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Belfast, la cine-ballata rhythm & blues di Branagh Cinema

Firenze – Fin dalle prime scene di Belfast ho avvertito una forte aria di famiglia. Poi la memoria ha ripescato una ricognizione per ‘Testimonianze’ di circa trent’anni fa, con la comparazione di cinque film tra l’84 e l’87, focalizzati  proprio sul cinema che coglie quello specialissimo e disvelatore sguardo dell’infanzia di fronte ad avvenimenti storici cruciali : uno sguardo che li legge con un suo filtro particolare, li ‘reinventa’ anche, quando i pregiudizi degli adulti non le si sono ancora incistati nella psiche. E non hanno nemmeno portato via del tutto quell’immenso tesoro di immaginazione, gioco, fantasia, istinto delle combinazioni che – in bimbi senza irreversibili deficit –  fornisce loro una risorsa immensa cui attingere per adattarsi ad eventi tragici e apocalittici e rilanciarli in una prospettiva inedita: in cui ‘il re è nudo’ e le cose sono maledettamente più chiare, non biforcute, spiazzanti e liberatorie.

Belfast è appunto un film in cui Branagh opera questo sguardo speciale e narra in modo avvincente la formazione del suo alter ego bambino decenne nella Belfast dell’agosto 1969 nel divampare del conflitto tra cattolici e protestanti (cui apparteneva il regista). Un mese dopo lo sbarco sulla Luna (dominus onnipresente in ogni servizio televisivo in b/n che si vede nel film a contrappuntare questo ed altri eventi, come i troubles dell’Ulster), Buddy viene distolto dagli spensierati giochi coi compagni di strada nel piccolo slargo dove abita: un rumore sordo di vetri infranti, una fiammata che incendia un’auto, poi l’esplosione.

E’ il primo graffio nel suo vivere come i ragazzi della via Pal. E come loro continuerà a vivere per tre lunghi mesi, come un gioco, fino al taglio netto che coinciderà con la partenza forzosa dal suo mondo vitale.

La ricognizione su accennata prendeva in considerazione 5 film usciti tra il 1984 e il 1987: Anni 40, La mia vita a quattro zampe, Papà è in viaggio d’affari, Kaos, Arrivederci ragazzi. E  ora mi sovviene che anche  La vita è bella, 1994, tratta di questo, con l’eccezione che qui è il padre-Benigni che reinventa come un gioco per il figlioletto il mondo del lager in cui sono precipitati, e comunque il bambino vi entra subito con facilità e recita poi a soggetto.

Di conseguenza, una volta riemersi , era inevitabile comparare questi film con Belfast e scoprire il modo particolare con cui Branagh, irlandese dell’Ulster, ha rappresentato la sua variazione sul tema, e gli elementi di originalità che vi ha apportato.

Di sicuro il precedente più familiare cui il regista ha fatto riferimento è Anni 40, del 1984, altra pellicola britannica – dell’inglese John Boorman – ( autore tra i tanti altri di Un tranquillo week end di paura, Senza un attimo di tregua, Excalibur). Qui è in campo il tremendo momento dell’attacco tedesco per mare e per aria alla Gran Bretagna bombardata ferocemente per ben quattro mesi e la sua eroica resistenza  nel respingere l’invasione, all’inizio della Seconda Guerra mondiale: ma questo è narrato da Boorman con gli occhi dell’infanzia, che ha una dimensione tutta sua, che da una parte funge da autodifesa dalle tragedie; dall’altra in Anni 40 c’è il paradosso creato dalla grande fantasia e potenza vitalistica dei fanciulli  per cui, di fronte alle macerie fumanti della loro scuola, scoperte al mattino dopo il bombardamento notturno tedesco, essi  esultano con un “Grazie Adolf!” che prefigura loro una “forca” ben più lunga dalle noiose lezioni. Forse non riflettiamo mai abbastanza su come i bambini vivono veramente i fatti e gli eventi, e la scala personale dei loro bisogni e desideri in particolari frangenti.

