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Caporetto, disfatta e crisi umanitaria, intervista con Arrigo Petacco Breaking news, Cultura

Firenze – Sulla rotta di Caporetto (nome divenuto in Italia, per antonomasia, sinonimo di  disfatta )  la vastissima bibliografia è sostanzialmente concorde nell’individuarne il fattore principale  nella sorpresa, che impedì un’efficace reazione. Anche certi segnali di un’offensiva imminente degli austro-tedeschi furono interpretati dal Comando supremo come azioni diversive.

In  italiano, Mondadori 2017) :  un saggio storico, che è anche un inedito reportage sui luoghi della battaglia  analizzandone lo svolgimento, gli errori strategici e tattici  ma  anche  l’occasione del centenario di Caporetto, Arrigo Petacco e Marco Ferrari raccontano questo evento con  un’ampia panoramica  (Caporetto.   24 ottobre –  12 novembre  1917 ;storia della più grande disfatta dell’esercito condizioni spesso inumane di una guerra fatta di  vita di trincea,  di  bombardamenti, di violenze alla popolazione civile, di esecuzioni sommarie

Abbiamo intervistato  il noto  scrittore e  giornalista  Arrigo  Petacco per cogliere alcuni punti chiave del libro

Il primo capitolo ha un titolo curioso:   “Caporetto non esiste”.  Cosa significa ?      

“Nel nostro reportage spieghiamo che Caporetto non esiste, è solo un’invenzione italiana durata qualche decennio. La Caporetto finita nei libri di storia si chiama in realtà Kobarid – e così si è sempre chiamata – , sta in Slovenia, faceva parte dell’impero austro-ungarico da 400 anni e soprattutto non esisteva un solo italiano all’anagrafe comunale del 1915. Una sola persona, Caterina Medves, parlava italiano quando i soldati di Cadorna arrivarono nel paese il 25 maggio del 1915. Per fortuna Kobarid conserva una buona memoria della battaglia grazie ad un Museo e ad un gruppo di collezionisti che ancora oggi estrae dalle trincee e dalle caverne il materiale usato dai soldati sui due fronti. La cittadina slovena è infatti ricca di piccoli musei, collezioni private, le trincee sono state recuperate, i viaggi nella memoria di discendenti di soldati sono costanti. Riemergono così in tutta la loro drammaticità storie individuali e collettive di una guerra che ancora parla e si presenta con le sue atrocità”.

Come ebbe origine l’offensiva austro-tedesca e come si sviluppò?

“Gli austro-ungarici avevano intuito che non avrebbero resistito a lungo sul fronte dell’Isonzo e chiesero aiuto ai tedeschi che riuscirono a spostare a Tolmino ingenti quantità di uomini e mezzi non osservati dagli italiani. Caporetto fu soprattutto una vittoria dell’esercito tedesco e austro-ungarico con la tecnica delle Stosstruppen, piccole unità mobili e autonome, capaci di penetrare nel terreno avverso, magari aggirando le trincee per impedire i rifornimenti alla truppa, per distruggere le comunicazioni, minare le strade e fare attentati. Erwin Rommel compì una impressionante avanzata da una montagna all’altra e in 50 ore catturò 150 ufficiali e 9.150 soldati. A Caporetto si sperimentarono anche armi nuove: mille tubi lanciagas a comando elettrico liberarono nelle trincee italiane una miscela sino ad allora sconosciuta e l’87° Reggimento della Brigata Friuli, 1.800 uomini schierati in ricoveri e caverne, fu sterminato. I soldati usarono la mitragliatrice portatile Leich Maschinen 08/15 che scaricava 550 colpi al minuto sino a duemila metri di distanza senza mai avere le canne riscaldate. Nel totale ogni battaglione tedesco aveva 36 armi automatiche contro le 14 italiane.Dall’altro lato, nelle ore della battaglia avvennero le cose più incresciose che l’esercito italiano abbia mai conosciuto: i cannoni di Badoglio non spararono, il 60% dell’artiglieria fu mal posizionata in prima linea, il fondo valle dell’Isonzo venne incredibilmente lasciato libero, le postazioni italiane sotto il monte Mrzli e il monte Vodil, giudicate inespugnabili, caddero come birilli, interi reparti scapparono e altri, lasciati soli in prima linea, si consegnarono al nemico non essendo più funzionanti le comunicazioni”.

Quali  le  maggiori cause della sconfitta?  

“Cadorna e i suoi subalterni non si parlavano. Nelle lettere del generale si trova in anticipo una descrizione precisa di quanto sarebbe accaduto il 24 ottobre: lo sfondamento della piana di Plezzo verso Caporetto e lo sfondamento da Tolmino verso la stessa località. Mancò il piano di risposta. Perché? Probabilmente, viste le incomprensione tra generali italiani, non si gettò giù un programma di razionalizzazione delle forze in campo. Inoltre i generali consideravano i nostri soldati, gran parte contadini analfabeti, carne da macello: questo portò a oltre 650 mila morti in tutta la guerra. Nella sola battaglia di Caporetto si contarono 11.600 italiani morti, 30 mila feriti, 350 mila sbandati, 300 mila prigionieri e 400 mila profughi.

