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Brennero Express Rubriche

"E adesso, a che cavolo mi attacco, mi sono detto. Ho quarantasei anni e la mia vita se ne sta andando a catafascio, sono senza lavoro, senza soldi, senza patria, senza un posto da chiamare casa. Senza futuro e senza presente. E allora un giorno me ne sono andato a camminare da solo in un parco, e pensavo, e non trovavo nulla, finché quando già ci avevo rinunciato e mi sentivo disperato mi è venuta una illuminazione, e mi sono tornati in mente i miei sogni, caro giovanotto. Perché se in qualche angolo della mia testa c'è rimasta una cosa che mi pare vera, e intatta, bella e veramente mia, questi sono quei sogni che fantasticavo a otto, a dieci anni laggiù al paese. Perché i sogni non te li può rubare nessuno, sono roba tua, per sempre. E ora proprio quelli sto andando a ritrovare.

Qualche anno fa è morta mia madre, mi pare di avertelo detto – inspiegabilmente, era passato al "tu" – e mi ha lasciato in eredità una casuccia. No, non quella grande dove abitavo con i miei fratelli e le mie sorelle, quella l'hanno ereditata loro e se la sono pure già venduta, ma una casettina lì accanto, che era stata data in affitto a una vecchia zia che aveva un'aziendina di apicoltura ed è morta pure lei, da un mese. Così ora la casa è vuota, e speriamo solo che non sia in malora e tutta da rifare, ché soldi da spenderci non ce ne sono.
E sai che cosa ho in mente di fare? Di installarmi lì, con questa mia moglie tedesca che se non altro ha avuto la pazienza di seguirmi in tutti questi anni, e di dedicarmi ai miei sogni. Assieme alla casetta ho ereditato una cinquantina di arnie di api, quelle a cui badava quella mia zia che è morta, e per campare penso che continuerò il suo lavoro, e non so dirti perché ma mi pare particolarmente bello questo progetto di vivere del miele prodotto dalle mie api. Mi ricordo ancora quando, da bambino, aiutavo la zia per la smielatura, e sono sicuro di poter subito ritrovare quei gesti e quel mestiere, appena ci proverò.
Ma come ti dicevo non sono certo le api a farmi ritornare lì, né quegli ottanta metri quadri di una casetta in montagna. Ci vado perché lì ho lasciato la parte più vera della mia vita, che per qualche strano alambicco del destino poi ha preso una strada sbagliata. E allora faccio quello che si fa con un albero malato: si risale, partendo dai rami, verso il tronco, fino a dove si trova un punto dove l'albero è ancora sicuramente sano. E dal quel punto in poi si taglia. Il mio ultimo punto sicuramente sano l'ho lasciato a Monte San Fedele, che è il nome del mio paesuccio, dove guardavo la campagna e sognavo, e dio com'ero felice allora. E anche quando non ero felice, almeno ero davvero io."

Tacque, e si capì che il racconto era finito. Il treno stava per entrare nella stazione di Bologna, il ragazzo si alzò e si infilò il cappotto, guardò l'uomo con tenerezza – e gli parve normale ora – e gli disse che lo doveva lasciare, perché era arrivato, e che gli dispiaceva perché era stato bello conoscerlo, e ascoltare la sua storia. Raccolse il manuale di Diritto privato, e gli sembrò un oggetto talmente estraneo che gli fece quasi ribrezzo. L'uomo si alzò per salutarlo, e gli fece uno scappellotto affettuoso dietro la nuca, che sembrò una carezza. La donna si sollevò sul sedile, cambiò fianco e gli fece un saluto con la mano, mentre usciva.

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