Guardando Belfast le cose originali sono varie rispetto ai film già menzionati. Anzitutto il fatto che qui, proprio fisicamente gli eventi sono visti ad altezza del metro e poco più di Buddy, e la prospettiva della m.d.p. dal basso alla Orson Welles , viene naturale a Branagh, come la scelta di un bianco e nero sfavillante, laddove il colore appare in Belfast solo per i due film di fantasy e la scena di Canto di Natale, rappresentazioni cui l’intera famiglia assiste emozionata e trepidante, come avveniva magicamente una volta in cui il cinema in sala era davvero un incantato rito collettivo  a bocca aperta, sospesi, da afferrarsi  per mano nei momenti topici. Il mito del cinema nel cinema quindi, anche se ironicamente la madre di Buddy di fronte a Raquel Welch in bikini nel preistorico Un milione di anni fa, al marito che giustificava questa scelta come di un film “istruttivo” per i figlioli, commenta: “Eh sì, Raquel Welch in effetti è ‘molto istruttiva’…”.

In realtà tutto Belfast è pervaso da questo umorismo disincantato e autoironico tipico della genia irlandese , che non si piange mai addosso. Nella sceneggiatura originale di Branagh (che ha ben meritato l’Oscar per questa categoria, scrivendo i dialoghi con  misura e lievità rare, senza disturbare la narrazione per immagini) passano tracce di una saggezza nazionale ruvida e senza sconti per se stessa. Per esempio la zia materna di Buddy dice alla sorella che non vorrebbe mai andarsene : “Gli irlandesi sono fatti per partire, altrimenti il resto del mondo non avrebbe i pub! Con l’altra metà che avrà la scusa per rimpiangere quelli che sono andati via…A un irlandese in fondo bastano tre cose: un telefono, una Guinness e una partitura diDanny Boy’  (‘Oh Danny Boy, le cornamuse stanno chiamando.. Sei tu che devi andare e io devo aspettare.. Ma ritorna , quando il sole sarà sui prati o la valle bianca di neve. Sarò là , comunque vada).

Questo tono sarcastico, di non prendersi mai troppo sul serio e di non auto celebrare presunte ‘unicità’ locali, echeggia anche nelle parole dello zio che, di fronte a una frittura micidiale di lardo e uova che sta cucinando, sentenzia al nipote : ”vedi, c’è dell’arte nella frittura dell’Ulster: è quella che ha il record del più alto tasso di colesterolo nel pianeta! Converrai che è una gran bella soddisfazione essere campioni del mondo in qualche cosa!”.

Da considerare che fin dal bimbo Jude Hill/ Buddy, di sbalorditiva espressività, tutti gli attori protagonisti, o comunque sulla scena, sono nord-irlandesi doc, con l’eccezione di Caitrìona Balfe (supermodella irlandese di Dublino) e Judy Dench (inglese dello Yorkshire).

A connotare la cifra del film, facendoci viaggiare anche dentro una ballata irish per immagini e suoni, la colonna sonora è un travolgente rhythm and blues di trombe e sax e una raffinata polistrumentazione, scavata dalle sue radici –  per la voce e i testi del più carismatico e longevo cantautore irlandese : quel Sir George ‘Van’ Morrison che con la mitica Madame Joy (Down to Joy) – sorta di inno dell’anima irlandese pop- conferisce a Belfast sin dai primi fotogrammi, il giusto lead epico, scarno di sentimentalismi. Come l’ irish whisky doc.

Ad alleggerire poi l’atmosfera, in un’incoercibile voglia di vita, comunque vada, i due giovani genitori di Buddy – dopo i troubles e la decisione di abbandonare Belfast – ballano sulla strada con le musiche liberatorie pata-pata di Caledonia Swing e  poi nel salone con quelle di Everlasting Love, brano che il padre del bimbo, Jamie Dorman, dedica alla bellissima moglie, trascinandola nella danza e cantando a microfono spianato la celebre cover, nello stile di un’altra mitica band irlandese, gli U2.

