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Calano gli sfratti, “spariscono” le case, l’emergenza abitativa resta Breaking news, Cronaca

Firenze – Calano gli sfratti, il problema resta. E il problema è quello, annoso, dell’emergenza abitativa, che incrudelisce a Firenze e in Toscana con l’affacciarsi di altre forme di reddito e altre rendite, rispetto a quelle tradizionali.

Insomma, se i numeri calano, come spiega Laura Grandi, segretaria regionale del Sunia, non è certo perché è giunta qualche soluzione dai rimedi messi in atto dalla politica. Anzi. Perché il problema è che gli sfratti calano in conseguenza (anche) al fatto che “scompaiono” le case.

“Il fenomeno del turismo ormai non impatta più solo a livello di canoni, drogando un mercato che continua a mantenere canoni locatizi altissimi, certo di poter contare su una domanda infinita apportata dalla massa turistica che si abbatte sulla città – dice Grandi – bensì si arriva al fagocitamento delle abitazioni stesse, che, sottratte al mercato dell’affitto residenziale, finiscono dentro al girone impazzito dell’affitto breve. Ovvero, della locazione turistica”.

Insomma, affitti alti, al di fuori della portata della famiglia media e in più scomparsa delle abitazioni. Il meccanismo è tutto sommato elementare: “Allo scadere della locazione residenziale o per ragioni successorie, o per banali ragioni di compravendita – spiega ancora Grandi – l’immobile non viene reimmesso nel mercato degli affitti residenziali, ma viene incanalato in quello degli affitti brevi turistici. Così, non solo i canoni continuano a essere abnormi, ma anche l’immobile stesso viene sottratto al mercato tradizionale”. Semplice, ma ferale per la città e per i residenti. E ovviamente, in questo cambio di destinazione e d’uso, gli sfratti calano.

Di quanto, questo è un altro discorso ancora. In Toscana, sono 12mila le famiglie che aspettano lo sfratto con forza pubblica. Ventiduemila sono in attesa di una casa popolare. Le convalide di sfratto in attesa di esecuzione in Toscana sono 3848.

Nei Comuni, la parte del leone la fa Firenze e provincia, con 1015 nuove convalide di sfratto nel 2018, 3493 richieste di esecuzione, 715 sfratti già eseguiti con forza pubblica. Diminuiscono del 9% i provvedimenti esecutivi, e arrivano a meno 17,72% le esecuzioni con forza pubblica. Insomma, a Firenze si arriva a circa 70 sfratti al mese. Quarantacinque anni fa, il fatto di contemplare in città 30 sfratti con forza pubblica al mese indusse l’amministrazione cittadina ad “aprire” una commissione per l’emergenza abitativa. Nel resto della Regione, spicca il contesto di Empoli, che continua ad essere la città con più espropri immobiliari in Toscana: vale a dire, sono le banche, che, non riuscendo gli utenti a pagare la rata del mutuo, incamerano la casa.

Ma sono le città d’arte a pagare lo scotto più alto. Seconda in classifica, Pisa, che con la sua provincia guadagna anche il poco invidiabile primato di essere la città con l’aumento delle nuove convalide di sfratto del 9,38%, vale a dire in numeri assoluti 420 convalide di sfratto e 414 sfratti con richiesta di forza pubblica e 0ltre a 320 sfratti già eseguiti sempre con la forza pubblica. Terza per numero di sfratti si classifica Livorno,  387 convalide, 304 sfratti con richiesta di forza pubblica e 213 sfratti già eseguiti sempre con forza pubblica. Quarta Lucca, con 344 convalide di sfratto, 432 richieste di esecuzione e 300 sfratti già eseguiti con forza pubblica. Prato  si trova al quinto posto, con 330 nuove convalide, 1210 richieste di esecuzione e 271 sfratti già eseguiti con forza pubblica. A seguire Pistoia con 332 nuove convalide,  che si segnala anche per le 342 (39% in più) richieste di esecuzione e 130 sfratti già eseguiti con forza pubblica, Arezzo con 290 nuove convalide, 932 richieste di esecuzione e 269 sfratti già eseguiti con forza pubblica, Siena con 257 nuove convalide, 514 richieste di esecuzione e 134 sfratti già eseguiti con forza), Grosseto con 247 nuove convalide, 403 richieste di esecuzione e 109 sfratti già eseguiti con forza pubblica. Infine, fanalino di coda, Massa Carrara con 226 nuove convalide, 423 richieste di esecuzione e 110 sfratti già eseguiti con forza pubblica.

