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Brexit: opportunità per un’Europa ancora più unita Opinion leader

Firenze – Rimettiamoci dalla sorpresa di essere andati a dormire con l’Europa ancora integra (allucinazioni da overdose di exit poll) e di essersi invece svegliati con l’Europa a pezzi e ragioniamo un momento. Se il segno dei tempi è quello di un mondo che torna a ritirarsi negli egoismi nazionali e nelle prove di forza, dovremo aspettarci un 2017 non solo con il Regno Unito che tratta l’uscita dall’Unione, ma anche con Donald Trump presidente degli Stati Uniti. Nel frattempo, per restare nell’ipotesi peggiore,  in Spagna (si vota domenica) prevalgono i populisti, Matteo Renzi perde il referendum costituzionale d’ottobre e Angela Merkel va al voto federale come un generale con un esercito disfatto, demotivato e arrendevole.

Una scenario che nella sostanza propone un nuovo isolazionismo di Washington che mantiene Londra come interlocutrice principale ed europei deboli e litigiosi, che gradualmente perdono peso nei confronti dell’Orso russo che avrebbe bisogno di partner forti anche per moderare l’impatto di una nuova fortezza economica e commerciale Usa-GB. Così le vecchie visioni degli anni 90 del “testa a testa”, della competizione fra aree blindate di libero mercato, tornano prepotentemente di moda e Trump guiderà la carica di un nuovo patto anglo-americano.

Tuttavia, come sempre avviene nelle avventure umane, non è affatto detto che le cose in Europa vadano in questo modo. Ha ragione l’ambasciatore Sergio Romano: la Gran Bretagna è entrata in Europa di malavoglia e solo in funzione difensiva nei confronti di un continente unito tenendo sempre un coerentissimo atteggiamento liberistico: siamo qui con voi perché siete un unico grande mercato. Tutto il resto, moneta compresa, sono affari nostri. Bruxelles è un prodotto burocratico non controllato dai cittadini di sua maestà. “I want my money back”, ripeteva Margaret Thatcher che non ha mai digerito la quota che il cancelliere dello Scacchiere deve versare ogni anno alle ragioni dell’Unione.

Del resto, questo sciagurato referendum frutto della debolezza del premier, è venuto fuori quando le autorità europee si sono messe a discutere di controlli bancari e di integrazione delle politiche fiscali, vere e proprie bestemmie per la City e per tutta la business community britannica che non ha calcolato (purtroppo è accaduto altre volte nella storia delle nazioni) che con questo scherzo con il fuoco hanno scatenato le forze peggiori della destra: populismo, nazionalismo, intolleranza etc. Quando mai si era visto in Gran Bretagna un assassinio politico durante una campagna elettorale?

Abbandoniamo il colpevole David Cameron nelle mani di  Nigel Farage e pensiamo ai sei paesi fondatori della Comunità, diventata poi Unione, alla Spagna e al Portogallo, agli scandinavi, e a quegli stati che sono venuti “dal freddo” dalla fine dei sistemi comunisti. Le forze populiste e nazionaliste in questi paesi sono cresciute, ma restano ancora minoranza. Marine Le Pen e Matteo Salvini chiedono referendum come quello britannico, ma non hanno la forza di imporlo per la compattezza del mainstream politico ed economico dei rispettivi paesi. Semmai Salvini ha il vantaggio di poter dare al referendum costituzionale di ottobre anche il significato di una prova di forza antieuropea. Ma le elezioni amministrative hanno messo in evidenza che i richiami all’intolleranza non passano nella maggioranza dell’opinione pubblica italiana.

Qualche problema può venire dall’Olanda di  Geert Wilders e da neo-partner dell’Est dove le destre sono più forti potrebbero seguire l’esempio britannico, ma è molto dubbio che possano vedere una convenienza nel trovarsi di nuovo soli, stretti fra Europa occidentale e Russia.

Dunque gli stati fondatori hanno ora una nuova grande opportunità: senza le riserve britanniche, senza le continue defatiganti trattative con il governo di oltre Manica per far fare qualche passetto avanti all’integrazione, possono cominciare a rafforzare l’Unione politicamente ed economicamente. Il Brexit può fornire loro un’arma in più da far valere con  coloro che non condividono fino in fondo le ragioni dell’Unione e non hanno la forza di gestire le emergenze salvandone i valori: vedete? Si può anche andare via, e accomodatevi pure, ma l’Unione europea per la quale ha combattuto una generazione di europei, idealisti e coraggiosi, resta in piedi e si rafforza.

C’è un dato confortante che viene dalle urne dell’Union Jack: i giovani si sono pronunciati a grande maggioranza per restare con l’Europa.

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