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Brexit: occorre pensare ai perdenti della globalizzazione Opinion leader

Milano – Della Brexit si possono dare due letture: quella – diffusissima in questi giorni – dell’abbaglio collettivo, dovuto sostanzialmente a disinformazione, oppure quella di uno stato di ansia riguardo a un danno temuto, in cui una maggioranza degli elettori britannici oggi versa in conseguenza del dissolversi delle frontiere e dell’aumento dei flussi migratori in entrata nel loro Paese.

La lettura giusta è più probabilmente la seconda. È vero: sono molti e univoci gli studi che mostrano come, in tutti i Paesi europei, dall’apertura delle frontiere siano destinati a  derivare svantaggi soltanto per una minoranza tutto sommato modesta della popolazione e soltanto per un periodo transitorio. Ma è ormai evidente che l’ansia derivante dal potersi trovare in quella minoranza colpisce – e non solo in Gran Bretagna – un elettore su due. Il fronte no-global gioca apertamente su questa ansia epidemica. Il fronte opposto, se vuole vincere la battaglia, non può limitarsi a spiegare che dall’apertura delle frontiere e dalla specializzazione produttiva internazionale che ne consegue deriverà un aumento del P.I.L.: deve anche spiegare quale parte di questo P.I.L. verrà destinata a indennizzare chi nella transizione ci perde; e precisamente come.

Non può limitarsi a spiegare  che ne risulterà un aumento della produttività media del lavoro: deve anche spiegare in che modo si opererà per evitare che quell’aumento sia come il pollo di Trilussa, portando benefici soltanto ai più bravi, ai più mobili, a quelli che sanno l’inglese, insomma soltanto a quelli che sull’autobus della globalizzazione sanno saltarci sopra. L’eccesso di ansia è una malattia; ma come tutte le malattie può essere curato. Brexit è una batosta per il Regno Unito e per il mondo intero. Ma, se ci spingerà a occuparci con maggiore attenzione e puntualità dei perdenti della globalizzazione, vorrà dire che – anche questa volta – non tutto il male è venuto per nuocere.

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