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Becattini: Casini Benvenuti, “Ci ha insegnato a leggere la Toscana” Opinion leader

Firenze – Quando entrai all’IRPET alla fine degli anni settanta come semplice borsista, Giacomo Becattini non era più il direttore e sebbene frequentasse l’istituto come membro del comitato scientifico, io non ebbi molte occasioni di incontrarlo. Anzi, siccome fui incaricato di sviluppare alcuni modelli macroeconomici, ebbi la sensazione che lui non avesse particolare simpatia per quel tipo di impostazione e che non avesse quindi molti argomenti da condividere con me.

La presenza del “Becattini pensiero” aleggiava però nell’istituto anche in sua assenza; il suo nome era sempre citato con grande deferenza e il libro del 1975 dal titolo “Lo sviluppo economico della Toscana” era citato semplicemente come “Il documento”.

Io giovane ricercatore che non avevo partecipato a quella prima fase di vita dell’IRPET ne rimasi anche un po’ sorpreso. Ma col tempo gli elementi del pensiero di Becattini si intrufolano nelle nostre menti; a me in particolare apparve sempre più centrale la questione di quale fosse l’unità elementare dell’analisi economica: le persone, le famiglie, le imprese, i settori, le Regioni, gli Stati?

Per Becattini erano i territori, intesi come comunità che si dotano di un sistema di imprese per raggiungere -e replicare nel tempo- il proprio benessere. Sono sempre rimasto colpito da questa definizione così densa di significati: non era l’impresa la protagonista, né tantomeno il settore, ma gli uomini organizzati in comunità che realizzano il proprio benessere, la propria “joie de vivre”. E tutto questo lo fanno assieme, anche se in alcuni momenti possono essere in competizione tra loro. Se questo lo sanno fare e lo sanno anche riprodurre nel tempo siamo di fronte ad un vero e proprio sistema economico che è per sua stessa natura l’unità elementare dell’analisi e dell’azione politica.

Becattini non lo sapeva, ma questo metodo di analisi era entrato anche nel mio modo di pensare. Una sera, verso la metà degli anni novanta, fummo entrambi ospitati come relatori nel circolo del SMS di Rifredi e io ebbi modo, per la prima volta di fronte al Professore, di esporre cosa pensavo dello sviluppo della Toscana. Becattini apprezzò quell’intervento e credo fosse sorpreso (e anche lusingato) di sentire come il suo pensiero si fosse insinuato e rielaborato anche nelle menti di chi partiva da impostazioni diverse. Alla fine dell’intervento si avvicinò, mi dette la mano e pur muovendomi qualche critica (“hai parlato di sistemi locali, ma non hai mai usato la parola distretto”) aggiunse “caro Stefano diamoci del tu”.

Da quel momento il professor Becattini divenne per me Giacomo e si può immaginare con quanto orgoglio ho raccontato in seguito –e come vedete sto ancora raccontando – questo episodio.

E divenne davvero Giacomo, nel senso che ci sentivamo spesso, abbiamo assieme collaborato al Corriere di Firenze – allora diretto da Piero Meucci – abbiamo anche pubblicato un libretto assieme dal titolo “Leggere la Toscana”, andavo spesso a trovarlo a casa, mi mandava i suoi scritti e ho avuto anche l’occasione di fare da discussant alla presentazione del suo libro “Il Calabrone Italia”e anche in altre occasioni. Anch’io gli mandavo le cose che scrivevo, a dire il vero con molto timore, perché mentre gli altri a cui le mandavo di solito me le restituivano con qualche piccola correzione, Giacomo ci interveniva pesantemente, scoprendo cose che io neanche immaginavo: ammetto che qualche volta ho dovuto anche cestinare ciò che avevo scritto.

Alla ammirazione per lo scienziato in questi anni si è aggiunto l’affetto per l’uomo tanto che oggi la scomparsa di Giacomo mi ha molto addolorato.

Credo però sarebbe sbagliato dire che la sua morte lascia un vuoto -lo lascia sicuramente nei suoi familiari e amici- ma non dal punto di vista del pensiero, dal momento che il suo pensiero si è oramai definitivamente incuneato nella mente di molti: del resto la parola vuoto non fa rima con Giacomo.

Stefano Casini Benvenuti
Direttore Irpet

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