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Brexit: quando l’opinione pubblica inglese aprirà gli occhi Opinion leader

Milano – Ve l’immaginate il Parlamento di Westminster – quello uscito dalle ultime elezioni, perse da Theresa May – quando, fra un anno o giù di lì, si troverà a discutere su di una bozza di accordo con la UE che collocherà il Regno Unito nella scomoda posizione di appartenente allo Spazio economico europeo o all’Unione doganale più o meno come l’Ucraina o la Turchia, vincolato a regole alla cui determinazione non potrà più partecipare, obbligato ancora a contribuire alle casse dell’UE anche se in misura minore rispetto a prima, con una frontiera aperta tra Ulster e Irlanda attraverso la quale potrà di fatto passare più o meno lo stesso flusso migratorio irregolare attuale?

A quel punto non solo il Parlamento di Westminster, ma anche l’intera opinione pubblica britannica valuterà i pro e i contro di una Brexit totalmente diversa e incomparabilmente meno appealing di quella per la quale votarono un anno fa. C’è da stupirsi se a quel punto prevarrà la proposta di riconsiderare l’intera faccenda e tornare sui propri passi? Certo, la Gran Bretagna si troverà di fronte alla prospettiva di rimanere nella UE in una posizione molto più debole rispetto ai decenni passati, proprio perché non potrà più avvalersi, nei confronti degli altri partner, della minaccia di andarsene. Ma sarà comunque meglio accettare questa mortificazione che diventare un Paese europeo di serie B.

Il Regno Unito, comunque, avrà reso un servizio preziosissimo all’intero continente, perché avrà confermato in modo clamoroso quanto già la vicenda greca degli anni scorsi ci ha insegnato: cioè che – piaccia o no ai “sovranisti” – i danni dell’opzione exit sono molto più gravi rispetto a quelli dell’opzione remain. E a quel punto il partito dell’integrazione europea avrà fatto un enorme passo avanti.

 

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