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Beppe Marangoni e le sue quotazioni Rubriche

Passarono alcuni anni, nel corso dei quali le cose parevano andare per il verso giusto: Berangeri dipingeva, vendeva qualche quadro, in caso di necessità ricorreva a Carminati, e, a dire il vero, gli sembrava molto comodo affidarsi a un mercante che, pur limitando il suo guadagno, lo esonerava dal lato commerciale, e un po’ fastidioso, del suo lavoro. Il suo nome continuava a godere, in città, di una sua tranquilla e salda reputazione.
Un giorno Carminati, senza preavvisare, piombò nel suo studio con un’aria strana, sorridendo come chi sta per spararne una grossa.
Hai letto il giornale stamattina, Alfio?
Sì, perché?
Quale giornale?
Il Corriere, come al solito.
Ma no, no, leggi qui.
E gli porse una copia del giornale locale, quello che, diceva Berangeri, serviva solo per leggere i necrologi. Qui la quinta pagina (L’Arte e La Cultura in città) era interamente occupata da un lungo articolo, corredato da numerose immagini, dal titolo sibillino: “Beppe Marangoni, un artista e il suo mistero”. L’articolo era firmato da un nome importante della critica, Sergio Rifredi, e questo stupì dolorosamente Alfio, che non celò una smorfia stizzita, perché Rifredi non aveva mai degnato di un rigo le sue tele firmate Berangeri, ma ora era stato pronto a dedicargli tutto quello spazio, lodandolo però sotto l’identità di Beppe Marangoni. Tuttavia, come gli fece puntualmente osservare Carminati, non c’era motivo alcuno per adontarsene: quello era l’inizio della costruzione di un nuovo personaggio, di un inquietante, potente, misterioso artista. L’articolo presentava infatti il Marangoni come un pittore schivo, ombroso al limite della paranoia, che rifiutava ogni contatto personale con il pubblico, con la stampa, con i critici. Suo tramite con il mondo era solamente il suo mercante, Luigi Carminati, che, periodicamente, gli organizzava una mostra, alla quale lui però si rifiutava categoricamente di apparire. Il Rifredi faceva intendere, pur senza affermarlo a chiare lettere, che a lui era stato concesso il privilegio di avvicinarlo, ma che si trattava appunto di un privilegio del tutto speciale, e che il pubblico invece, per approfondire la sua conoscenza di questo nuovo, originale artista, avrebbe dovuto aspettare l’imminente pubblicazione di un suo saggio dal significativo titolo Marangoni, il pittore senza volto.
Alfio venne anche a sapere, in un trafiletto della stessa pagina, che a Milano, tra pochi mesi – nell’imminenza delle feste natalizie – si sarebbe tenuta una personale del Marangoni, e che la città meneghina (l’ignoto e poco originale redattore non si era potuto trattenere dal chiamarla così) avrebbe per l’occasione messo a disposizione il nuovissimo spazio predisposto dall’architetto Tizio nel Palazzo Taldeitali, che sarebbe stata la degna cornice per l’attesissimo evento e bla e bla e bla.
La conversazione che seguì, tra Alfio e il Carminati, ebbe del surreale:
Ma sarai contento almeno, Alfio, non dire di no! Hai una faccia, sembra che ti faccia dispiacere!
Sì, sì, sono contento, anzi no, non lo so, ma perché dovrei essere contento?
Ma come perché? Ma questo è il successo, Alfio!
Sì, sì, ma la storia del nome …
Ma insomma Alfio, sei peggio di un bambino! Ma quanti artisti conosci, che sono diventati famosi con uno pseudonimo!
Chi?
Ma per esempio, per esempio … ora non me ne viene nessuno … ecco, il Botticelli, per esempio, o il Brusasorci, o il Canaletto, tutti pseudonimi, o il Guercino, o il Tintoretto…
Sì, sì, va bene, d’accordo, ma ammetterai che …
Ma non ammetto niente, Alfio! Marangoni sei tu!
Sì, è vero, è vero, non posso dire di no …
…….Il racconto continua, mercoledì 8 febbraio la sesta ed ultima puntata
 

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