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Beniamino pianista virtuoso grazie a Dragon Ball Cultura

Firenze – La scintilla che ha acceso il sacro fuoco della musica in Beniamino Iozzelli si chiama, udite udite, Dragon Ball. Non Bach con le Variazioni Goldberg o Il clavicembalo ben temperato, non una sonata di Mozart, né un notturno di Chopin o il Chiaro di luna di Beethoven. La carriera del giovane talentuoso pianista fiorentino, già vincitore di non pochi concorsi prestigiosi nonché avviato a un futuro di brillante concertista, nasce nel preciso momento in cui, a 11 anni, ascolta un suo insegnante di scuola media esibirsi al piano in un improvvisato arrangiamento della colonna sonora del noto cartone giapponese. E ovviamente, quando Beniamino ridendo lo racconta, scatena in chiunque incredulità e simpatia.

“Paradossale, però è andata proprio così”, ricorda illuminando divertito il viso ancora imberbe, “È andata che quel giorno al Galluzzo, dove abitavamo, l’insegnante di educazione musicale Paolo Zuccotti volle farmi sentire come si può interpretare, arricchendolo, un refrain semplicissimo. Prese lo spartito di Dragon Ball e, così su due piedi, diede vita a un concerto. Ne fui rapito”.

Otto anni più tardi, dopo aver ottimamente concluso il liceo musicale, Beniamino sta per diplomarsi anche in pianoforte al Conservatorio Cherubini, allievo di Giovanna Prestìa alla quale non lesina ringraziamenti. “Grande insegnante e grande persona”, dice, “Una donna molto aperta e sensibile alla quale devo molto. Con lei ho sempre potuto confrontarmi, cercare nuove soluzioni, trovare un punto di equilibrio. Mi ha aiutato a capire la magia della musica, a crescere tecnicamente e ha sollecitato anche aspetti importanti del mio carattere”.

A 19 anni appena, alto, dinoccolato e molto maturo per la sua età, eccolo dunque già con un pedigree professionale eccellente. E qui occorre chiarire. Essendo Beniamino figlio di amici e colleghi, ho avuto modo più volte di sentirlo suonare e di apprezzarlo. Ma la mia eventuale soggettiva benevolenza cede di fronte agli oggettivi e qualificati riconoscimenti altrui. L’elenco dei suoi pubblici exploit è infatti già corposo. Per citare i maggiori, nel 2013 si aggiudica il Concorso internazionale città di Treviso e quello nazionale di Piove di Sacco (Padova) vinto anche due anni dopo. Sempre nel 2015 il Premio pianistico internazionale Stefano Marizza di Trieste gli assegna il riconoscimento speciale della giuria. Nel 2016 vince invece il Premio pianistico Sergio Cafaro di Magliano Sabina, mentre a Torino è finalista, secondo classificato, al Torneo internazionale di musica TIM.

“In questi ultimi giorni”, aggiunge, “ho partecipano a Bari al Premio Giovanni Colafemmina. Non sono arrivato in finale, ma posso comunque dirmi soddisfatto, perché ho avuto l’opportunità di misurarmi con artisti internazionali di straordinario livello. Su 60 concorrenti solo nove gli italiani, invece una ventina i cinesi, altrettanti i russi, poi ucraini, australiani, molti dei quali più che trentenni e con importanti curricula. È grazie a questi confronti che ci si può fare un’idea dello scenario mondiale e che si può imparare molto ascoltando pianisti in attività. Sono esperienze motivanti, uno sprone a far meglio”.

In genere certe carriere maturano quando in famiglia ci sono precedenti. Non è però il caso di Beniamino. Nessuno dei genitori o dei nonni suona uno strumento. Solo una generica passione per la musica sfociata in piccoli esperimenti. “Fin da bambino mia madre Cristina mi ha fatto provare il violino e altri strumenti. Con lei ascoltavo anche brani per pianoforte. All’epoca mi piacevano Mozart e Rachmaninov. Invece la musica popolare mi ha sempre attirato poco. E anche con il jazz ho limitata confidenza. Mi sento più sicuro tra le pareti dell’universo classico”.

Poi arrivò Zuccotti.Alla mamma piaceva che noi fratelli avessimo un’educazione musicale. Fu così che chiese a quel suo amico professore di darmi lezioni private. Un’esperienza all’inizio assai noiosa fin quando sentii quella versione di Dragon Ball. In me scattò uno spirito di imitazione evidentemente implacabile. Iniziai così a studiare pianoforte da autodidatta: sei-sette-otto ore al giorno oltre alla scuola, un ritmo che m’impegna ancora oggi. Scoprii allora il magico mondo della creatività pianistica classica, da Bach a Mozart, da Chopin a Prokofiev. L’anno dopo entrai al conservatorio. Ero deciso: da grande avrei fatto il concertista. Utopia? Ci sto provando”.

