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Carcere/2, il garante Fanfani: “Costruire alternative alla detenzione sociale” Breaking news, Cronaca, Opinion leader, Società

Firenze – Tema carceri toscane, Stamptoscana ha raggiunto il nuovo Garante regionale dei detenuti Giuseppe Fanfani, insediato poco prima del lockdown, ponendo alla sua attenzione alcune delle questioni più urgenti nel panorama carcerario regionale.

D. Insediamento e lockdown, sicuramente la pandemia ha frenato l’attività del ruolo cui lei è stato chiamato. Con la ripartenza, quali sono le urgenze che pensa di dovere immediatamente affrontare?

R. La pandemia ha frenato la possibilità e l’opportunità di accesso alle carceri, questo certamente. In generale, più che frenare le attività la pandemia le ha orientate, ha dettato l’agenda. Appena nominato mi sono subito rapportato con i Garanti locali, che sono stati molto attivi durante tutto il periodo del lockdown. Con loro ho condiviso le problematiche presenti, carcere per carcere. Come la difficile riduzione delle presenze, fatta via via, misura per misura decisa sul caso singolo grazie all’azione dei magistrati di sorveglianza, visto che la misura generale predisposta dal Governo, parlo dell’art. 123 del DL 18/2020, non ha contribuito granché alla riduzione delle presenze in carcere. Come anche il monitoraggio delle condizioni di salute in carcere durante la pandemia, perché non dimentichiamoci che in Toscana è andata bene, grazie al lavoro costante della asl, del personale penitenziario e all’occhio vigile dei garanti, ma avrebbe potuto non andare così: l’ufficio del garante ha seguito passo passo l’attività di screening e ha sollecitato l’Assessorato alla salute perché si procedesse celermente.

Per la ripartenza: le urgenze sono molte. 

Prima di tutto il carcere dovrebbe ripartire riaprendosi all’esterno: dovete considerare che, mentre nel mondo esterno le attività sono in gran parte riprese, nel mondo penitenziario solo poche attività hanno ripreso il loro svolgimento come prima. Proprio in questi giorni ho inviato, insieme alla Conferenza toscana del Volontariato penitenziario (abbiamo avuto un incontro, via web, con le associazioni del volontariato penitenziario operanti in Toscana, che mi hanno dato un quadro delle loro attività e del loro grande lavoro) una sollecitazione al Provveditore perché s’impegni per riapertura di tutte le attività. A settembre vorrei confrontarmi, e mi auguro sia possibile farlo in presenza, anche con le altre associazioni che si occupano di carcere, con cui ritengo importante la collaborazione per far sì che la ripartenza sia anche un modo per capitalizzare i miglioramenti ottenuti in questo periodo, per quanto pochi possano sembrare; penso al tema delle videochiamate, su cui credo dovremo batterci insieme, associazioni e garanti, perché siano ripristinate e rese permanenti nei confronti di tutta la popolazione penitenziaria, atteso che hanno dimostrato la grande utilità nel superare l ‘isolamento che la situazione pandemica rendeva inevitabile, nel consentire colloqui con la famiglia,  nell’evitare spostamenti che non sarebbero stati possibili altrimenti, ed infine nel contribuire al mantenimento di un equilibrio psichico in un momento difficile per tutti, soprattutto per i reclusi più deboli.

È proprio verso questa categoria dei “più deboli” che deve essere incentrato il nostro impegno alla ripresa post-epidemica, quando non sarà più possibile a nessuno trincerarsi dietro la necessità contingente per non perseguire obbiettivi più nobili.

I bisogni e gli interventi da fare saranno tanti, e per realizzarli v’è necessità di consapevolezza, di impegno e di consenso politico. 

Il carcere è un tema che piace poco alla maggioranza delle persone, ma io chiederò ai consiglieri che verranno eletti di essere presenti nel carcere della loro zona elettorale, perché tutti possano rendersi conto di persona e si sentano coinvolti ed impegnati. L’impegno di rappresentanza politica deve essere svolto anche a favore dei reclusi, anche se sappiamo che nella maggioranza dei casi i detenuti non votano e quindi non vengono considerati un elettorato a cui rivolgersi. Vorrei che facessero, insieme a me, delle visite in carcere e che se ne occupassero come una parte integrante del loro territorio.

E poi dovremo occuparci della salute mentale, della detenzione femminile, dell’affettività dei detenuti, del lavoro, di tutti quegli aspetti che qualificano la vita come tale e che spesso ai detenuti sono negati e dei quali parliamo nelle righe seguenti.