Lo sguardo particolare dell’infanzia – decentrato, a m.d.p. dal basso, privo di stereotipi, in cui infine nel paradosso “il re è nudo” –  si avverte anche quando Buddy all’interno del ‘gioco’ in cui è immerso, chiede : “Papà ma tu non ti fermi a difendere la nostra barricata?”, e poi eccitato :“Mamma, mamma, stiamo saccheggiando il supermarket cattolico!”, mostrando come trofeo del bottino una family-size di Omo in polvere , e all’intimazione materna di riconsegnare subito il maltolto, può opporre solo un “ ma è …biologico!”.

Per assonanza , oltre al “Grazie Adolf!” di Anni 40, viene da comparare queste visuali spiazzanti – anche all’incantato viaggio per mare nel racconto della madre–bambina di Pirandello (episodio Colloquio con la madre, in Kaos, 1984) nei pressi dell’isola della Pomice sulla tartana dalla vela rossa che coi suoi fratelli e genitori, li trasportava in esilio nel 1848, per le idee antiborboniche del padre. Eppure in tanta tristezza ecco spuntare “anche quell’infantile orgoglio della sventura che fa dire a un bimbo vestito di nero: ‘Io sono a lutto sai?’ ,come se fosse un privilegio…”.

O le considerazioni inesorabili del bimbo Erik ne La mia vita a quattro zampe,1985,  quando, anno di grazia 1957, alla notizia che la cagnetta Laika è stata sacrificata a bordo dello Sputnik 2 ‘come primo essere vivente nello spazio’, osserva: “C’è una cosa che mi dà fastidio quando penso a Laika : Lei ha pagato per il progresso dell’umanità, ma non l’aveva mica chiesto lei, né lo avevano mica chiesto a lei !” .

Nel caso di Branagh poi , se i familiari della sua infanzia, sono stati veramente come quelli rappresentati in Belfast, allora gli andata di lusso : infatti sia i genitori che i nonni e gli zii, sono tutti delle brave socievoli e vitali persone, pur ognuna con i suoi caratterini e défaillance. Soprattutto non fomentano mai odio , né esclusione dell’altro. Anzi ne incoraggiano lo scambio senza pregiudizi: “ Mah, per me sono brava gente, sono come noi, solo che pregano diversamente”; “una di queste viene pure alla missione con me, è dello Sri Lanka, mi ha offerto il loro porrige, non ti dico: una settimana al bagno!” (Madre e nonna di Buggy sui vicini cattolici, divenuti “nemici” da un giorno all’altro). E il padre al figlio :  “ non c’è una parte ‘nostra’ e una parte ‘loro’, è solo la religione usata male a creare queste divisioni!”. “Mamma, papà, evviva, allora se diventiamo cattolici non dovremmo andare più in chiesa tutte le domeniche, tanto poi basta confessarsi e ti assolvono sempre, no? Dai diventiamo cattolici!, Che pacchia sarebbe !”.

Alla fine, quando Buggy saluta prima della partenza l’amichetta del cuore Nataly che vorrebbe sposare e con cui vuole andare sulla Luna, tornando dal padre che lo attende vicino al bus con madre e fratello maggiore chiede :“Papà, ma poi quando torno, posso sposare Nataly, anche se è cattolica?”. Il padre allora se lo mette davanti e gli scandisce serio: “Senti ragazzo, ricordati questo per sempre: Nataly  potrebbe essere induista, buddista ,musulmana, atea, vegetariana, ma se ti vuole bene davvero e ti rispetta, se è gentile e sincera, e si comporta con la gente con generosità e altruismo, a casa nostra sarà sempre la beniamina”. Poi aggiunge, sorridendo sghembo “ nel qual caso (se tu sposi Nataly), significa che tu e io dovremmo ‘confessarci’? Non ti pare? E quindi avremo un problema…”.

Una parola sul nonno paterno, interpretato da Ciaran Hinds (anch’egli di Belfast, grande attore shakespeariano, ruoli rilevanti nel cinema con Spielberg, Anderson, Greenaway, Sam Mendes, Peter Brook). E’ un simpatico cialtrone, un po’ truffaldino, ma dotato infine di saggezza sapienziale, dimensione poetica e sempre innamorato della vita, del non arrendersi mai, e questo lo trasmette al nipotino. Assieme al valore molto irlandese della famiglia e del mondo vitale del quartiere, che “si prende in ogni dove cura di te, e di tutti  gli altri, e questo ti dà sicurezza, ti rende felice, non dimenticarlo mai”.

