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Cantiere d’arte: una passione in musica e parole tutta italiana Spettacoli

Montepulciano – Il fermo immagine finale dei Tre giorni del condor, thriller politico della migliore Hollywood diretto nel 1975 da Sydney Pollack, magnifici protagonisti Faye Dunaway e Robert Redford, mostra il viso sgualcito/smarrito di quest’ultimo mentre sullo sfondo, mentre un complessino on the road da Esercito della Salvezza intona una classica ballata popolare  stelle e strisce.

Echi e riverberi di quella marcetta cantilena che lascia sospeso il futuro del Nostro Eroe che si batte contro gli affari sporchi della Cia in giro per il mondo, abbiamo colto nella partitura che Stephen Sondheim, pluripremiato musicista d’oltreoceano (quattro Tony Award, sei Drama Desk Award più innumerevoli riconoscimenti) ha firmato per Passion, musical per la prima volta rappresentato in Italia, che ha aperto al teatro Poliziano il Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano numero 44. Compositore, paroliere e drammaturgo, l’oggi novantenne Stephen Sondheim, a ventisette anni collaborò ai testi di West Side Story su invito di Leonard Bernstein.

Fu la sua fortuna e l’inizio di una brillante carriera. Passion è una creatura bizzarra, almeno per i nostri palcoscenici, un singspiel che alterna il canto alla recitazione, forma ibrida di musica e parole, in maniera tradizionale, arie, duetti, concertati, il coro, una sequenza dopo l’altra, una partitura che spiega, descrittiva ma organicamente incongrua.

Che però, e qui sta l’incongruità, lo spiazzamento, deve fare i conti con una storia di passione amore follia, che d’americano, nel senso delle radici geo culturali, non ha niente. Il libretto di James Lapine è infatti tratto dal film Passione d’amore di Ettore Scola, a sua volta basato sul romanzo Fosca (1869) di Igino Ugo Tarchetti, esponente della Scapigliatura lombarda, rimasto incompiuto per la morte prematura per tisi dell’autore, portato a termine dall’amico Salvatore Farina.

La vicenda si svolge durante il Risorgimento italiano, e racconta di una ossessione amorosa che porta la protagonista del titolo, a manipolare i sentimenti di un incredulo Giorgio, che dall’iniziale disgusto arriva ad innamorarsi di lei. Perché Fosca (nel film di Scola una straordinaria Valeria D’Obici) è sì donna  intelligentissima ma di pari bruttissima. Oltre che malata, isterica ed epilettica.

Però la sua ostinazione nel volerlo quell’uomo e farlo suo è talmente disperata da demolirne le iniziali resistenze, violando così tutte le norme del decoro della società ottocentesca: alla fine non ci sarà scampo per il baldanzoso, aitante Giorgio, capitano di cavalleria, irretito e sconfitto.

La regia di Keith Warner con le scene di Ashley Martin-Davis e i costumi di Tom Rand (noto per i suoi lavori cinematografici quali I duellanti e Il Conte di Montecristo), scorre veloce, ritmicamente modellata sui vari quadri dell’azione. E’ disinvolta e funzionale nel mostre i vari passaggi, emotivi, ambientali, psicologici, dei protagonisti.

In una continua e febbrile scorribanda di porte e finestre, come paraventi di una realtà di cui non si conoscono i contorni, dietro cui nascondere e mascherare i propri sentimenti. Semmai, brillantemente diretti da Roland Böer alla testa di ensemble appositamente costituito da elementi provenienti dall’orchestra del Festival di Bregenz, le voci mancavano di un adeguato phisique du role, quell’appeal  macabramente seduttivo e morbosamente suggestivo che era il sismografo della loro relazione amorosa.

Perché il realismo narrativo, la concretezza culturale, la consecutio temporum, mal si addicono a questa vicenda d’amour fou, più vicina a Nosferatu che a Goethe. A completare la compagine internazionale degli interpreti concorrevano anche i solisti della Bernstein School of Musical Theatre di Bologna e della Corale Poliziana.

 

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