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Betlemme: la luce di Natale, il buio della violenza Politica

Firenze – Il  mondo sta precipitando nella spirale dei nazionalismi e dei populismi e nessuno farà qualcosa per riavviare il processo di pace fra israeliani e palestinesi. Anche la svolta storica degli Stati Uniti, il cui ambasciatore all’Onu per la prima volta non ha esercitato il diritto di veto su una risoluzione che condanna gli insediamenti ebraici in Cisgiordania e a Gerusalemme, appare solo un ultimo colpo di coda di Barack Obama nell’imminenza di un ribaltamento inquietante della politica americana: “Dal 20 gennaio si cambia”, le parole di Donald Trump non lasciano adito a dubbi.

Le illusioni non fioriscono, dunque, soprattutto a Betlemme la città dove nacque Gesù e che tutto i mondo ricorda nella Notte Santa. Abituata da anni ad assistere a una situazione in costante peggioramento dei rapporti fra israeliani e palestinesi, i cittadini di Betlemme vivono in uno stato di dura occupazione militare, chiusi in un “maledetto serpente di cemento, quel muro divisorio che ha portato agli israeliani un oggettivo incremento alla sicurezza contro il terrorismo, pagato però con l’altissimo prezzo della perdita di libertà nei movimenti e quindi della certezza del lavoro per i palestinesi, minacciati anche dalla crescente pressione costituita dalla presenza dei coloni”. Sono parole dello storico Franco Cardini tratte dalla prefazione al libro “Betlemme, la stella della Terra Santa nell’ombra del Medioriente”, scritto da Alfredo De Girolamo e Enrico Catassi (Maria Pacini Fazzi editore) e acquistabile in edicola con La Nazione fino al 10 gennaio (sarà in libreria in primavera).

Non è solo l’occasione del Natale 2016 a focalizzare l’attenzione dei due autori, attenti  osservatori delle vicende mediorientali che analizzano anche per Stamp Toscana. Betlemme – in ebraico Bait Lahm, “la Casa del Pane” –  uno dei 16 governatorati della Palestina che conta 220mila abitanti e ha un tasso di disoccupazione del 22,7%, non solo è un luogo santo per ebrei, cristiani e musulmani, ma è anche il punto dove si scaricano le tensioni, i drammi, gli odi e le intolleranze, di quella infinita tragedia che è il conflitto israelo-palestinese.

Nello stesso tempo è anche il territorio dove maggiormente opera la cooperazione italiana: “Con un impegno di circa 426 milioni di euro, a partire dal 1985, la Cooperazione italiana è tra i principali donatori della Palestina. Un aiuto multisettoriale che comprende: emergenza, uguaglianza di genere, sanità, sviluppo economico, iniziative promosse dalle Ong, educazione, formazione, cooperazione universitaria e infrastrutture”, scrivono gli autori nel presentare uno dei personaggi da loro intervistati , Giampaolo Cantini, toscano, “traghettatore della Cooperazione nel periodo che ha portato alla riforma (legge 125 dell’agosto 2014) e al rilancio, anche sul piano delle risorse finanziarie”.

Cantini è uno dei 14 testimoni che raccontano di Betlemme da diversi punti di vista. Quello religioso (padre Pierbattista Pizzaballa, per 12 anni Custode di Terra Santa che è il nome che prendono i Francescani dell’Ordine dei Frati Minori);  suor Piera Carpenedo, direttrice di  Effetà, complesso scolastico è gestito dalla Congregazione delle suore Maestre di Santa Dorotea;  mons. Luciano Giovanetti,  presidente (ispiratore) della Fondazione Giovanni Paolo II. Quello laico: da Vera Baboun,  prima donna sindaco di Betlemme, a Issa Jamil Kassissieh, l’ambasciatore accreditato a conferire con papa Francesco dopo che Il 2 Gennaio 2016 è entrato in vigore l’accordo tra la Santa Sede e lo stato Palestinese. O il medico Victor Batarseh, primo sindaco di Betlemme eletto con suffragio popolare nel maggio del 2005.

Quel “serpente di cemento”, la presenza degli insediamenti dei coloni, la privazione delle risorse e le restrizioni alla circolazione colpiscono non solo i rapporti economici e spingono tanti giovani ad andarsene, ma anche quelli della quotidiana convivenza umana: “Una storia millenaria e un tunnel senza fine chiamato conflitto israelo palestinese oggi convivono. – scrivono gli autori – Mentre le speranze per il domani di arrivare ad una soluzione svaniscono, resta solo un’ ultima tenue possibilità chiamata: miracolo”.

Un miracolo che coloro che sono sul campo sperano che possa realizzarsi: “Bisogna sempre parlare di pace, lavorare con le persone, incontrarsi, guai a smettere, la pace deve restare un obiettivo perseguibile e possibile”, raccomanda mons. Pizzaballa. “Le generazioni future sono la prima cosa su cui investire, lì si gioca tutto, per creare nuovi leader. Impegnarsi senza illusioni in una prospettiva non prossima: dobbiamo attraversare ancora un lungo periodo nel deserto. C’è la necessità di incoraggiare e promuovere, in modo sincero e univoco, i diritti dei popolo palestinese. Con azioni concrete che aprano un dialogo vero con la controparte israeliana, senza ascolto il binario del dialogo è morto”.

Non bisogna dunque farsi illusioni raccomandano i testimoni, perché nulla cambierà finché la comunità internazionale e la classe politica israeliana non avranno seriamente preso in considerazione il riconoscimento dei diritti del popolo palestinese. Intanto c’è però un punto di partenza che nessuno può eludere –affermano De Girolamo e Catassi:  “In quelle colline segnate da pietraie e ulivi secolari è riconducibile una parte fondamentale della cultura del rispetto, del valore della dignità umana, del nostro pensiero contemporaneo, per credenti o meno. Tra mille difficoltà la stella di Betlemme brillerà ancora e non solo a Natale”

 

Foto: Diocesi Palestrina

 

 

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