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Camerata Strumentale in “ Stile Antico” Spettacoli

Prato – E’ stata una serata in stile antico per l’orchestra di Prato, quella di giovedì 11 appena trascorso. Era il terzo concerto della Camerata, per l’occasione diretta da Filippo Maria Bressan. Ciascuna musica e compositore però, ha inteso seguire uno stilema differente in rapporto alla sua epoca. Ad esempio per Bach, che in questo caso non è un’esclamazione, la Suite per orchestra n. 1 in do maggiore bwv 1066, segue le tracce di modelli francesi diffusi e popolari delle ouverture di Lully, maestro di musica alla corte di Luigi XIV. Il confronto col passato è complesso quanto necessario. Vale per un compositore come Johann Sebastian Bach, ma vale per tutti, indistintamente. Creare cose nuove potrebbe apparire un’illusione, se non fosse affrontato il problema ed è quindi necessario ricercare, anche parafrasare mode, gusti trascorsi, un tempo splendidi, certo virtuosi, toccandone con mano propria la loro essenza, stabilendo un contatto. Per ciascuno precede un Tempo e ne prosegue un altro. La Suite bachiana d’apertura, composta di Gavotte, minuetti e Bourrée, ha nella doppia Passapied finale la piacevolezza e l’eleganza degli oboi e del fagotto sostenuti dal clavicembalo. E’ l’overture iniziale, però, che procede brillante e pomposa all’uso dei maestri, che J.S. Bach, rivive nelle sue pagine attraverso l’esposizione degli archi e dell’orchestra diretta da Bressan. Come un gioco, la musica insegue e regala sorprese.

E nel tempo di un applauso strappato al pubblico, la Suite successiva di Edvard Grieg, richiama i tempi di Holberg, letterato e filosofo nato nel 1684 in Norvegia, pochi anni prima della scomparsa di Lully, ma di adozione, danese. Segue dunque una cronologia questa serata di buona musica, come una fuga, mentre per Grieg, l’antico è Bach, Telemann, Haendel. L’epoca barocca, nel suo stile affascinate Grieg rievoca l’omaggio al settecento musicale facendone una delle sue più celebrate pagine in tutto il mondo. Si chiude con questo capolavoro la prima parte del concerto di cui ricordo qui la delicata Sarabanda e l’allegro dialogo del finale tra violino e viola sorretto dal pizzicato degli archi.

D’altro impatto è invece, alla riapertura, la fantasia su un tema di Thomas Tallis, esponente elisabettiano prima che di Enrico VIII Vaughan Williamsdella musica inglese. Vaughan Williams ritrova nell’antico, lo stile di Tallis al servizio dell’ultimo re Tudor. In questo caso la ricerca attraversa epoche lontane perché Vaughan è del ‘900. Molti ricorderanno Greensleeves la celebre fantasia di Vaughan che con quella presentata dalla Camerata, fa il paio per suggestiva emozione. E’ il piatto più elegante della serata, spirituale, meditativo, dove la viola e il violino escono a un tratto quasi dalla nebbia di un mattino ancora non abbozzato ad aprire spazzi via via luminosi. Riesce bene qui, alla camerata, trovare l’appaluso più lungo e convinto che premia anche la parte nascosta dell’orchestra, o meglio, la parte disposta in galleria, proprio di fronte al palco a riprodurre un eco separato e spaziale. Chiude il concerto, Alfred Schnittke, russo, scomparso nel 1998 all’età di sessantatré anni. Scrisse la sua Suite in stile antico nel 1972. La versione proposta dal maestro Bressan è di Vladimir Spivakov e Vladimir Milman del 1987. Siamo quasi ai giorni nostri, a un recente passato. Ritroviamo il clavicembalo che sostituisce il pianoforte. Di nuovo la ricerca del confronto col barocco, al tempo di Siciliana per finire nel sogno dell’epoca dei grandi e dissolvere la conclusione in dissonanze. Resta uno spazio per un paio di bis natalizi, che la serata richiede in vista delle feste; a me solo quello di porgervi gli auguri.

In pagina, Vaughan Williams in un disegno di Entico Martelloni

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