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Bettini alla prova finale, tra cinismo e lacrime di gioia Opinion leader

A guardargli le spalle il fido Alessandro Vanotti, compagno all’Astana, e al 99% Simone Ponzi, anch’egli parte del team kazako e che con le ultime confortanti prestazioni dovrebbe sfilare una maglia da titolare a Giampaolo Caruso. Il regista naturalmente sarà Luca Paolini, l’uomo-ombra del CT Bettini quando questi correva e unico tra gli azzurri già medagliato alla rassegna iridata, bronzo nel 2004 a Verona.

 

Seconda punta Michele Scarponi, per le fughe da lontano largo a Rinaldo Nocentini – secondo regista di squadra – e al campione italiano Ivan Santaromita, mentre Pippo Pozzato sarà l’estro in fuga, colui a cui tutto può esser concesso nonché probabile pedina per l’eventuale sprint finale assieme allo stesso Paolini. L’ultima maglia se la giocano Ulissi e Visconti, con il primo lievemente favorito.

E’ questa la Nazionale Italiana che PaoloBettini ha scelto per l’attacco alla maglia iridata più bella, perché assegnata in Italia e per giunta in Toscana, la terra del ciclismo nel Mondo. Una squadra solida, tutti per uno e uno per tutti, concetto che Bettini, due Mondiali e un’Olimpiade in bacheca da atleta, ben conosce.

 

Tuttavia sbaglia chi crede che i riflettori puntati verso gli azzurri siano tutti per lo Squalo e compagni. Quello che più sente il peso del Mondiale in casa è lo stesso Bettini. Paolino, quand’era il Grillo delle due ruote, era un cecchino: se metteva l’obiettivo nel mirino, non falliva. Diversa è invece la sua storia da Commissario Tecnico.

Da quando ha preso in mano la guida degli azzurri categoria cosiddetta Elite, ovvero dal 2010, dopo la scomparsa del suo mentore Franco Ballerini, Bettini ha gestito l’Italciclo in tre Mondiali e un’Olimpiade, senza mai salire sul podio: il miglior risultato è stato il quarto posto di Pozzato in volata a Geelong, nel mondiale australiano del 2010. Per trovare un altro italiano nei dieci bisogna aspettare i Giochi di Londra, con Paolini nono.

 

Nell’era post-Martini, ovvero il più grande tecnico nella storia del ciclismo (sei maglie iridate, sette argenti e sette bronzi in ventitre edizioni dei Mondiali dal 1975 al 1997), nemmeno il bistrattato Antonio Fusi fece di peggio: nel 1998 prese il bronzo con Michele Bartoli, terzo a Valkenburg, in Olanda, dietro lo svizzero Camenzind e il belga Van Petegem.

A Firenze il peso è su di lui. Perché in quattro anni non ha ancora collezionato un podio. Perché questo Mondiale si gioca più in casa che mai. Perché sarà onorata la memoria del suo maestro Ballerini, passando davanti casa del defunto ex CT a Casalguidi, nel Pistoiese.

Quello di Firenze per Bettini è il Mondiale del bivio: o fa centro, come da ciclista, o forse questo ruolo non fa per lui, e allora mai rassegna iridata sarebbe più adatta per vederlo scendere dall’ammiraglia. Ma quando era il Grillo, Bettini le pressioni le sapeva reggere, eccome.

 

Un esempio. 25 settembre 2006: Bettini a Salisburgo brucia in volata Zabel e Valverde e veste la sua prima maglia iridata. 2 ottobre, una settimana dopo: il fratello Sauro muore in un tragico incidente stradale. 14 ottobre, dodici giorni dopo: Bettini, in lacrime, vince la centesima edizione del Giro di Lombardia e la dedica a Sauro.

Rivogliamo vedere quel Bettini, e la sua squadra con lui, come quel giorno: cinico e in lacrime. Ma stavolta vogliamo che siano solo di gioia.

Niccolò Bagnoli

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