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Calcio italiano in crescita, ma Sousa non se ne è accorto Sport

Firenze – Almeno Spalletti esce da una sconfitta (peraltro indolore) e dice “è tutta colpa mia” e dice di aver sbagliato squadra. Sousa in un anno e mezzo ha distrutto la Fiorentina e parla di “desisioni” collettive che non sono diventate “desisioni” individuali, di calo di intensità da parte dei giocatori, di necessità di migliorare nelle “stransissioni”…come se tutto fosse un difetto di applicazione di regole auree, di idee platoniche che dei comuni mortali, incatenati nella caverna, non riescono a vedere.

La cosa che più mi meraviglia è che tanti bravi giornalisti, spesso spietatamente critici (ricordo le sferzate feroci a un Benitez, per esempio!), lo lascino parlare a vanvera, come in genere Sousa fa, e non gli contestino una scelta, uno schema, uno dei tanti nonsensi che pronuncia. Solo ieri, perché ha tolto dal campo Bernardeschi (gesto che da un furbo di tre cotte come lui non mi aspettavo), qualcuno ha avuto da ridire per lesa maestà. Ma quel qualcuno crede davvero che il problema ieri (come sempre) sia stata la sostituzione di Berna, o la traversa sfortunata di Ilicic, o il rigore contro che forse non c’era?

Voglio riflettere sul contesto generale del calcio di oggi per valutare il più possibile oggettivamente le sciagurate scelte di Sousa. Il turno appena concluso di Champions e di Europa League mi presta l’occasione. Che calcio si è visto in Europa? Un calcio vario. C’è di tutto un po’. Ci sono le classiche spagnole con il loro tiqui taca o, in ogni caso, con il loro gioco ragionato, corto, triangolato; ci sono le inglesi con le loro ampiezze, la loro velocità, i loro squilibri tattici e le loro comiche difensive; ci sono le italiane con soprattutto il loro equilibrio, con le loro difese, con il loro pressing scientifico; ci sono le tedesche con il loro calcio fisico ma ora molto più tecnico e con il loro eclettismo tattico; ci sono le francesi, come sempre,  “calcio e champagne”.

E ovviamente ci sono le italiane inglesi (come la Fiorentina di Sousa) e le inglesi spagnole (come il City di Guardiola). Ma c’è anche un elemento che unifica le varie scuole: oggi si gioca per vincere (lo ripete fino alla noia Sousa, perché non ha niente di più concreto da dire, ma lo dicono o lo sottintendono anche tutti gli altri), si cerca di impostare un calcio propositivo e infine (questa è la vera prerogativa dei grandi allenatori) si cerca un gioco che valorizzi al massimo le qualità dei propri giocatori in quel determinato contesto (ecco perché risultano difficili travasi di gioco “puri” dal calcio italiano al calcio inglese, o da quello spagnolo a quello tedesco ecc.).

Ci sono grandissimi tecnici, come Allegri, Conte, Spalletti, Ancelotti, Simeone, Emery…che sanno quello che fanno, conoscono i limiti di quello che hanno, mirano gli obiettivi, e diventano i mediatori perfetti delle tante esigenze che una società di calcio deve rispettare, dal bilancio, allo spettacolo per i tifosi che lo chiedono, ai risultati, alla valorizzazione del proprio parco giocatori. Non è più epoca di grandi innovatori, di zemaniani, di fondamentalisti dello schema. C’è da lavorare di bricolage, di puzzle-solving, da economisti ambientali più che da calcolatori dello spread. Ma alla fine c’è un gioco vincente?

No. O meglio, sì. Questo turno di coppe ci ha detto che il puro calcio inglese è, come da anni, in crisi: fuori il Tottenham (il sogno a occhi aperti di Sousa!), quasi fuori Arsenal e Leicester, restano (forse) il City di Guardiola e lo United di Mourinho. Anche il calcio spagnolo non eccelle: fuori il Bilbao, fuori (se non per un miracolo) il Barça, fuori il Villareal, forse restano il Real e il Siviglia, ma a stento.

Il calcio italiano, invece, è in grande crescita. Mi direte che Allegri, per esempio, ha adottato lo schema tipicamente inglese del 4-2-3-1. Ed è vero, perché forse per la prima volta nella sua storia la Juve gioca senza “regista”. Ma anche un cieco vede come interpreta questo nuovo gioco: con grande prudenza, preoccupato fino all’ossessione di non perdere palla (perché lo schema non può essere al momento perfezionato al massimo), con tutti i giocatori che si sono quasi spogliati della loro identità per mettersi al servizio di questo gioco.

Lo stesso ha fatto Conte al Chelsea. Si dice che gioca lo stesso gioco di Sousa, quel 3-4-2-1 che il nostro portoghese ha griffato. Ma li avete visti i “catenacci” che Conte ha giocato con il City o il Liverpool? Li avete visti come sono fatti i due mediani che reggono da soli il suo centrocampo? Avete notato quanto è corta sempre la squadra e come si aiutano i giocatori, soprattutto tenendo conto delle difficoltà che di volta in volta creano gli avversari? E allora, per rispondere alla domanda: no, non c’è un gioco vincente, ma vincente è il modo “italiano” di essere eclettici quanto basta e realisti nel modo di interpretarli tutti.

Si vocifera che Sousa potrebbe essere il nuovo tecnico della Juve. Sono pronto a scommetterci l’anima che una società seria come la Juve non si accollerà mai un tecnico come lui (a meno che Sousa non abbia fatto uno spregio alla Fiorentina proprio per farsi bello con la Juve!); che avrà pure tutte le doti da bravo laureato, ma che del suo lavoro conosce soltanto quello che s’immagina nel suo mondo di schemi sulla lavagna e di fantasie. Comunque, se succedesse, sarei doppiamente contento: la Fiorentina finalmente avrebbe un tecnico migliore (di peggio non se ne può concepire) e la Juve diventerebbe improvvisamente battibile. Per farlo, infatti, basterebbe un Montella qualunque…

 

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