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Beppe Marangoni e le sue quotazioni Rubriche

Il nostro Alfio Berangeri poteva perciò onestamente ritenersi un pittore arrivato: non un grande artista (idea che bastava a turbarlo, per quel tanto di fuoco e di disordine che portava in sé), ma un onesto artigiano. I suoi quadri continuavano ad essere l’uno la copia dell’altro, tranquille decorazioni che piacevano alla clientela che lui preferiva: quella senza grilli né pretese, solida, conservatrice. Passava le giornate rinchiuso nel suo pittoresco studio nella mansarda del sesto piano (“Bohème, Atto Primo” commentavano sarcasticamente entrando a fargli visita i suoi ex compagni d’Accademia), ma all’una in punto si toglieva la blusa, si lavava accuratamente le mani e scendeva a pranzo col vecchio padre, il Ragionier Berangeri, la mamma e la zia nubile. Poi, riposino, seguito da altre tre ore dedicate all’arte, poi due passi al centro all’ora dell’aperitivo. Cena, televisione, e a nanna presto. Donne, alla larga: la mamma e la zia rappresentavano tutto il suo universo femminile.
Il sabato mattina, “Operazione Studio Aperto”: riceveva i clienti. Con indosso una blusa di tela grigia, copiata da un ritratto fotografico di Monet e con un grande basco in testa, andava ad aprire la porta ai visitatori con l’aria ispirata: … un paio di minuti e sono da voi, lasciate che fissi sulla tela un’emozione prima che mi sfugga per sempre … ecco, vedete, è questa luce negli occhi di questa bambina che mi interessava catturare, la conoscete vero, è la nipotina del Cavalier Angeloni, il presidente della Cassa di Risparmio, che ha tanto insistito perché le facessi il ritratto … caro avvocato, eccomi a lei, mi diceva che sua moglie desiderava un dipinto dove apparisse il suo palazzetto al Lido di Venezia?
Ma ecco che un giorno, nella ordinata vita di Alfio Berangeri, tutto cominciò a girare dal verso sbagliato, e nuvole plumbee vennero a turbare il suo cielo. Il padre, molto anziano, era morto da poco quando si scoprì che la situazione economica della famiglia non era affatto florida né rassicurante, come tutti credevano: il vecchio commerciante, negli ultimi anni di vita, si era dato a pericolose speculazioni, aveva ipotecato le sue proprietà immobiliari, aveva contratto dei debiti. La famiglia, per ripianare la situazione, dovette vendere il rimanente e abbandonare il grande appartamento dove avevano sempre vissuto, per ritirarsi a vivere in un più modesto quartierino di periferia. Dovettero licenziare la domestica (ah che vergogna, mi raccomando che non lo sappia nessuno …) e imparare a cavarsela da soli, e ogni sera, a tavola, le lacrime della zia nubile, costretta a prepararsi il pranzo e a servirsi da sola a tavola, erano un continuo rimprovero per il fatto che lei aveva dato tutto il suo capitale da gestire al fratello, e mai e poi mai avrebbe creduto di doversi ridurre a cucinarsi la minestrina da sola. L’ingrosso di tessuti e maglieria venne venduto precipitosamente, con un ricavo assai modesto, e così Alfio Berangeri dovette riconsiderare la sua posizione nel mondo alla luce di una realtà fino ad allora sconosciuta: quella del bisogno.

Se, fino a quel giorno, la vendita di una tela era vista come un evento soddisfacente, oltre che sotto il profilo del successo personale, anche sotto quello economico, ora l’aspetto pecuniario diventava fondamentale: Alfio doveva vendere, per la semplice ragione che in casa non v’erano altre entrate. Per fortuna, il suo nome era conosciuto, le sue mostre ben frequentate, e le sue quotazioni assai dignitose. Ecco, proprio qui ha inizio questa storia: dalle quotazioni di Alfio Berangeri.
È noto che, nel mondo dell’arte, ogni pittore ha una sua gamma di quotazioni, né più né meno, ad esempio, del prezzo al metro quadrato di un’abitazione in un certo quartiere, o del valore di un ettaro di terreno agricolo in una certa campagna. Queste quotazioni sono il risultato di anni o decenni di mostre di successo, di critiche positive, della creazione, intorno al proprio nome, di un alone di positività, proprio come avviene a un marchio commerciale nel campo degli elettrodomestici, o della moda, o dei mobili……Il racconto continua, giovedì 2 febbraio la terza puntata
 

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