Carducci, nelle Rime Nuove la beffa degli specchi di Asciano

Firenze – Una poesia fedele alla vicenda storica, quella delle Rime Nuove di Giosuè Carducci, dove si affaccia uno spaccato dell’Italia
medievale e, in particolare, della civiltà comunale. “Faida di Comune”, ad esempio, racconta in versi ottonari, con il ritmo di una ballata, la guerra tra Pisa e Lucca del 1314 ricordata come la beffa degli specchi di Asciano.

Sembra un episodio uscito dalla penna di un romanziere o, appunto, di un poeta mentre invece è attestata dalla Cronica di Pisa di un anonimo autore trecentesco, quindi quasi contemporaneo ai fatti, che Carducci aveva consultato e alla quale si è attenuto.
Faida di Comune si apre con i pisani e i lucchesi che s’incontrarono a Molina di Quosa in Val di Serchio per stipulare una pace che prevedeva la restituzione dei castelli di Avane, Buti, Asciano, conquistati da Lucca quando Pisa era indebolita dalla disastrosa sconfitta
della Meloria.
Carducci parteggia per i valorosi uomini d’arme della Repubblica marinara nei confronti dei loro interlocutori, mercanti fieri della loro ricchezza (“il fruscìo delle lor sete/ riempie tutta la contrada”).
Il capo della delegazione lucchese Bonturo Dati, con sfoggio di retorica loda Avane, bel castello che al tempo dei longobardi fu una residenza dei re d’Italia. Un marchesato, ricco di ricordi gloriosi, a cui Lucca teneva molto ma che era disposta a cedere.
Dice poi che Buti è “brutto borgo” ma terra fertile (d’ubertà ridono i clivi) con oliveti, frantoi, che producono il prezioso olio. Sebbene a malincuore, sono disposti a cedere anche il ricco Buti.
Poi c’ è il colpo di scena: Bonturo Dati (mastro in far baratterie lo chiama Carducci ,come già lo aveva definito Dante nel canto XXI dell’Inferno) afferma che non renderanno mai Asciano, il castello più vicino alla città di Pisa, caposaldo lucchese incuneato nel territorio nemico. Anzi, ridendo, spiega che sulle mura di Asciano sono stati issati dei grandi specchi -affinché le donna pisane “quando vanno fuori porta “a dameggiare” negli specchi dei lucchesi/ le si possan vagheggiare.”

Il capo dell’ambascerìa pisana Banduccio di Buonconte “grave d’armi e più di gloria“ (Tre ferite ebbe di punta, / due di mazza a la Meloria)”reagisce con vigore e lasciando il convegno fa solenne promessa che avranno una risposta adeguata.
La città risuona del grido del banditore (Viva il popolo di Pisa / A la vita ed a la morte! ) che chiama a raccolta il popolo, i feudatari, dalla Maremma alla Corsica, “Voi che re siete in Sardegna / ed in Pisa cittadini”.
Dopo sette giorni, all’alba, un forte esercito avanza rapidamente fino a Lucca. Giunti di fronte alle mura della città nemica i pisani gettano faci e verrettoni (dardi di grosse dimensioni). Poi innalzano due grandi specchi ed esclamano: Tali specchi, o Lucca bella / Pisa manda a le tue donne”.
La ballata termina con una nota drammatica. Tigrin della Sassetta (un nome di fantasia) uccide un luchese sorpreso fuori dalle mura, e con il suo sangue scrive sulla porta di S.Frediano “manda questo saluto il popolo pisano”.
Carducci, utilizzando sapientemente l’ alternanza di toni, mostra che dietro lo scambio di gesti beffardi c’era la tragedia della guerra. Questo episodio finale è ripreso dal De gestis Italicorum post Henricum VII dello storico patavino Albertino Mussato contemporaneo agli eventi. Ma l’intera poesia ricalca abbastanza fedelmente la vicenda storica. in particolare, la sintetizza, riconducendo ad unum una serie di episodi, per dare loro maggiore incisività.

La ricostruzione storica.
Buti, Avane e Asciano erano entrati in possesso dei lucchesi; forse erano fra i castelli ceduti dal conte Ugolino o forse erano stati conquistati con un colpo di mano dopo la Meloria. Ma quando Pisa si risollevò, nominò Podestà il famoso condottiero Uguccione della Faggiola. Arrivato in città il 20 settembre 1313 il nuovo Podestà ritenne subito che fosse “atto di valore e giustizia“ ottenere da Lucca la restituzione dei castelli.
All’ incontro a Molina di Quosa assistettero ambasciatori di tutte le città guelfe e ghibelline della Toscana. La vicenda si snodò proprio come raccontato in forma poetica in Faida di Comune, compreso l’episodio degli specchi di Asciano che i lucchesi avevano issato sulle
mura in segno di dileggio nei confronti di Pisa; e la risposta pisana narrata da Albertino Mussato.