E se non ci pensava il nemico, bastava poco per finire davanti al plotone di esecuzione. I nostri soldati furono uccisi per mano amica, come hanno raccontato poi tanti reduci: gente che non sopportava di andare al macello per nulla, per conquistare una buca o una trincea, per fare avanzare la linea di difesa di qualche metro. Spesso si camminava su prati di cadaveri, specialmente nelle notti buie. Gente finita davanti al plotone di esecuzione per insubordinazione, insurrezione, sciopero, fuga o per puro caso. Alla fine delle dodici battaglie dell’Isonzo si può parlare di catastrofe umanitaria: tra caduti, feriti e prigionieri 160 mila italiani e 125.000 austro-ungarici”.

Quale fu la portata di questi processi dei tribunali militari verso i soldati italiani?

“Durante l’intera Grande Guerra davanti ai tribunali militari comparvero 323.527 imputati di cui 262.481 in divisa (162.563 accusati di diserzione), 61.927 civili e 1.119 prigionieri di guerra. Il 60 per cento dei processi si chiusero con la condanna degli imputati: 4.028 dibattimenti si conclusero con la pena capitale (2.967 con gli imputati contumaci). Quasi un decimo dei mobilitati subì indagini disciplinari.”

Quali furono le conseguenze  della rottura del fronte?

“Il disastro fu l’effetto della mancanza di un piano strategico dei vertici militari, le cui conseguenze furono gravose: la ritirata, la pesante occupazione del Friuli e del Veneto e la violenza sulle donne, l’esodo della popolazione locale, il grave problema dei prigionieri italiani lasciati a morire nei lager dell’impero, il rientro in patria dei superstiti e l’ostruzionismo nei loro confronti, il doloroso recupero delle salme. Ma nello stesso tempo si riorganizzarono le truppe  sotto la guida del generale Diaz che ebbe come motto quello dell’umanizzazione dell’esercito, una pratica che portò alla riscossa e alla vittoria”.

Si  è detto che  Caporetto fu una gravissima sconfitta ma non una disfatta… Condivide questo giudizio?

“Caporetto fu il momento più negativo nella storia militare del paese ma da lì si ripartì per ricostruire l’esercito e ritrovare l’unità nazionale. Subito dopo Caporetto furono organizzati dei campi di riordino di soldati italiani sbandati, circa 350 mila uomini.

Al termine del conflitto la scure della vendetta calò sugli ex prigionieri nell’impero austro-ungarico, circa 600 mila persone. Imperava ancora la sindrome di Caporetto. La versione ufficiale parlava di diserzione di massa dei soldati che avevano causato la rotta. In realtà su 300 mila prigionieri presi in quei fatidici giorni di ottobre del ’17, molti non avevano combattuto preferendo arrendersi per avere salva la vita.

Così la colpa di Caporetto, anche a pace acquisita, cadde sui prigionieri di guerra, una moltitudine di disertori, considerati feccia umana, uomini deboli, appestati da cui restare lontani. I campi emiliani di riordino dopo Caporetto divennero campi di isolamento nel 1918. Il 30 ottobre il generale Badoglio diede l’avvio alla costruzione, da parte della Nona armata, di campi, ciascuno capace di ospitare 20 mila ex prigionieri. Ci furono rivolte, proteste e morti tra gli ex prigionieri. Soltanto il primo governo di coalizione presieduto da Francesco Saverio Nitti, entrato in carica il 23 giugno 1919, comprendente anche la sinistra, riuscì a redigere una vera amnistia in data 2 settembre del 1919.”.

Da  Caporetto al  Piave.. Come cambiò l’atteggiamento  del  Paese?

“I tedeschi e gli austro-ungarici avevano compiuto una marcia di 22 chilometri in tre giorni sfondando tutta la difesa italiana. La travolgente avanzata portò le truppe germaniche a raggiungere Udine alle ore 14 del giorno 28 ottobre.  Il disfacimento italiano era totale. La rotta di Caporetto aprì un varco militare ma innestò soprattutto la grande paura tra gli italiani che videro cadere i principi fondanti del giovane stato. Caporetto aprì una crisi di governo e la politica reagì l’avvio di un nuovo esecutivo di unità nazionale. L’entrata in campo del generale Diaz riuscì a dare vigore all’esercito con una mitigazione del pesante regime disciplinare, con uno sforzo propagandistico a difesa della patria e con un’attenzione privilegiata alle condizioni della truppa. A ciò si deve aggiungere un atteggiamento difensivo dell’esercito senza inutili stragi o effimere avanzate, senza grandi battaglie campali o conquiste di vette innevate difficili da tenere. Prima dell’ottobre 1918 ci si limitò a contenere e annientare gli attacchi nemici senza lanciare offensive. Gli austro-ungarici fallirono l’assalto decisivo sul Piave nel giugno 1918, mentre i tedeschi si dissanguarono sul fronte occidentale. Le composite etnie dell’impero si sentirono logorate dalla guerra, non più unite ma attraversate da nuove spinte autonomistiche che coinvolgevano le popolazioni locali, sfiancate da anni di conflitti, privazioni, requisizioni e dalla leva obbligatoria che toglieva le braccia migliori dalle campagne e dall’industria. Di qui la decisione italiana di riprendere l’offensiva che partì dal monte Grappa nell’autunno del 1918, un anno dopo Caporetto,  e che si concretizzò in quella che è chiamata «la battaglia di Vittorio Veneto». L’armistizio del 3 novembre a Villa Giusti di Padova e la cessazione delle ostilità il giorno successivo, sanciti dal generale Armando Diaz, portarono un sollievo nel paese dopo l’infausto 1917 che resterà per sempre nella memoria storica degli italiani l’anno di Caporetto”..

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