D. Fra le varie, complesse criticità cui lei è chiamato a occuparsi, il problema dei 3 suicidi e un morto avvenuti in poco meno di tre mesi nelle carceri toscane, richiede senz’altro un ulteriore sforzo per fronteggiare un malessere che sta diventando esplosivo, come hanno dimostrato le rivolte che per fortuna hanno avuto ricadute minime, rispetto ai carceri nazionali, in Toscana. Qual è il suo progetto su questo tema?

R. Credo che quanto è accaduto sia gravissimo. Come sapete i tre suicidi avevano manifestato disagi psichici. Il tema del disagio psichico è dilagante in carcere: a quelli che vi entrano già con problematiche manifeste, si aggiungono quelli che sviluppano i sintomi durante la detenzione come “effetti collaterali” dell’essere reclusi. Credo sia necessario riflettere ed incidere in modo organico sulla problematica attraverso provvedimenti normativi cogenti, poiché sembra che tutti accettino il suicidio quasi come componente eventuale della vita carceraria, tanto che aldilà del dibattito che ne segue negli ambienti specializzati, alla gente non fa né caldo né freddo.

Inoltre, atteso che tutti i soggetti vittime di suicidio hanno manifestato direttamente o indirettamente problemi psichici, bisogna che il sistema carcerario, finquando drammaticamente esisterà anche nei loro confronti, si atteggi in maniera del tutto diversa, diagnosticando tempestivamente il problema e gestendolo come fase clinica, e curandolo per come merita. 

In questa logica di sicuro è importante garantire il servizio medico e psichiatrico in carcere, ma soprattutto cercare il più possibile di andare verso misure esterne, seguendo la direzione indicata dalla Corte Costituzionale con la Sentenza 99 dello scorso anno. 

Va da sé, come abbiamo detto, che, inoltre, per evitare o almeno contenere gli “effetti collaterali” della detenzione, bisogna rendere il carcere più vivibile soprattutto nei confronti dei soggetti più fragili; le relazioni con i propri cari sono determinanti, le videochiamate durante il lockdown hanno cambiato la vita di molte persone che da anni vivevano nell’isolamento affettivo; e poi gli incontri dal vivo: lo scorso febbraio il Consiglio regionale della Toscana ha approvato la proposta di legge al Parlamento (grazie al mio predecessore Franco Corleone) per permettere incontri intimi, cioè senza sorveglianza, in apposite unità abitative da realizzare in carcere; mi auguro che il Parlamento provveda presto e che la legge passi, sarebbe un grande gesto di civiltà. Noi nel frattempo lavoreremo per dare suggerimenti operativi.

D. Problemi strutturali annosi, come la seconda cucina a Sollicciano o il centro clinico del Don Bosco a Pisa, che, secondo gli operatori e le associazioni, sta andando in malora, al carcere minorile di Firenze, il cui pian terreno è ancora tutto da rifare, sono moltissimi i problemi strutturali che attendono risposta. Quali sono le risposte che intende dare? E quali sono le risorse spendibili?

R. I problemi strutturali sono tali, purtroppo, anche nel senso che sono sempre presenti, e questo dovrebbe cambiare. La loro risoluzione dipende dagli interventi pianificati dal MIT che ha uno specifico Piano per gli interventi sugli istituti penitenziari. Ho intenzione di incontrare il Provveditore alle Opere Pubbliche della Toscana per avere un aggiornamento in merito ai lavori programmati. La risposta che intendo dare è di monitorare e stimolare l’azione del Provveditorato.

D. La deriva dell’istituzione carcere, da sistema rieducativo e di “cura” a luogo di pena e punizione, è tema sollevato da molte associazioni e specialisti del tema. Quale potrebbe essere una risposta concreta che conduca a limitare l’aspetto punitivo incentivando invece quello che potremmo chiamare il profilo non tanto rieducativo, ma almeno di utilità del carcere nella reintroduzione del detenuto nella società, con qualche speranza di combattere le recidive sempre più alte?

R. Il tema riflette una esigenza tanto diffusa quanto inattuata, poiché dei detenuti importa poco alla maggioranza delle persone. Soprattutto il tema è figlio di una concezione vecchia della pena come retribuzione e del carcere come momento esecutivo di essa.  Ma per quanto la necessità di superare questo assunto sia intuitiva esso è difficile da estirpare sia perché attuato in tutto il mondo, sia perché la sua sostituzione con strumenti diversi è impegnativa e meno accettata di quanto non sia la facile e diffusa reazione … “buttiamo via le chiavi”.

Siamo in un momento difficile in cui il tema della sicurezza si pone come predominante. Dovremmo invece cercare di far passare il messaggio che il carcere è popolato in gran parte da quella che Sandro Margara chiamava “detenzione sociale”, poveracci, miseria economica e culturale. Dovremo lavorare concretamente per costruire delle alternative al ritorno nel circuito dell’illegalità.