L’esercito pisano uscì dall’attuale Porta a Lucca (Porta del Parlascio) e in pochi giorni conquistò Asciano e Santa Maria del Giudice (1). Poi da Firenze, Siena e Genova arrivarono numerose truppe a sostegno di Lucca e i pisani fecero una ritirata strategica. Attaccarono,
però, da un altro versante dei Monti Pisani e assediarono due castelli butesi: “Cintoria e Castel nuovo” (2).  S’impossessarono di Cintoia, un monastero fortificato, e non risparmiarono nemmeno i monaci. Poi devastarono la vallata ma Castel Nuovo (probabilmente Castel Tonini) resistette. Allora tolsero l’assedio e tornarono a Pisa in trionfo (3). Il 5 novembre l’intero esercito rafforzato da mercenari tedeschi (la masnada ultramontana) marciò di nuovo in direzione di Lucca.
Carducci con efficacia poetica “unifica” le varie campagne militari per giungere all’episodio conclusivo, dell’assalto alle mura di Lucca. La sequenza storica vede, invece, un altro intervento di Firenze e la pace di Ripafratta(1314) con richiesta di restituire Buti quando
fossero adempiute alcune clausole (matrimoni tra famiglie nobili delle due città) (4). La nuova pace fu stipulata il 25 aprile con scambio di prigionieri ma la restituzione dei castelli si fece attendere, anche perché Uguccione pretese il rientro a Lucca degli esuli
ghibellini. Si rese necessario un nuovo incontro a S.Jacopo al Poggio nel quale tornò l’ormai annosa restituzione di Buti ma i lucchesi si rifiutarono ancora di adempiere e ci fu una nuova rottura degli accordi (5).

La parola tornò alle armi ma a Lucca si accesero contese tra i guelfi al potere e i ghibellini guidati da Castruccio Castracani. Fu facile per Uguccione della Faggiola il 14 giugno 1314 impossessarsi della città dopo una sanguinosa battaglia presso la porta di S.Frediano (6). Purtroppo la storia non è un romanzo e dispiace apprendere che Banduccio di Buonconte, l’eroe della Faida carducciana che tiene testa alle provocazioni di Buonturo Dati fu fatto giustiziare da Uguccione della Faggiola con un’accusa di tradimento a favore di Lucca che stupì i contemporanei e anche noi perché egli cercava la pace, contrastando i piani del Della Faggiola che mirava, invece, alla conquista della città rivale.

La questione del brutto borgo.

C’è, inoltre, da risolvere l’enigma del “brutto borgo è Buti”. Un verso che “in loco” ha sempre sollevato discussioni. Infatti, anche se poi Bonturo Dati loda le colline, gli oliveti, i frantoi, e conclude con l’esaltazione del “ricco Buti”, un inizio così tranchant lascia perplessi perché l’impianto urbanistico, con i suoi angoli pittoreschi, è pregevole e i molti visitatori lo attestano.

Allora si può pensare a un artificio retorico del portavoce lucchese che prima finge di deprezzare la “merce” di scambio per poi esaltarla. Infatti, Carducci mette in evidenza la bellezza del territorio, la distesa di ulivi, la vallata che risuona di canti e la produzione
dell’olio evidenziata nei versi “mentre pregni d’abbondanza ispumeggiano i frantoi” (che ricorda un po’ il sonetto S.Martino).
Fonte di Carducci furono soprattutto le Relazioni dei Viaggi in Toscana di Giovanni Targioni Tozzetti(1751) che usa gli aggettivi infelice e orrida per la vallata di Buti, considerata angusta, sempre nebbiosa. Eppure basta guardare una cartolina per capire che è difficile parlare di collocazione infelice. Sappiamo che Targioni Tozzetti andò a Buti in una piovosa giornata d’ottobre (scrive, che poté vedere solo una parte degli uliveti a causa della forte pioggia): in tale circostanza le colline perdono i loro colori, sembra di vivere in un film in banco e nero. Peraltro, nella parte finale, Targioni Tozzetti ha un’inversione di toni e parla di un soggiorno comodo, gustoso. Sottolineava questo perché si comprendesse quanto avesse contribuito la laboriosità degli abitanti a rendere il paese delizioso e salubre (8).  Afferma infatti che la campagna è stata resa molto fertile, con foltissime vigne di vini generosi, magnifici oliveti, erba e frutti in modo che non c’è un palmo di terreno infruttuoso. Siamo agli inizi del periodo lorenese che vide importanti interventi sul territorio (nel 1757 venne inaugurato il Canale imperiale del lago di Bientina) e appariva allora particolarmente significativo esaltare le trasformazioni operate dall’uomo. Non a caso lo storico locale Franco Lari nel suo recente libro Un territorio scolpito dall’agricoltura ha parlato di un lavoro di molti secoli come rivelano i terrazzamenti in pietra, la sapiente rete di drenaggio delle acque piovane e un particolare suggestivo: su una collina, è stata data agli oliveti la forma di un’aquila (ancora oggi ben visibile) in omaggio allo stemma di Buti…..e del tuscany style life sinonimo di misura, di buon gusto, di creatività.

Foto: Lido Scarpellini

Note

1 P.Vigo Uguccione della Faggiuola, potestà di Pisa e di Lucca (1313-1316), Livorno 1879. p, 9.
2 R. Roncioni, Delle Istorie pisane libri XVI, a cura di F. Bonaini, Firenze 1844 pp 688.-9.
3 Roncioni, Delle Istorie pisane libri XVI, p 695,
4 Vigo, Uguccione della Faggiuola, potestà di Pisa e di Lucca.cit. p. 28
5 Roncioni, Delle Istorie pisane, cit. pp 693-6. R.Sardo Cronaca pisana, Arch.Storico Italiano V,6, n. 2 p. 30.
6 Ivi, p 696 e Vigo , op.cit., pp. 34 e 38.
7 G.Targioni Tozzetti, Relazioni d'alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana per osservare le produzioni naturali,
e gli antichi monumenti di essa . – Firenze : Stamperia Imperiale , 1751 -54 p .198
8 Ivi, p. 198.

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