Ma questo senso della famiglia non va confuso con quel “familismo amorale” del Sud Italia indagato sul campo proprio un decennio prima (anni ‘50) da uno studioso americano, Edward Banfield che lo definì così. Questo ‘familismo amorale’ porta ad accentrare ogni valore e affetto solo sui membri della famiglia, escludendo gli altri, costi quel che costi. L’opposto di quello messo in pratica dai familiari di Branagh. Alla morte del nonno, Buddy così commenta : “c’era molta gente al funerale, il nonno era molto conosciuto..”, e il padre sibila con dolcezza “ eh già, doveva denaro al 50% del quartiere!.”, ma aggiunge “ era anche un filosofo, mi ha insegnato molto”.

Le donne di Belfast sono in ultima analisi quelle più quadrate e decidono alla fine per tutti, e i mariti glielo riconoscono sempre. Abbiamo già detto della zia Violet  (Josie Walker, attrice e cantante in musical di grande successo) che poi si auto-prende in giro, ‘ragliando’ una canzone, e alla fine di questa, il marito sapido (quelle delle ‘fritture Ulster’-record-del-mondo-di-colesterolo): “Ma senti un po’ moglie, ti posso chiedere una cosa, che volevo chiederti da tanti anni ?”, “Dai, sputa l’osso..” e lui  “ma una cosa che non  ho mai capito, Violet cara, ma dimmi sul serio ora :  che ci hai fatto davvero coi soldi che ti davano per le lezioni di canto al conservatorio?”.

Poi c’è la giovane madre di Buddy, una silfide castana dagli occhi vellutati e splendide gambe, ogni movimento una delicata naturale eleganza, e non solo nel ballo, ma soprattutto  gran donna e gran solida madre ( e il marito glielo riconosce: “questi due figli sono tutto merito tuo, li hai cresciuti tu da sola. Io non c’ero, sono sempre stato via per lavoro. E ti ringrazio di questo, sei stata grande”. Il personaggio, agìto dalla pur sofistica top-model Caìtriona Balfe, non ha nulla di algido, esprime il nocciolo duro di una giovane madre irlandese di fine anni 60, basica e ben salda nelle sue radici e nei suoi affetti, giudiziosa, pratica, onesta fino allo zelo, ed energica, che difende come una leonessa i suoi affetti. Il marito che fa il carpentiere a Londra e torna solo nei week end, ai primi troubles di quell’estate-autunno del 1969 a Belfast, le propone di emigrare verso luoghi più sicuri e ricchi di prospettive del Commonwealth britannico, tipo Vancouver o Sidney, dove lei ha una sorella. Ma lei recalcitra e alla fine ciò che smuove le molle della decisione effettiva lo trova poi proprio nel tesoro più profondo del cuore: la tenerezza e pietas verso tutto e tutti. Questa sferzata accade per lei  quando, al terzo mese dei troubles, vede il vandalismo provocato nel supermarket della sua vicina cattolica ( cui Buggy partecipa col suo famile size Omouando).Ora, con la famiglia riunita di fronte a questo totem “biologico” sul tavolo, in primissimo piano, lei pensa allo sguardo smarrito e terrorizzato di quella povera donna del supermarket, colpevole solo di essere cattolica.

E confessa che tornando a casa si è vista riflessa nella vetrina, scarmigliata, con le due creature aggrappate alle sue mani ( Buggy e la cugina),  spaventate a morte dalla violenza assurda che stavano vivendo sotto gli occhi. Di fronte c’era lo scalmanato fanatico capopopolo protestante che sfidava i soldati, in assetto di guerra, e il padre di Buggy che lo considerava solo un teppista, mentre per questi lui era un “traditore” perché nonviolento. La scena è ripresa da Branagh sulla musica e le inquadrature di Mezzogiorno di fuoco. La madre ha così visto riflesso sul suo viso il segno di un disordine ingovernabile con le sue sole forze e allora ha provato vergogna e pietà per se stessa, per la sua famiglia, ma soprattutto empatia per i vicini cattolici, “padri e madri di famiglia come noi”, che hanno la sola colpa di “pregare diversamente”. “Cosa sto facendo? Cosa stiamo diventando? Cosa stiamo facendo a questa povera gente?”.

