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Brennero Express Rubriche

Si interruppe, spense la sigaretta e si passò una mano sulla faccia. "Sa, io ero un bambino pieno di sogni. E mi creda, i sogni sono la cosa più importante che abbiamo.  Mi sedevo nel cortile di casa, in mezzo alle donne che sferruzzavano maglioni, in quei pomeriggi che parevano infiniti. Non avevo giocattoli, tranne quelli che mi costruivo da me: un arco, una spada fatta con un'assicella di legno e un'altra più corta, inchiodata a fare da elsa. Avevo qualche biglia, che avevo vinto ai ragazzi di città che capitavano lì in villeggiatura. Ero vestito male, e poi ero un bambino brutto, con le gote rosse rosse dei bambini che mangiano cose sbagliate e stanno troppo al freddo.
Ma ero pieno di sogni, non so neanch'io come descriverglieli, forse perché non c'è niente da descrivere, voglio dire quei sogni, chi se li ricorda più? Chi se li è mai ricordati? Li sognavo e basta, e mentre li sognavo ero felice. Stavo dei pomeriggi attonito, seduto tra le sottane delle donne, a farmi raccontare per decine di volte la stessa storia, questo quando ero molto piccolo, sa io sono venuto su in una famiglia dove c'erano quasi solo donne, gli uomini erano tutti emigrati, mio padre era in  Francia a fare il muratore e tornò che io avevo già dieci anni, e ricordo che diceva che aveva fatto male a lasciarmi con tutte quelle donne, che mi avevano dato una educazione sbagliata, anzi lui usava un'altra parola: usava "improntatura", che non dev'essere italiano ma mi sembra che renda bene il suo pensiero.
Sa, mio padre aveva proprio ragione: quando lui tornò la mia improntatura era fatta, e non c'era più niente da poter cambiare se non piccole cose marginali, e a lui non piaceva proprio l'improntatura che quelle donne mi avevano dato, ma a me sì. Quando diventai più grande, verso i tredici, quattordici anni, ogni pomeriggio prendevo un libro e salivo in solaio. Leggevo un paio d'ore poi stavo semplicemente là, a guardare la campagna da un abbaino, e ricordo che mi sembrava la steppa russa, oppure la piana di Waterloo; sapesse quanti eserciti ho visto sfilare e fronteggiarsi, nei miei sogni, su quelle colline, tra quei poveri paeselli: San Nicola, Sant'Antioco, Bruzzolino…e sapesse quante nobildonne francesi e russe hanno salito la scaletta che portava al nostro pollaio, e quanti moschettieri hanno duellato nella sala d'armi del nostro granaio…

