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Buchi a perdere. Quando scavar tra le rocce conviene Cronaca

C'erano diversi abusi anche al tempo di Maria Teresa, nel Settecento. C'era chi si apriva la cava senza chiedere, chi si espandeva senza poterlo fare. A un certo punto, Maria si è stufata della situazione e ha detto che era tempo di sanare le situazioni precedenti e consolidate». Parte da qui, dal XVIII secolo, la vicenda che sta tenendo in queste settimane il nord della Toscana con il fiato sospeso e che riguarda le regole (e gli introiti) provenienti dall'escavazione del marmo di Carrara. La voce che ci parla è quella di Pino Sansoni, esponente di Legambiente Carrara. La Maria in questione, invece, è Teresa Cybo-Malaspina, sovrana unanimemente riconosciuta come “illuminata” del Ducato di Massa Carrara, che per prima cercò di dare un ordinamento, seppur sommario e pieno di lacune, al regime di coltivazione delle cave. Oggi la partita si gioca su
concessioni e beni estimati, tariffe alla tonnellata e trattative fra amministratori locali e industriali del marmo. Ma per poter comprendere fino in fondo regole e attori di questo gioco è necessario partire proprio dal tempo di Maria Teresa, quando nacque il fenomeno della concessioni perpetue, ciò che oggi è alla base del concetto di “bene estimato”.

I beni estimati ieri – Sembra un paradosso ma non lo è. Ciò con cui ci si sta confrontando in queste ore per determinare le modalità di sfruttamento dei bacini marmiferi sopra Carrara è un diritto di origine settecentesca, detto estense, dal nome della casata che deteneva il principato di Carrara. Spiega Sansoni che Maria Teresa, madre di Maria Beatrice D'Este, ultima sovrana del Ducato, decise di fare ordine a una situazione deregolamentata, dando un sorta di «concessione perpetua»
di escavazione a coloro che nel catasto dell'epoca avessero «la cava registrata da almeno 20 anni». Agli altri veniva tolta la possibilità di lavorare, dice Sansoni, perché erano obbligati a «restituire e abbandonare le cave».

I beni estimati oggi. Fuorilegge secondo la Corte – Ciò che viene rivendicato ai giorni nostri da taluni imprenditori del marmo, che da tempo immemore operano negli stessi bacini, è il diritto a esercitare ancora questa sorta di perpetua potestà sugli “appezzamenti” di cava che loro ritengono appartenergli di fatto. Questo consente specifici vantaggi in almeno due ordini di merito: anzitutto, il bene estimato aggira la temporaneità delle concessioni, fissata dal regolamento sugli agri marmiferi del 1994. Inoltre, cosa ancor più importante ma estremamente più controversa, chi esercita la sua attività in regime di bene estimato pare essere esentato dal pagamento di parte dei canoni concessori sul valore medio del marmo estratto, equivalenti al cinque per cento di questo sulla base della leggere regionale 78 del 1998 e all'8% in relazione a quanto stabilito
dal regolamento degli agri marmiferi (Del. Cons. Comunale n. 88 del 29/12/1994 e successive modifiche). In pratica, la cava è mia, il marmo è mio, i benefit sono tutti miei. Ma sulla legittimità dei beni estimati già si è già espressa la Corte Costituzionale con la sentenza 488 del 1995, per la quale «una parte della legislazione estense è incompatibile con la legge dello Stato», come ad esempio quella relativa alla «regola della perpetuità della concessione», cancellata dal Regio
Decreto n. 1443/1927, la c.d. legge di unificazione mineraria. Dal 1995 a oggi, malgrado questa sentenza storica firmata da giudici del calibro di Enzo Cheli, Gustavo Zagrebelski e Giuliano Vassalli, poco o niente è cambiato.

