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Carlo Goldoni: riscoperte letterarie ai tempi del lockdown Cultura

Grosseto – Carlo Goldoni, l’uomo che tre secoli fa trasformò il teatro fornendogli uno sguardo e un respiro moderno, ebbe una fondamentale certezza che costruì nel tempo, ovvero di essere lui stesso, come del resto ogni uomo, ogni realtà umana e sociale, teatro.

Rileggo l’inizio de il Teatro Comico e non posso che per l’ennesima volta stupirmi. Che grande questo autore, talmente grande da concepire che tutto è teatro!

Il teatro non è un microcosmo in cui riprodurre in piccolo, e in parte, il complesso mondo reale per far scattare l’umano mistero della mimesi. Non è il luogo per riprodurre una storia. Questo poteva accadere nel canovaccio cinquecentesco e per l’Italia anche seicentesco.

È invece il luogo di tutti i luoghi, la storia di tutte le storie, ogni possibile avventura, ogni possibile imitazione della natura e pertanto è verisimile. Ogni possibile personaggio, che ha diritto ad essere riconosciuto umano, credibile o fantastico, è teatro. Il teatro esaurisce il reale, anzi lo contiene tutto e in più è il luogo del mito, delle fantasie e del sogno. Teatro è dove porre in commedia la propria vita, i Mémoires in cui persino la fuga sul barcone dei commedianti – perché raccoglie la totalità della propria esistenza biografica e aspirazioni– è come vita tra le vite, e quindi la totalità dell’esistenza di ognuno di noi, compresa l’avventura giovanile di Goldoni.

Addirittura Goldoni pensa il teatro nel teatro, Il Teatro Comico con la scena delle proposte del poeta, di cui tra poco – forse sulla scia di Shakespeare e, senza dubbio anticipando Pirandello, è commedia  di come scrivere una commedia. Un’idea incredibile, soprattutto se valutiamo che siamo nel 1750. Rivisto oggi, l’episodio delle proposte del Poeta al Capocomico, o l’episodio dei consigli di recitazione del Capocomico nella interpretazione di Pino Micol delle teche di Rai Uno è totalità, come lo sono i grandi classici.

Lo scenario è La Serenissima, una città che è centro oramai del mondo, cresciuta negli ultimi tre secoli al ritmo della borghesia mercantile che ha beneficiato delle grandi scoperte geografiche. Insieme a Firenze e a Roma per l’Italia, Venezia ha tutti i requisiti per essere Capitale.

Ha conosciuto la pittura del Tiziano, di Tintoretto le grandi bellissime luci dalla fine del Rinascimento all’inizio del manierismo, la serenità della luce del Veronese e per comprenderla bisogna girare le sue piazze e calli come fece Dürer a Venezia che va a bella posta a conoscere quel tipo di luce che nessuno -eccetto i pittori veneziani – sapeva riprodurre. Basterebbe per capire la grandezza di Venezia muoversi in piazza San Marco, andare a rivisitare le architetture delle Chiese del Palladio, per continuare con le straordinarie Chiese, Palazzi, del Barocco del Baldassare Longhena che coniuga le esigenze lagunari alla nuova Venezia, la quale si articola nel canale della Giudecca e nel nuovo Bacino San Marco, o semplicemente  stare al centro della grande Sala del Maggior Consiglio in Palazzo Ducale.

È una Venezia che ha conosciuto tre secoli di navigazioni, di realtà internazionale, di commerci che hanno conquistato le vie della seta e dell’oriente dove in genere il codice pittorico ha percorso la strada che dal colore porta alla luce, attraverso i grandi come Guido Reni, Francesco Barbieri, gli insegnamenti caravaggeschi, i Carracci, il Tiepolo e ci porta alle descrizioni degli interni dei saloni borghesi di Pietro Longhi o agli esterni oramai proiettati nell’epoca dei Lumi del Canaletto o di Francesco Guardi. L’occhio sul reale sta anticipando la visione, a seguire nell’ottocento, in cui diviene occhio fotografico; descrivere il verisimile, quello che si vede per come è.

Esso sviluppa la sua visione dell’uomo in modo del tutto diverso da prima, perché anche la coscienza sociale è cambiata. Facendo tesoro della rivoluzione scientifica essa diviene il pensiero dell’illuminismo, e scientismo. A guidare è la massa, in divenire coscienza sociale di riforma della società. Il pensiero è essere (Cartesio, Bacone, Galileo, Hume, Locke, Keplero) e con Voltaire, Montesquieu, Diderot, Kant e Newton il pensiero è azione, riforma e divulgazione.

