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Calcio e filosofia: la rivoluzione di Francesco D’Arrigo Opinion leader, Sport

Firenze – Da quando il significato di “rivoluzione” ha preso i connotati della sovversione dei valori e del sistema politico vigente in una prospettiva di radicale trasformazione verso il nuovo, ci siamo dimenticati dell’origine astronomica del termine; il quale annunciava, dopo un movimento circolare di 360 gradi, il benefico ritorno ad una qualche condizione del passato, a una “nuova Gerusalemme” o a una “nuova Atene”.

Una interessante rivoluzione in questo senso la prepara e la pratica Francesco D’Arrigo nell’insegnamento alla Scuola Allenatori della Federcalcio. La più ragionevole delle rivoluzioni; perché non valendo più oggi utopie e visioni escatologiche della storia, diventa rivoluzionario rinunciare agli assoluti e ai dogmi, contentandosi di un “orizzonte di aspettative” modesto, in cui si cerca di comprendere di più il presente nella sua complessità e nelle sue possibilità inespresse.

D’Arrigo aveva già pubblicato Il senso del gioco. Riconoscere la bellezza del calcio, cui ora segue Il primato del gioco. La comunicazione didattica del calcio: tutt’e due libri stampati per i tipi dell’elegante editrice la casa Usher (2015 e 2018). E in che consiste la “rivoluzione” di D’Arrigo? Da una parte consiste in un “ritorno ad Atene”, all’agonismo dell’atleta greco che aveva chiara la relazione tra la sua attività sportiva e la filosofia.

Sport e filosofia erano in Grecia i due fondamenti dell’educazione e avevano la stessa struttura agonale (la dialettica stessa, l’arte che Socrate esalta nei dialoghi platonici come la via regia alla conoscenza, era considerata uno sport). L’esperienza dell'”agon” permetteva ad ognuno di riflettere sui valori e sulla propria esperienza personale confrontandosi con gli altri, fino al punto di auspicare di cambiare il punto di vista soggettivo; la loro esperienza non era mai individualistica e, nel seguire il motto aureo del tempio di Delfi, conoscere se stessi significava per loro avere il senso del limite, non eccedere, non andar oltre la misura stabilita dal dio e dalla comunità.

E soprattutto aver sempre in mente che l’obiettivo è migliorarsi nella relazione con gli altri e con l’ambiente, “ricercare” la “verità” in condivisione e in comunicazione, non conseguirla (non vincere!). D’Arrigo legge filosofia, quella che meglio si attaglia alle sue intuizioni pragmatiche e morali; e fa filosofia. Ha capito che oggi si tende a risolvere i problemi del calcio ispirandosi ad una razionalità tecnico-strumentale che, favorendo una massimizzazione dell’aiuto tecnologico, può costituire un rischio di spersonalizzazione e di “meccanicizzazione” dello sportivo (gli stessi schemi tattici del calcio, veri e propri algoritmi la cui pedissequa applicazione dovrebbe risolvere tutti i problemi, sono il frutto di questa idea di razionalità).

Per D’Arrigo, invece, si deve educare a una razionalità critico-riflessiva, che ricordi sempre che lo sport è una parte della vita, non una semplice simulazione della vita. Oggi poi, lo sport non può ignorare il mondo del lavoro, l’economia, gli interessi complessivi della comunità, la cultura generale. E più si riconoscono i limiti, più ci si cala nella realtà relazionale della vita, più si è “liberi”.

Se la società moderna, competitiva e ossessionata dalla performance e dal rendimento, ci impone la similitudine dello sport con la guerra (immagine che sottende tutte le perversioni del tifo di cui oggi, ahimè, siamo inermi spettatori), vale tornare ad Atene, dove l’agon (confronto, competizione ma anche disputa) era un’occasione per cooperare e imparare a rispettare le regole pur nella libertà dell’interpretazione.

Era philia, amicizia, cooperazione, non guerra di annientamento. E dunque libertà. Sembrerebbero, queste, soltanto delle generiche raccomandazioni morali (se non moralistiche). E invece sono principi che, per D’Arrigo, hanno conseguenze pratiche importanti. Una su tutte: la preparazione atletica, l’enhancement fisico del singolo, hanno senso soltanto se non si perdono di vista il gioco e gli altri componenti del collettivo di squadra.

La squadra non è una mera somma di unità monadi, ma è essa stessa una unità complessa che ha una sua logica (e una sua “alogica”, come dice D’Arrigo) da interpretare e rispettare. E quindi più gioco, più situazioni “controfattuali” in allenamento, più problemi d’insieme da risolvere, e meno “culturismo”, meno prestanza fisica fuori contesto.

Mi verrebbe da dire, con un facile gioco di parole, meno culturismo e più cultura. In un senso davvero pregnante e, al giorno d’oggi, provocatorio (dato che si vive in un mondo dominato dall’arroganza dell’ignoranza): la cultura, il sapere, fa crescere l’individuo e lo rende persona in una società democratica, lo rende responsabile in quanto “competente” e competente in quanto responsabile verso gli altri. Il “pensiero tattico” è percepire, capire e scegliere, e deve essere patrimonio di cui il giocatore dispone criticamente e responsabilmente, non da semplice esecutore di comandi.

E questa è anche la condizione perché si incentivi la creatività nel gioco (le prospettive “creative” dischiuse dal calcio di Guardiola e di Klopp, oltreché dal “calcio totale” di Michels e Cruyff, sembrano sullo sfondo delle idee pedagogiche di D’Arrigo). Ma nei libri di D’Arrigo, ovviamente, c’è molto di più: ci sono esemplificazioni convincenti, ancorché “fallibili” e revedibili, di progressioni, di sviluppi di gioco e di applicazioni di “modelli” che servano alla risoluzione dei problemi non sulla lavagna, ma sul campo (ancora una volta nello spirito aristotelico che vuole che siano le capacità, le virtù, ad essere educate); e ci sono anche “materiali di lavoro” arricchiti dai contributi di Marco Giampaolo, di tecnici del gruppo Facebook Allenatori ispiratori, di Felice Accame, dell’allenatore-filosofo Angel Cappa.

Alla presentazione del libro al Museo del calcio di Firenze il 21 dicembre scorso, davanti a un folto pubblico di interessati, di giocatori e di tecnici emergenti, si è avuta la netta sensazione che quello di D’Arrigo sia un progetto di riforma educativa che ha già un importante seguito. Ma all’impegno paideutico di D’Arrigo nel calcio, ne dovrà seguire un altro assai più arduo: quello dell’educazione del pubblico a quegli stessi valori. E allora, quel giorno, si potrà dire che il calcio avrà davvero compiuto la sua “rivoluzione”.

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