La Giunta Zubbani e la lotta agli abusi – Nell'edizione locale de Il Tirreno di lunedì 20 agosto scorso, sulla pagina di Carrara, compariva in prima la foto dell'assessore al marmo Andrea Vannucci. Impegnato anch'egli nel settore lapideo, l'uomo che ha in mano le chiavi delle cave di marmo ha promesso ai cittadini: «E ora ci prendiamo i beni estimati». In poche parole, seguendo
il leit motiv della Giunta guidata dal sindaco Angelo Zubbani, l'assessore ha dichiarato ancora una volta l'intenzione dell'amministrazione di battersi per una maggiore equità nella redistribuzione degli introiti derivanti dallo sfruttamento delle cave. Il Comune dovrà riappropriarsi delle zone in regime di bene estimato perché esse rappresentano «un contenuto economico importante per le casse del nostro Comune».

Legambiente: “Basta parole. Il Comune passi ai fatti” – “Parole, parole, parole” quelle di Vannucci secondo gli esponenti di Legambiente Carrara, che attaccano l'Assessore e il Consiglio comunale in toto per il loro presunto conflitto di interessi: «Da troppo tempo il Comune è strettamente legato agli industriali del marmo. Basta vedere il Consiglio Comunale
e la sua composizione. La maggior parte dei consiglieri ha a che fare con le cave. Avevamo addirittura Conti, sindaco e rappresentante degli industriali del marmo al tempo stesso» – spiega Paola Antonioli, presidente del circolo Legambiente Carrara. Pur riconoscendo nelle parole dell'assessore «una buonissima intenzione», Legambiente aspetta ancora «che si passi ai fatti».

L'esposto in Procura e alla Corte dei Conti – «Il Comune – prosegue la Antonioli – potrebbe risolvere la questione dei beni estimati molto semplicemente. Richiedere a coloro che rivendicano di avere un bene estimato i carteggi catastali che dimostrino la licenza datagli in passato da Maria Teresa Cybo-Malaspina o da Maria Beatrice D'Este. Ma siccome quei documenti non c'erano allora e non ci sono oggi, quello dei beni estimati si rivela per quello che è: un grande bluff». Ravvisando
un «comportamento completamente a favore degli imprenditori e non dei cittadini», Legambiente Carrara ha consegnato nei giorni scorsi un esposto alla Procura e alla Corte dei Conti contro gli amministratori che negli anni si sono succeduti in piazza 2 giugno.

Il regolamento non attuato – Fra i solleciti inviati alla Procura della Repubblica e alla Corte dei Conti, Legambiente insiste sulla mancata attuazione del regolamento degli agri marmiferi. In particolare, il regolamento approvato nel 1994 stabiliva che «l’esercizio delle cave di marmo negli agri marmiferi comunali avviene attraverso concessioni amministrative». A distanza di un
anno, il Comune si impegnava a rilasciare le concessioni di durata ventennale, che sarebbero state rinnovate dopo un esame della specifica richiesta. Ebbene, a distanza di 18 anni, col regolamento ormai maggiorenne, nessuna concessione è stata rilasciata e si ha avuto, di fatto, una perpetuazione indisturbata dell'antico stato di cose.

Il regolamento modificato e il l'aziendalismo degli amministratori pubblici – Non solo inadempienze di quanto stabilito dallo stesso Consiglio comunale. Ciò che viene infatti alla mente studiando le varie modifiche apportate al regolamento, soprattutto in quelle del 2002, è che vi sia stato un comportamento degli amministratori carraresi di tipo “filo-aziendalista”. Legambiente qui ci va giù duro, sostenendo che le condotte di sindaci, giunte e consigli comunali siano state «palesemente finalizzate a procurare indebiti vantaggi patrimoniali ai titolari delle attività estrattive». Ad esempio, il rinnovo della concessione ad oggi avviene «automaticamente» e la sua durata è stata aumentata da 20 a 29 anni. Un po' come tornare ai tempi di Maria Teresa,
quando s'era deciso di concedere la perpetuità delle concessioni. Ma il pezzo forte delle modifiche al regolamento sta in ciò che interessa di più ai cittadini: nelle tariffe che gli industriali del marmo pagano al Comune per poter condurre la loro attività.