A questi numeri si aggiungono altre percentuali: ad esempio, circa il 90% degli sfratti (88% dato nazionale, ma la Toscana non si sottrae) è dovuto a morosità, spesso incolpevole. “Spesso – dicono dal sindacato – se non sempre, perché quando il canone d’affitto assorbe il 50% del reddito famigliare, come si fa a dire che si tratta di morosità coplevole?”. Insomm,a se dal reddito famigliare la metà se ne va nel canone, il resto serve per condominio, utenze, spesa alimentare, istruzione per i figli … e a volte, come già noto da tempo, per le famiglie la scelta è: o l’affitto o la spesa. Quando, ovviamente, la casa c’è.

Perché il vero problema, ribadiscono Maurizio Brotini (segreteria Cgil Toscana), Laura Grandi (segretaria Sunia Toscana), Simone Porzio (Dipartimento Politiche Abitative Cgil Toscana) è la scomparsa delle case per gli affitti residenziali, oltre al canone spropositato. Anche perché la sottrazione immobiliare presenta due nuovi, inquietanti aspetti: da un lato, l’entrata in scena di fondi immobliari internazionali e società di gestione del risparmio che “drenano” immobili, in particolare dalle città d’arte, per edilizia di lusso che trasforma intere aree in materiale di pregio rivolto a un mercato del lusso internazionale e a se’ stante; dall’altro, la gestione di ampi gruppi di appartamenti in locazioni brevi da parte di soggetti che compiono vera e propria attività d’impresa. Una situazione paradossale, che vede persino la richiesta di soggetti “imprenditori” di vedersi applicare la famosa “cedolare secca”. ovvero uno sgravio fiscale. Mentre, è ormai notizia nota, i sindacati sono in prima fila per richiedere proprio un cambio di tassazione per queste realtà: chi svolge attività professionale con un tot (da decidere) di appartamenti in ballo, deve vedersi applicare la tassazione d’impresa. Ma qui torna in ballo il fatto che tale regimentazione fiscale deve scaturire dall’autorità statale.

Un altro elemento da non sottovalutare, spiega Brotini, “è la favola che siano i piccoli proprietari a godere della possibilità di immettere nel mercato delle locazioni i contratti di affitti brevi turistici. Infatti, i piccoli proprietari, a quanto ci risulta, sono spazzati via dai grandi soggetti. Con una particolarità in più: questa incetta di palazzi e appartamenti finisce per modificare la natura stessa delle città”. In particolare, quella delicata e fragile delle città d’arte, come Firenze e Venezia. Tanto più che nella crisi sono precipitate a capofitto quello strato intermedio della società che comprende non più solo dipendenti che hanno perso il lavoro, operai con fabbriche chiuse, ma anche artigiani e piccoli proprietari.

Dunque, che fare? Le proposte, da Cgil e Sunia, arrivano: “un piano pluriennale di aumento dell’offerta di alloggi sociali in affitto a canoni sostenibili puntando sul recupero di aree ed edifici dismessi senza ulteriore consumo di suolo; una revisione della legge sulle locazioni che punti, attraverso contrattazione collettiva e leva fiscale, ad abbassare il livello degli affitti privati e ad aumentare l’offerta; una dotazione finanziaria certa e continuativa per permettere programmazione degli interventi e sostegno diretto agli inquilini in difficoltà”. Con una speranza rianimata da qualcosa che proviene da Roma: la reimmissione nell’agenda politica del governo del tema casa. Anche se, avverte Brotini, “è pericoloso frustrare speranze ridestate”.

 

 

 

 

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