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“Blackbird”: storie scomode di amori sbagliati Spettacoli

Un pugno allo stomaco, e il dubbio che forse le cose non sono sempre così semplici come sembrano. Dopo aver visto lo spettacolo “Blackbird”, in scena al Teatro Metastasio di Prato per la regia di Lluís Pasqual, è impossibile non porsi delle domande. Un argomento di grande attualità viene trattato con profonda delicatezza e con uno sguardo asettico, lontano da ogni valutazione morale e giuridica. Ci vuole poco a giudicare, la legge sopra di tutto: l’accusa, la colpa, la sentenza. Ma se in alcuni casi si trattasse solo di un amore sbagliato? Il drammaturgo scozzese David Harrower non intende dare risposte, ma solo suggerire qualche riflessione. E ci riesce grazie all’ottima interpretazione di Massimo Popolizio e Anna Della Rosa, diretti da un regista che sa affrontare tematiche crude e forti con grande cura e sensibilità.

Ottanta minuti con il fiato sospeso. Commovente e angosciante la vicenda che il pubblico è costretto ad ascoltare: la giovane donna in scena quindici anni prima era solo una bambina di 12 anni, invaghitasi di un uomo molto più grande di lei, un quarantenne che, dopo diverse avances, aveva ceduto alle lusinghe di quella ragazzina. Una cotta folle. O una perversione malata. Una volta scoperti dai genitori della bimba, ovviamente, sei anni di carcere per lui e un marchio a vita su di lei. Ma al di là della legge, cosa accadde davvero quella notte? Un uomo di 40 anni abusò di una bambina indifesa, o l’amore, irrazionale e travolgente, colpì due anime a cui era preclusa la possibilità di diventare gemelle?

Dopo quindici anni sono di nuovo l’uno di fronte all’altra. Timorosi, rabbiosi, amareggiati. La loro conversazione si consuma in una scena grigia, da periferia della città, in cui Paco Azorin costruisce un’atmosfera dai rimandi pinteriani e beckettini insieme: il dialogo oscilla tra il sarcasmo e la delusione di lei e il nervosismo e l’ira di lui. L’uomo ha provato a ricominciare, nuove generalità, nuova vita. Ma la ragazza no. È stata lei a scontare realmente la pena, continuando a vivere la sua stessa esistenza, rimanendo lì dove lui la lasciò quella notte in cui, con le manette ai polsi, veniva accusato di averle fatto del male. Dopo quindici anni questa bimba divenuta adulta lo è andato a cercare, per vendetta o per riappropriarsi di ciò che, in fondo, le appartiene. Insiste nel torturarlo con le sue domande, con le sue offese, con le sue accuse. Ma è anche curiosa e inquisitoria, vuole sapere di lui, della sua vita. Vuole conoscere il suo punto di vista.

In un delirio impetuoso, tra passione e rancore, Anna Della Rosa rivive in scena ciò che è stato, narra gli eventi, si dibatte nel suo dolore. Un’attrice prorompente, la cui forza emozionale riesce a raggiungere le corde più intime degli spettatori. Accanto a lei Massimo Popolizio esprime il disagio di un uomo che non sa se sentirsi responsabile di un errore commesso o se reputarsi un essere malato. In lui prevale il bisogno inarrestabile di non essere paragonato a “loro”. Nessuno dei due è riuscito a dimenticare. Ma forse lui è riuscito ad andare oltre. O forse ha solo trovato un’altra “vittima”. Il sipario si chiude su questo interrogativo crudele e angosciante. Si chiude su una bambina che non può fare a meno di continuare a odiare e amare contemporaneamente quell’uomo che, nel bene e nel male, la fece sentire qualcuno. Si chiude su un uomo che si lascia tutto alle spalle e le sbatte la porta in faccia, abbandonandola nel suo smarrimento, per la seconda volta.
 

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