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Battistero e pastasciutta, Uffizi e pantaloni Opinion leader

 

Chi è più famoso lo stilista di abiti maschili  che farà una sfilata nei corridoi degli Uffizi o la Galleria degli Uffizi? Può  anche darsi che per alcuni lo sia di più il famoso sarto, ma certo non per i giapponesi che ci richiedono le nostre  opere d’arte,  e le persone in lunga  coda per entrare in Galleria. Allora la questione è semplice: cui prodest?  Chi ne trae vantaggio? Certo il ristoratore e il sarto, mentre un pochino si abbassa il livello di eccellenza con cui si percepisce la Galleria e il Battistero, aldilà, ovviamente, del loro valore intrinseco. Se si entra agli Uffizi per vedere Giotto o Michelangiolo e ci s’imbatte in un paio di calzoni, un certo sorrisetto scapperà. Scappò anche alla Merkel e Sarkozy  su Berlusconi . Le sciatterie si pagano. 
Ma c’è il vantaggio economico. Quanto pagherà il ristoratore per quello spazio privilegiato  davanti alla porta nord del Battistero (quella fatta dal Ghiberti prima ancora  della  cosiddetta ‘del Paradiso’, per intendersi) all’Amministrazione della città, per il suolo pubblico , ecc.? Certo, di fronte al bisogno si può arrivare anche a rubare. E infatti si ruba .Si ruba un valore più grande e lungimirante  per la città, perché Firenze è città d’arte. Ma  se l’arte viene sfruttata e basta, e non si protegge,  prima o poi arriveranno le conseguenze. Guai ad  avere  lo sguardo miope, legato al ricavo del  tutto e subito. Qui si tratta di tesori di famiglia di una città intera, ormai millenari,  che non si possono prestare al primo richiedente. Abbiamo o no questa consapevolezza? Tanto più che il tesoro è grande ma ristretto, in piccolo spazio .Si cercano connivenze: anche al Louvre si fanno o si faranno sfilate ….ma proviamo a misurare i metri quadri. Se i responsabili della cosa pubblica, sia la Soprintendenza che l’Amministrazione cittadina,  pensano di avvantaggiarsi  economicamente navigando a vista, per fare ‘l’inchino’ davanti a una platea d’incoscienti, c’è  caso che facciano fare alla nostra città la fine della nave  “Concordia”.
Annamaria Piccinini
 

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