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Bologna 2 Agosto, la strage nera che insanguinò l’Italia deve ancora essere raccontata Breaking news, Opinion leader

Firenze – Il 2 agosto 1980, alle 10,25 del mattino, a Bologna, gli italiani andavano in vacanza. Sotto il sole implacabile, famiglie con bambini, nonni, zie e zii, cugini, congiunti di altre famiglie che aspettavano a casa o attendevano l’arrivo dei loro cari lì, alla stazione pulsante di quel movimento vitale che è il viaggio, la partenza, la vacanza, a tutto pensavano tranne che la morte fosse a pochi minuti da loro. E la morte arrivò, terribile come nessuno poteva immaginare, sventrò d’un colpo esistenze ordinarie comuni, di gente che voleva solo rivedere, riabbracciare, tornare, partire …

Ottantacinque morti, trasportati all’obitorio con un autobus di linea, il 37, perché le proporzioni di ciò che era accaduto era al di là di ciò che si poteva approntare subito, lì per lì. Oltre duecento feriti, trasportati con le barelle delle ambulanze che venivano meno di fronte al numero (fu la strage con più tributo di vite innocenti mai avvenuta nel dopoguerra in Italia), trasportati con lenzuoli, coricati su scale, alla fine su pezzi di lamiera. Arrivo del presidente della Repubblica, Sandro Pertini, con la voce rotta dalle lacrime, il viso di pietra. La notizia arrivò mentre eravamo nel paese di origine della famiglia, Santa Sofia  di Romagna, ricordo il silenzio e la voce di mio padre, in dialetto: “Iè i fasést” (“sono i fascisti”).

Fu immediato, infatti, nella coscienza del popolo, questa prima riflessione. Troppo vicine le stragi di matrice neofascista, troppo soprattutto quella dell’Italicus che aveva insanguinato, ancora una volta, una regione e una città a cavallo della linea gotica, in quel corridoio rosso che da sempre era la direttrice Firenze-Bologna. Troppo precisa la sensazione che chi poteva prendere di mira alla cieca, vomitando odio sulla gente che se ne va in pace in vacanza, non può avere che uno scopo: seminare terrore per far sentire le persone insicure, deboli, disarmate, e quindi in pericolo. Attacco alla democrazia.

Che la sensazione immediata risultasse poi quella giusta, dopo quarant’anni di inchieste, di tenace richiesta di verità da parte delle famiglie delle vittime e della città, è ormai dato di fatto. L’ipotesi dell’esplosione della caldaia, ventilata subito dopo la strage e mai veramente creduta sia da chi la proponeva sia da chi la ascoltava, servì solo a far passare il tempo prima che i vigili del fuoco scoprissero il cratere lasciato dalla bomba sul pavimento di quella soffocante sala d’aspetto di seconda classe (anche questa scelta, la dice lunga sugli obiettivi…)  inghiottita dall’esplosione e dal crollo. In quel luogo perse la vita la vittima più piccola della strage, una bimba di 3 anni, Angela Fresu.

Nei giorni successivi, la chiara coscienza della matrice di destra della strage alligna anche in tutto l’arco costituzionale. Ecco la dichiarazione del 4 agosto del presidente del consiglio, Francesco Cossiga: “L’orribile strage di cui è ormai chiara la matrice di destra ci impegna a fare luce, a non lasciare nulla di intentato”. Eppure, qualcuno solleva altre ipotesi. E’ il Psdi che si alza solo ed unico a suggerire, sin dal 3 agosto, la pista internazionale. Il 4 agosto, sono i senatori repubblicani, Giovanni Spadolini a capo, a presentare un’interrogazione in merito. Licio Gelli rilancia qualche mese più tardi, nel settembre 1980; sulla stampa si cominciano a leggere ricostruzioni che vanno in tal senso.

I quarant’anni trascorsi sono stati punteggiati da diversi processi e ricostruzioni, ma il dato emerso è che i sospetti della prima ora erano del tutto fondati. La magistratura è ormai giunta a conclusione, si tratta di una strage fascista. I neofascisti Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, e Gilberto Cavallini, condannato con sentenza di primo grado nel gennaio 2020, gli esecutori materiali. Gli autori dei depistaggi, accertati e condannati: Licio Gelli, Pietro Musumeci, generale del Sismi (il servizio segreto italiano) legato alla P2, e poi il tenente colonnello Giuseppe Belmonte e il faccendiere Francesco Pazienza.

Ma c’è di più. Come mette in evidenza il bell’articolo su Internazionale della storica Vanessa Roghi, (https://www.internazionale.it/opinione/vanessa-roghi/2020/08/02/strage-di-bologna), mentre la procura generale aggrava le accuse contro Licio Gelli e Umberto Ortolani (rispettivamente capo e tesoriere della loggia massonica P2) che passerebbero dal ruolo di comprimari a quello di “mandanti” e “finanziatori” (si tratterebbe di una svolta storica, le nuove indagini ovviamente dovranno passare al vaglio dei processi, come sottolinea lo stesso autore dell’articolo sull’Espresso del 23 luglio 2020, Paolo Biondani), la studiosa ricorda dei passaggi che solitamente, pur essendo di pubblica conoscenza, non vengono agganciati alla prospettiva più ampia di una ricostruzione “storica” della strage. A conti fatti, la “pista” individuata dal sindaco di Bologna Renato Zangheri, dai magistrati bolognesi e condivisa da buona parte dell’opinione pubblica e dei politici dell’epoca, non solo viene confermata dalle sentenze e dalla piega presa dalle nuove indagini, ma fa emergere anche il ruolo di due magistrati, ammazzati fra il 1974 e il 1980, Occorsio e Amato, che in quei tempi indagavano sul terrorismo “nero” e le sue trame.

La “pista” è quella, citando la storica Vanessa Roghi, che  “parte da piazza Fontana, passa per piazza della Loggia e San Benedetto Val di Sambro; dal processo Italicus a partire dal 1974, e dalle indagini di Vittorio Occorsio e Mario Amato a Roma fra il 1974 e il 1980. I due magistrati, assassinati rispettivamente nel 1976 e nel 1980, hanno volto lo sguardo verso l’estremismo nero mentre il paese, in un crescendo che porta al delitto Moro, è concentrato su quello rosso.

Nei dodici mesi che precedono la strage di Bologna, il terrorismo nero ha compiuto quattro omicidi solo a Roma e numerosi attentati esplosivi. Non è un fenomeno locale però. Riguarda l’intero paese, decine di gruppi e sigle, responsabili di rapine e sequestri. Eppure solo una persona indaga su questo fenomeno: Mario Amato, 43 anni, di Rovereto. Indaga dall’aprile del 1979, dopo un attentato al Campidoglio, mette in relazione una costellazione che ha i suoi legami con la criminalità organizzata ma anche preoccupanti infiltrazioni dentro la procura. Mario Amato denuncia tutto questo davanti al Consiglio superiore della magistratura (Csm): lo ammazzano il 23 giugno 1980, alla fermata dell’autobus. La procura quel giorno non gli ha mandato l’automobile per andare in ufficio”.

Foto: Wikipedia

 

 

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