irremovibile: peraltro il contratto d'affitto dello stabile ex Superpila di via Pisana è stato già disdetto, ed entro agosto Champion dovrà fare le valigie. “L'unica cosa che i lavoratori possono fare è dare le dimissioni, e non avere nessun tipo di ammortizzatore sociale”, accusa Chiara Liberati (Filcams-Cgil), che chiede Cassa integrazione in deroga per chi non accetta lo spostamento, e le cui residue speranze sono riposte nel tavolo del 27 marzo in Regione.
E' andata bene ai 149 della Calvin Klein dell'Osmannoro, che dopo le resistenze iniziali della proprietà (l'americana Warnaco) già “fuggita” dal Mugello un paio di anni addietro, una settimana fa hanno ottenuto Cig e mobilità per regolamentare la gestione degli esuberi da oggi fino all'autunno del 2013, ultimo periodo previsto di permanenza del sito prima dello spostamento della produzione all'estero. Là dove produce da tempo anche Champion. “Come sistema Italia non siamo competitivi sui nostri manufatti rispetto al resto del mondo per una percentuale del 20-25%”, ha osservato qualche giorno fa Vasco Galgani, presidente della Camera di Commercio di Firenze, parlando del malessere dei contoterzisti della pelletteria per le condizioni sempre meno remunerative imposte dalle grandi griffe. I problemi delle imprese sono i soliti: fisco oppressivo, giustizia lenta, burocrazia eccessiva, oltre ai deficit infrastrutturali e logistici. In questo contesto, la riforma del mercato del lavoro potrà davvero dare un segnale ed essere un elemento attrattivo per gli investimenti esteri?

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