Sa, non avevamo libri in casa, ma c'era una biblioteca ambulante che passava, con un camioncino, una volta al mese, e io leggevo delle riduzioni popolari dei grandi romanzi: I Miserabili, Guerra e Pace, il Conte di Montecristo. Insomma, leggevo e fantasticavo, e intanto andavo male a scuola e non imparavo nemmeno a badare alle capre, mi distraevo e le lasciavo scappare che poi ci volevano delle ore per ritrovarle e riportarle nella stalla, e mio padre si arrabbiava, sentivo il suo disprezzo che mi scivolava sulla pelle come una lumaca, e allora provò a mettermi a bottega da un falegname ma anche lì combinavo solo disastri e rischiavo pure di farmi del male, tanto ero distratto, e io ce la mettevo tutta ma proprio non me ne riusciva una fatta bene, e questo mi riempiva di avvilimento e di vergogna.
Poi un bel giorno uno zio che era andato a stare a Roma e mi voleva bene ci venne a trovare, e senza che io gli dicessi niente capì che ero in una situazione angosciosa e senza via d'uscita, e mi propose, anzi propose a mio padre di prendermi con sé a Roma, e mio padre accettò, ed io pensavo che aveva accettato solo per non avere più questa mezza cartuccia di figlio tra i piedi."
Tacque un po', e sorrise con un'aria triste, di arresa malinconia, e il ragazzo pensò che in quel momento quell'uomo doveva essere triste proprio come quando era un ragazzino e aveva lasciato il paesello e la sua famiglia, e che aveva anche un sorriso da ragazzino.
"E così venne il periodo di Roma. Ci arrivai che avevo sedici anni, ero un montanaro con questo orribile accento abruzzese che ancor oggi ho addosso – il ragazzo, per la prima volta, sorrise e arrossì, perché stava pensando proprio la stessa cosa – vestito con gli avanzi di un armadio di montanari, e non me l'hanno mai detto ma scommetto che mi portavo ancora dietro l'odore di casa mia, dei campi, della stalla, della cucina piena d'aglio di mia madre, poveretta. Mio zio lavorava a Cinecittà, e cominciò subito a darsi da fare per trovarmi un lavoro, ovviamente come facciamo sempre noi italiani, e come continueremo sempre a fare, mi pare di vedermelo: tengo un nipote mio da sistemare, tanto un bravo ragazzo, ora è qui a Roma ma sta sulle spese, no non tiene mestiere ma è serio e volonteroso e impara in fretta, no non è andato molto a scuola ma che importa, forse che i diplomi servono a qualcosa per lavorare, insomma conto su di te, mettiti una mano sul cuore e poi vedrai che quando sarà il momento ti saprò favorire anch'io, perché quel mio zio faceva l'organizzatore di comparse a Cinecittà e se voleva ti prendeva a giornata per fare il legionario romano o lo schiavo egizio o insomma quei ruoli in costume che c'erano nei film di dopo la guerra. Ma quello non era un mestiere: un giorno lavoravi e tre no, bastava che piovesse e ti rimandavano a casa, era roba da accattoni che venivano dalle borgate per rimediare 'ste quattro lire della giornata e il cestino del pranzo, e in cambio erano disposti a travestirsi come dei pagliacci e a farsi trattare come delle pezze da piedi.
Mio zio voleva che io avessi un mestiere vero, così alla fine riuscì a collocarmi presso un suo conoscente che faceva l'operatore, un siciliano, e io cominciai così la mia – fece un sorriso che gli uscì come una smorfia sarcastica – la mia carriera cinematografica. Il primo anno gli andavo a prendere il caffè, gli portavo le borse col materiale, gli andavo a ritirare le camicie in lavanderia, portavo dei messaggi a questo o a quello, e non venivo pagato per niente, ma lo zio diceva che per l'apprendistato non solo è normale non essere pagati, ma che bisognerebbe anzi pagare.
Poi cominciai a porgergli gli obbiettivi, e a tenere tutto il materiale pronto e in ordine e pulito, e così un po' alla volta imparai come funzionava tutta la baracca, e allora mi insegnò ogni giorno qualcosina e poi cominciò a farmi fare delle piccole cose, qualche volta si azzardò a lasciarmi regolare il fuoco, e poi a farmi fare qualche inquadratura, e insomma per fargliela breve dopo cinque anni ero un secondo assistente alla regia, e ad ogni film mi prendevo anche un compenso niente male. Avevo trovato un appartamento a Ostia, così ero comodo per venire a Cinecittà, e poi l'estate mi piaceva andare la domenica al mare, pensi che l'avevo visto per la prima volta a sedici anni, e ad Ostia facevo due passi a piedi ed ero in spiaggia, e poi c'erano tante ragazze ed erano i tempi dei primi bikini.
E fu al mare che conobbi questa ragazza tedesca – accennò con la testa alla donna, che continuava a dormire – che era venuta lì con il marito, erano appena sposati ma proprio durante la vacanza litigarono e lui pensò bene di mollarla, la lasciò lì sulla spiaggia senza un soldo e senza un posto dove andare, e a quel punto capitai io che stavo andando a pescare e la vidi in lacrime, così disperata e sola, ed essendo io un fessacchiotto di cuore tenero le dissi che poteva stare a casa mia finché non si fosse sistemata in qualche modo, non rida ma lei ci rimase per due mesi e io per tutto quel tempo non ci provai mai con lei. Poi tornò in Germania, e dopo qualche tempo me la vidi riapparire e mi disse che aveva divorziato, e insomma per fargliela breve questa volta ci mettemmo insieme. E lì incominciarono i miei guai, perché questa ragazza era ambiziosa e voleva che io facessi una grande carriera….. Il racconto continua, domenica 26 febbraio la quarta puntata.

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