Le tariffe del marmo di Carrara. Chi ci guadagna? – Se io sono un concessionario di cava, o, più precisamente, sono un soggetto che senza concessione opero nell'escavazione del marmo, per poter staccare i blocchi dal monte devo pagare un canone annuo al Comune di Carrara (art. 10 del regolamento del 1994). Questo canone, originariamente, doveva essere «fissato in relazione al valore di mercato» del marmo estratto, in conformità con quanto stabilito dalla legge 724/1994, che prevedeva un valore «non inferiore a quello di mercato». Dopo una “garibaldina” modifica di questo principio che veniva sostituito con la piena potestà del Consiglio comunale nella decisione delle tariffe, la sentenza 488/1995 della Corte Costituzionale ha fatto tornare le amministrazioni carraresi sui loro passi. Ma solo fino a un certo punto. Il canone, infatti, a oggi, non è più calcolato in relazione al valore di mercato del tipo di marmo estratto, ma esiste un tetto, pari all'8% del valore della produzione (al quale si somma il già citato 5% imposto dalla legge regionale 78/1998). Laddove gli industriali non siano d'accordo con il valore calcolato dal Comune, possono ricorrere a un arbitro, rallentando il procedimento e favorendo possibili perdite per le casse comunali. Le tariffe imposte dal Comune fino a poco tempo fa erano molto favorevoli agli industriali. Tre fasce di qualità per i marmi estratti, rispettivamente in 4,60, 7,80 e 13,50 € alla tonnellata. Per calcolare poi il costo di una tonnellata di marmo che il concessionario deve pagare al Comune si deve «notare che tali tariffe, come previsto dall’art. 10 sexies, sono comprensive del canone (8% del valore di mercato) e del contributo di cui alla L.R. n. 78/98 (5% del valore di mercato) e corrispondono perciò a valori di mercato rispettivamente di 35,38, 60,00 e 103,85 €/t per i blocchi delle tre fasce» (Legambiente). In realtà, è cosa nota a Carrara, il valore di mercato dei blocchi della qualità di marmo più pregiato non è 103,85 €/t ma 10 volte superiore (circa 1.000 €/t. Per un approfondito esame dei valori medi dei marmi si veda Il Tirreno del 22 agosto 2012). Ecco quindi che il gioco è fatto. Il Comune si fa pagare relativamente poco, mentre gli industriali rivendono a molto. Non è fantascienza. È la realtà. Più reale della matematica.

A.A.A. amministratori illuminati cercasi – A oggi il tavolo di trattativa fra gli industriali  carraresi e la Giunta Zubbani per fissare le nuove tariffe si è interrotto, a dimostrazione della dichiarata volontà di modificare l'attuale stato di cose. Ci sono una decina di arbitrati in sospeso e l'idillio fra amministratori pubblici e “padroni di cava” pare essersi interrotto. Ma a tutto questo, che non è poco, si deve aggiungere il presunto fenomeno del commercio in “nero” del marmo, per il quale il vicepresidente della commissione antimafia Fabio Granata ha espresso l'idea di un'inchiesta parlamentare, considerando anche che da più parti è stato fatto pubblico annuncio della presenza di infiltrazioni nel tessuto economico locale di organizzazioni criminali, specie
d'origine 'ndranghetosa. Anche il procuratore nazionale antimafia Anna Canepa è intervenuta in materia, affermando che le 'ndrine della Liguria arrivano fino alle cave di Carrara. E allora lo avrete senz'altro capito, la situazione è complessa e al momento vie d'uscita se ne vedono poche. Ma se ne dovranno trovare, malgrado amministrare il territorio carrarese si è dimostrato nel tempo impresa ardua e di difficile compimento. Anche per i più illuminati degli amministratori. Per conferme,
chiedere di Maria Teresa Cybo-Malaspina.

 

(foto: National Geographic)

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