Nell’intervallo temporale che va dalla rivoluzione inglese, alla rivoluzione francese, Carlo Goldoni viaggia sia in Italia, sia all’estero, specie a Parigi, e sente la necessità di rompere con il passato.

IL TEATRO COMICO  di Carlo Goldoni

Commedia in tre atti in prosa scritta in Venezia nell’anno 1750, perché servisse di prima recita. Come seguì nell’autunno dell’anno medesimo: rappresentata in Milano nel mese di settembre antecedente la prima volta.

                                               L’AUTORE A CHI LEGGE

Questa, ch’io intitolo Il Teatro Comico, piuttosto che una Commedia, prefazione può dirsi alle mie Commedie.

In questa qualunque siasi composizione, ho inteso di palesemente notare una gran parte di que’difetti che ho procurato sfuggire, e tutti que’ fondamenti su’ quali il metodo mio ho stabilito, nel comporre le mie Commedie, né altra evvi diversità fra un proemio e questo mio componimento, se non che nel primo si annoierebbono forse i leggitori più facilmente, e nel secondo vado in parte schivando il tedio col movimento di qualche azione.

Io perciò non intesi di dar nuove regole altrui, ma solamente di far conoscere, che con lunghe osservazioni, e con esercizio quasi continuo, son giunto al fine di aprirmi una via da poter camminare per essa con qualche specie di sicurezza maggiore; di che non fia scarsa prova il gradimento che trovano fra gli spettatori le mie Commedie. Io avrei desiderio che qualunque persona si dà a comporre, in ogni qualità di studio, altrui notificasse per qual cammino si è avviata, percioché alle arti servirebbe sempre di lume e miglioramento. 

Così bramo io parimente, che qualche nobile bell’ingegno d’Italia diasi a perfezionare l’opera mia e a rendere lo smarrito onore alle nostre scene con le buone Commedie, che sieno veramente Commedie, e non scene insieme accozzate senz’ordine e senza regola; e io, che fin ad ora sembrerà forse a taluno che voglia far da maestro, non mi vergognerò mai di apprendere da chichessia, quando abbia capacità d’insegnare…..]

La prima cosa che appare come chiara, chiarissima visione delle cose, sta in una grande esperienza espressa con un linguaggio semplice e molto vicino, oramai, al nostro.

Goldoni chiarisce tutto ciò che lo spinge a rifiutare e quindi a riformare il teatro di allora, perchè non gli piace non lo tollera. Una difficoltà interiore insostenibile come un’ingiustizia, un tradimento.

Chiaramente scrivere di teatro per lui è prima di ogni cosa un grande atto d’amore, del quale nulla è consentito perdere.

E’ quindi importante fissare tutto per non lasciare nulla all’interpretazione di chi non è in grado di farlo, nel solco delle immediate emozioni. Non può bastare un canovaccio sul quale raffazzonare una pessima, goffa e incerta quanto improbabile improvvisazione.

Lo si capisce a pieno alla fine dell’Atto I e nelle prime scene dell’Atto II, quando, dopo aver duettato sulla necessità di tenere il sipario aperto o chiuso con Eugenio, Orazio, il capo della Compagnia dei comici, vaglia le offerte del poeta Lelio. Un pezzo che rappresenta, come del resto tutta la Commedia, il cuore del pensiero, l’essenza del teatro goldoniano che ci viene semplicemente aperta seguendo alcuni esempi, i quali svelano oltre alla stanchezza, la prevedibilità di schemi seicenteschi, frutti della commedia delle maschere, della commedia dell’arte su semplice canovaccio e quindi tante, troppe problematiche sull’azione drammaturgica di questa. Preziosi  anche i giudizi sulla società e sul teatro parigino, tanto importante allora, e tanto importante per Goldoni il quale, se ne comprende il valore, rimane pur sempre nelle sue molecole e nel suo DNA artistico veneziano.

Il capo dei comici, ma anche gli attori e le attrici ormai abituati dal capo comico a ben altre cose, sembrano non gradire le proposte del poeta, che offre materiale e idee non appropriate, e che alle loro reazioni sembra spaesato, totalmente incapace di reagire, e alla fine si arrende svelando la sua condizione, il suo bisogno di lavorare offrendo se stesso, errore ancor più grande, perché il teatro non si basa più sulla capacità d’improvvisare come avrà bene a sottolineare Orazio.

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