Accadde però che, dopo aver ascoltato alcune sue esecuzioni, il Cherubini lo richiamò all’ordine. Ossia alla disciplina del metodo. “La mia prima insegnante fu Ruth Pardo, una signora bulgara che anni dopo, nella sua casa di via dei Pilastri, sarebbe stata uccisa con la figlia dalle esalazioni di una stufa. Un caso assai triste di cui all’epoca i giornali parlarono molto. Lei, in sostanza, mi obbligò a dimenticare quasi tutto ciò che avevo imparato. Non che non apprezzasse il mio approccio al pianoforte fuori dagli schemi Però mi fece molto riflettere sulla differenza tra atteggiamento istintivo, il mio, e l’equivalente intellettuale, in modo da dosare l’uno e l’altro in rapporto agli autori e alla mia sensibilità. È stata una stagione molto intensa, propedeutica agli studi successivi con la professoressa Prestìa”.

Tecnica a parte, la dote di Beniamino Iozzelli più apprezzata è appunto la capacità interpretativa. Come se, benché giovanissimo, riuscisse a entrare senza difficoltà nelle corde di un autore, a cogliere il significato intimo della sua musica. Indicativo quanto dice di Skrjabin, il compositore preferito. “Un artista di un eclettismo incredibile. In Skrjabin troviamo un universo di sfumature che rappresentano tutte le correnti di quegli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento. Nel mio repertorio figurano vari suoi brani: la terza Sonata opera 23, gli Studi opera 65, il Preludio e notturno per mano sinistra opera 9. Tra l’altro, la quarta Sonata opera 30 è preceduta da un poemetto in versi, sempre suo, essenziale sia per capire la storia del brano, sia per interpretare l’anima esoterica dell’autore. Comunque mi piacciono molto anche Schumann e lo spagnolo Albéniz. Il quale purtroppo non è molto noto. Almeno non quanto meriterebbe”.

Ecco dunque i tre autori più amati, che Beniamino ha fin qui presentato in quasi tutti gli ormai non pochi concerti in giro per l’Europa, per lo più accompagnato dal padre Pietro. Un’attività, come i concorsi, che ha condotto compatibilmente con la frequentazione del liceo. In particolare ricorda l’esibizione a Venezia per la stagione concertistica 2013 di Palazzo Cavagnis, i concerti a Lugano, oppure la partecipazione all’edizione 2015 del Festival pucciniano di Torre del Lago e a quella del Lyceum fiorentino. Quest’anno ha suonato per la Fondazione Walton di Ischia e per la Tevere Remo di Roma, mentre a Firenze il suo nome è apparso più volte nei programmi di Villa Bardini e di Casa Buonarroti, oltre alla soddisfazione di suonare con l’Orchestra del Carmine nel nuovo auditorium della Cassa di Risparmio e al Conservatorio Cherubini.

“Emozioni? Brividi? Ansie da prestazione? Certo che sì”, ammette, “All’inizio il timore quasi mi bloccava, mi tremavano le mani, sudavo copiosamente. Ovviamente il livello di ansia dipende anche dalle circostanze, ma con l’esperienza e un lavoro specifico s’impara a controllarla. Ora va molto meglio. Non posso ritenermi un veterano, ma un po’ di abitudine l’ho fatta. Del resto anche i grandi interpreti, chi più chi meno, vivono le stesse ansie. E ognuno cerca di domarle a modo suo: Salvatore Accardo si rilassa alla tv con una partita di calcio. Luis Lortie fa yoga. Trifonov, addirittura, si isolava l’intera settimana prima del concerto”.

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A un ragazzo così maturo non poteva mancare un acuto spirito critico. Degli autori contemporanei, ai quali è molto interessato, apprezza la scuola di Vienna con i vari Schönberg, Weber, Berg. Trova invece sopravvalutata l’opera di John Cage. “Non la capisco”, dice, “mi sembra priva di intento artistico, puro esibizionismo fine a se stesso”.

Quanto alle nostre scuole di musica vede luci e ombre: “In Italia abbiamo strutture e docenti d’eccellenza, capaci di formare musicisti di levatura mondiale. Per quanto mi riguarda sono grato di aver studiato al conservatorio di Firenze e posso ritenermi fortunato, perché la mia esperienza è molto diversa da quella di tanti compagni che si lamentano dei loro istituti per l’incompetenza o il menefreghismo degli insegnanti. Dal che si deduce che in Italia manca uno standard didattico di alta qualità. Sappiamo d’altra parte fin troppo bene che da noi si investe poco in cultura musicale, il che è paradossale se solo si pensa alla straordinaria tradizione che il nostro paese può vantare anche in questo settore.”.

 

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