Le uniche armi che lei poteva trovare da donna di Belfast, madre e moglie di professione, e senza difese politiche e culturali, erano quelle di scavarsi dentro e trovarvi proprio quella pietas e tenerezza con cui era cresciuta. Ma ce n’era per tutti. Da parte sua. Avrebbe cresciuto  così anche i suoi figli , lontano da questo luogo ormai campo di battaglia di sangue ed odio. Con suo marito. E Belfast sarebbe rimasta comunque lì, e  sarebbe ritornata con loro, con la stessa pietas e tenerezza, da spandere ovunque possibile.  Oh Danny Boy, le cornamuse stanno chiamando.. Sei tu che devi andare e io devo aspettare.. Ma ritorna , quando il sole sarà sui prati o la valle bianca di neve. Sarò là , comunque vada”).

Infine, last but not least, Judy Dench, la nonna di Buddy. Ha un ruolo apparentemente marginale, come defilato è il suo personaggio nella scena. Sono infatti  poche le pose in cui entra in campo. Anzi all’inizio addirittura compare solo fuori campo, o meglio la si sente borbottare come qualsiasi anziana casalinga borbotta sulle solite sparate del marito donnaiolo che  mette strane idee sull’amore nella testa del nipotino adorato della nonna. Ma le due scene in cui appare in primo piano per pochi secondi, sono alla fine il senso più profondo del film. Non so se Branagh avesse una nonna simile, ma scegliendo lei ha volutamente dato un’impronta indelebile a tutta la storia.

La prima volta quando Dench commenta col nipotino il film appena visto , sul tram che li riporta a casa : “Anche a me piaceva da impazzire il cinema, e avrei voluto arrampicarmi e volar via verso tutti i luoghi meravigliosi che lo schermo mi mostrava, quello che mi è rimasto più impresso è Orizzonti perduti, alla ricerca di un misterioso posto incantato, nel Tibet, Shangri-La, si chiamava…”, e nel sorriso che Dench distende, uno riesce a sognare anche lui, tutta la magia del cinema. La seconda scena memorabile è nel commiato da Buggy e i suoi che lasciano Belfast. A Dench bastano due impercettibili movimenti di sguardo e bocca, mentre segue dalla finestra il bus che si allontana , e il mormorio di un pensiero sussurrato: “Va Buggy, e non ti voltare più indietro”. E il primo piano di Judi Dench riempie ora tutto lo schermo e ogni solco delle sue rughe è fatato sentiero verso dieci, cento Shangri-La. Solo ora forse capisci veramente perché sei lì a godere di questo piccolo grande film.

Belfast ha vinto l’Oscar 2022 per la migliore sceneggiatura originale; e il David di Donatello 2022 per il miglior film internazionale  / Sir Kenneth Branagh, Belfast 1960, allievo di Laurence Oliver e grande interprete e regista shakespeariano anche per adattamenti per il cinema, ha diretto, tra altri film, L’altro delitto, Frankenstein di Mary Shelley, Thor, Marilyn.

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Ho pensato ora un’altra cosa: che quest’anno cade il centenario dell’uscita di Ulixes di James Joyce (febbraio 1922) , irlandese di Dublino e triestino d’adozione e ispirazione. Quest’opera ha cambiato per sempre il linguaggio della letteratura, ma anche -come non si sottolinea mai – del cinema. Quando uscì l’Ulisse, il cinema era ancora muto e in b/n, e Joyce rompeva l’anima a Italo Svevo e a tanti altri per farsi finanziare due cinematografi , già agli inizi del ‘900 ,poi falliti, giacché questa “cosa” era considerata una moda passeggera che non avrebbe avuto futuro.

Samuel Beckett, George Bernard Shaw, Oscar Wilde , ricordiamo anche loro

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