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Brachetti, il Cavaliere delle arti, al Teatro Verdi Spettacoli

Uno nessuno centomila. E un nome padrino: Fregoli. Che riusciva a essere contemporaneamente più persone. Lo vedevi in borghese e un attimo dopo in divisa militare. Appariva giovane e gagliardo e s’un botto eccolo vecchio e claudicante. Sembrava un barbuto omaccione ma no! è una procace sciantosa o una ammiccante cocotte. La differenza è che Arturo va molto più veloce del suo antenato. Da vero atleta. Arturo racconta che se il mestiere l’ha eredito dalla biografia di Fregoli i trucchi glieli ha passati un giovane prete conosciuto in seminario dove il padre l’aveva spedito perché facesse il bravo. Si chiamava don Silvio Mantelli ma a tutti era noto come Mago Sales. E con questo nome sarebbe passato alle cronache. Aveva 15 anni l’Arturo. Via il seminario dentro i palcoscenici. Senza un attimo di tregua. E senza identità. O dalle mille identità. L’uomo dai mille volti. Dopo i successi all’estero (appena 18enne a Parigi è la vedette dell’Olympia) approda in Italia. Lavora con Scaparro, Crivelli, la Compagnia della Rancia, cura la regia dello spettacolo “I corti” di Aldo Giovanni e Giacomo ma resta un personaggio stranamente popolare. E men che mai un divo televisivo. A Firenze Brachetti la prima volta lo vedemmo nell’88 nell’allora Variety. Una vita fa. Fu una inesauribile, sensazionale sequenza di trovate comiche e colorate: vertiginoso one man show, cabaret futurista, fra Depero e Marinetti, titolo “In principio Arturo creò il cielo e la terra”. Poi qualche anno fa tornò al Verdì nel segno di “Gran Varietà Brachetti. Premiato teatro meraviglie”, il musical e l’avanspettacolo, e lui a guidare acrobati, trapezisti, ballerini, illusionisti, atleti, cantanti, un omaggio al mondo del circo e del varietà nel segno dei suoi più illustri cantori, Chaplin e Fellini. Era per lui un modo nuovo di fare spettacolo, un cabaret delle illusioni in technicolor, ma forse anche una “scusa” per non sentirsi più solo.
Ora rimette in piedi la sua mirabolante macchina dei sogni in solitaria cambiando un centinaio di costumi e calandosi in altrettanti personaggi. Tirati fuori da un vecchio baule dove sonnecchiavano vecchi cari eroi di cinema e tivù. “Ciak, si gira” (dal 15 al 20 novembre al Teatro Verdi) recita il titolo omaggio a un mondo di celluloide, i buoni e i cattivi, cowboys, corsari, avventurieri. Tutto d’un fiato. Senza, allo spettatore, lasciare il tempo di farsi domande. E magari fare come quel bambino che una volta, alla fine dello spettacolo, gli chiese se sarebbe tornato a casa in taxi o volando: “Il complimento più grande che abbia mai avuto”. Basta fidarsi degli occhi. Dove scorrono Zorro, Mary Poppins, Maciste, Crudelia De Mon, Tarzan, Lawrence D'Arabia, Charlot, King Kong, Harry Potter, Biancaneve, E.T. e via di seguito. In una sarabanda sismica e magnificamente ambigua.

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