In questo difficile cammino è necessaria una maturazione culturale ed una determinazione politica che oggi non c’è in nessuno degli attori principali. Basterebbe che questa classe politica anche senza slanci culturali, facesse un po’ di conti, e capisse che se non si recuperano alla vita civile, i detenuti escono dal carcere peggiori di come sono entrati, ed i danari spesi per la loro detenzione son danari buttati via!

Mi sono domandato in questi giorni a cosa servono 10-12 anni di carcere inflitti ai giovani che hanno determinato la strage di Corinaldo, ovvero le severe condanne che subiranno gli organizzatori, ovvero ancora quelle che seguiranno le violenze e le devastazioni di oggi a Ponza effettuate da giovani senza cultura, senza formazione sociale, senza responsabilità, figli di una ‘devianza del benessere’, propria di generazioni che non hanno conosciuto né la guerra, né l’emigrazione, né il lavoro dei campi o delle fabbriche del primo 900, se lo stato non sarà fortemente impegnato al loro recupero. La domanda è diversa e si sintetizza: serve il carcere o serve qualcosa di diverso?

Bisogna aver chiaro che queste situazioni non sono casuali e che la segregazione sociale, non è lo strumento per riparare ai danni che questa società ha determinato. Ma far capire queste cose alla politica è come predicare la calma al vento.

Cosa fare. Il cammino sarà lungo e forse senza meta, perciò bisogna operare per come si può nella situazione data, iniziando dalla formazione e dalla cultura che alla fine è alla base di tutto, perché è metodo di comprensione.

Solo esemplificativamente, in Toscana abbiamo l’esperienza del Polo universitario penitenziario, una bella opportunità che ha permesso a molti detenuti di laurearsi, cosa che prima di entrare in carcere non avrebbero mai pensato.

E poi serve il lavoro, dobbiamo sfruttare al massimo le opportunità offerte dalla Legge Smuraglia, una legge di vent’anni fa non abbastanza utilizzata, e le cui opportunità devono essere rese ancor più appetibili attraverso una globalizzazione dei benefici. Mi adopererò alla ripresa perché la Regione Toscana si faccia promotrice di una iniziativa legislativa di supporto.

Un altro punto decisivo per migliorare le opportunità di reinserimento e ridurre la recidiva è avere una casa, o almeno un posto in cui stare. Dovremo aumentare l’offerta in questo senso, e potremmo farlo anche utilizzando la progettazione sui fondi della Cassa delle Ammende.

D. Rems, ovvero psichiatria e carcere. Continua il doppio binario dell’imputabilità del codice Rocco: assolti per vizio mentale, costretti però a misure restrittive. Una contraddizione che porta fatalmente le nuove Rems a somigliare a piccoli Opg. Come si potrebbe fare per prospettare un percorso di cura reale per questi soggetti, che in concreto li porti a essere considerati pazienti e non detenuti?

R. L’esperienza delle Rems è molto positiva: i soggetti che vi entrano in gran parte escono verso programmi di riabilitazione sul territorio, il lavoro fatto all’interno dagli psichiatri è un vero lavoro di cura che niente ha a che vedere con l’OPG. Anche alla pandemia le Rems hanno retto bene, con esperienze di crescita all’interno delle strutture. I problemi non stanno nelle Rems, ma intorno ad esse. Per esempio il numero enorme e crescente delle misure di sicurezza provvisorie, che in alcune strutture occupano la metà dei posti disponibili e che creano liste d’attesa lunghissime. La prima cosa che ci dovremmo domandare è: perché così tante misure provvisorie? Ci sono in realtà dubbi anche sul loro conteggio effettivo. 

Ma la questione di fondo è: perché i gip ordinano così tante misure provvisorie? Misure detentive intendo. Sappiamo che la riforma per il superamento degli OPG non ha voluto sostituire l’OPG con le Rems, ma con un sistema di misure e servizi sul territorio, tra cui le Rems, che devono essere, come dice la Legge 81/2014 l’extrema ratio.

Né deve trarre in inganno la questione di costituzionalità recentemente sollevata dal Tribunale di Tivoli, essendo limitata a problema della competenza a decidere “dove” collocare una persona autore di reato con problemi psichiatrici, mentre il tema principale resta invece la tutela della salute di persone per definizione malate, come la Corte Costituzionale ci ha insegnato con la sua giurisprudenza sulle misure di sicurezza.

In Toscana c’è stata l’inaugurazione della nuova Rems di Empoli il 24 luglio scorso. Ha 9 posti letto, con previsione di espansione a 20, che si aggiungono a quelli già presenti a Volterra. La pluralità di strutture permetterà di gestire la complessità dei problemi e le molteplici fattispecie cliniche e terapie, attraverso un confronto utile tra strutture differenti, che potranno sviluppare prassi diverse.

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